Repubblica una e democratica

Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità italiana è stato celebrato anche a Como, in forma ufficiale, in Municipio, nella mattinata della data sancita, alla presenza di un pubblico abbastanza numeroso, che ha riempito la sala consiliare e anche, in parte quella degli stemmi.

Dopo l’esecuzione dell’inno nazionale e un paio d’altri motivi d’introduzione, eseguiti con cura dal complesso bandistico, si è passati ai discorsi. Oratori, in sequenza: il presidente del consiglio comunale Mario Pastore, il sindaco Stefano Bruni, il prorettore dell’Università dell’Insubria Giorgio Conetti, il vescovo Diego Coletti e il prefetto Michele Tortora.

In un’occasione simile, il ricorso a una certa quantità di retorica è scontato, anzi addirittura doveroso; e quindi alla fine della serie di interventi si può dire che poteva andare peggio.

Scontato il continuo richiamo all’unità della nazione, così come i ripetuti accenni al federalismo (che tanto finché resta uno slogan e non si entra nel merito va bene per tutti), scontate le continue citazioni del presidente Napolitano (al quale tocca il ruolo di auctoritas a cui tutti fanno ricorso per trarsi d’impaccio), scontato il buonismo di fondo che avvicina il ruolo dell’esercito (forse “non il più glorioso” al mondo ma uno di quelli che ha saputo maturare “una maggiore attenzione alle esigenze delle popolazioni civili”) al passato di un popolo di emigranti, scontati i brevi riassunti di storia (che spaziano dal risorgimento alle lotte dei comuni) anche se non tutti, francamente, degni di essere sottoscritti.

Si intende che molto nei discorsi pronunciati è frutto di un’ideologia nazionale, che a tratti sfuma nel nazionalista, che si proietta a rileggere la storia della cultura del passato come una progressiva affermazione di italianità (non siam forse un popolo di artisti?). Ma, in fin dei conti, mettendo in evidenza che il prefetto non ha dimenticato di sottolineare la tragica fase storica del fascismo e l’esecrabile biennio della repubblica di Salò, e che persino il sindaco Bruni ha ricordato alla fine del suo discorso il dovere dell’accoglienza (stemperando ovviamente la frase con un “anche se” questo non vuol dire che si debba perdere l’identità della cultura italiana), non si può fare a meno di notare l’impegno messo nel celebrare la festa.

In chiusura, dopo un profluvio di citazioni del “regno d’Italia”, è il prefetto a ricordare che “Viva l’Italia” significa oggi “Viva la Repubblica, una e democratica”.

Speriamo che, passata la festa, non resti gabbata, insieme ai santi, anche la repubblica. [F.C.]

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