«Dall’assistenza allo sviluppo partendo dal territorio»

Una sussidiarietà non più verticale ma orizzontale, strutturata assieme alle realtà attive presenti sul territorio. Questa la proposta emersa al convegno Reti d’aiuto l’impresa sociale per un nuovo welfare, organizzato sabato 24 novembre presso la Ca’ d’industria -una settantina i presenti – all’interno del progetto Coopsussi 

Come ha ricordato Massimo Patrignani nell’introduzione, nel triennio di vita il progetto Coopsussi ha mirato ad una cooperazione in ambito istituzionale con laboratori di sussidiarietà e avvio di una rete per un sistema di accreditamento del welfare. Ha avuto un valore complessivo di circa due milioni di euro. « L’esperienza si sta avviando alla conclusione – commenta Patrignani – ci piacerebbe aprirne un’altra, iniziando un dialogo con le nuove amministrazioni in un’ottica di sviluppo sostenibile». Per l’assessore Gisella Introzzi, intervenuta in sostituzione di Bruno Magatti, coinvolto il giorno prima in un incidente «questa bella esperienza è uno dei lasciti più interessanti della vecchia amministrazione, l’obiettivo è continuare il percorso, trovando soluzioni e percorsi differenti sfruttando le risorse della nostra società». La crisi ci spinge in una direzione di cambiamento di stile, una sussidiarietà strutturata in maniera “orizzontale” potrebbe superare le impostazioni burocratiche che allontanano le decisioni dei cittadini. Passare quindi dall’assistenza allo sviluppo. «Porto tre considerazioni rapide: dobbiamo soddisfare le esigenze dei cittadini non attraverso il welfare che noi conosciamo ma utilizzando risorse umane e energia creativa; il lavoro deve essere un punto di riferimento,una risposta alle necessità e commisurato alle potenzialità delle persone; bisogna cambiare l’organizzazione della macchina comunale facendola diventare più snella, per poter rispondere alle esigenze attuali in maniera adeguata».

La crisi morde, e soldi pubblici ce ne sono sempre meno: «nel 2008 i finanziamenti dalla regione erano sopra il miliardo, quest’anno sono circa 130 milioni. Questo per dire l’enormità del cambiamento – ha sottolineato Riccardo Bonacina, direttore del magazine Vita e moderatore dell’incontro – dalla fase di lamento però si è passati a quella d’interrogazione e azione su come uscire da questa situazione. Nelle comunità locali e nei territori si deve cominciare a ragionare su cosa mettere in campo e come ricreare valore».

Una politica propulsiva di economia sociale che deve avere una dimensione europea «partendo però dalla mobilitazione delle forze più vive del territorio» ricorda Gianni Pittella, vice presidente vicario del Parlamento europeo. A questo proposito il convegno ha registrato gli interventi di quattro realtà di impresa sociale impegnate sul territorio.
Angelo Anelli, direttore di confcooperative Como, prima di descrivere lo “stato dell’arte” della cooperazione sul territorio non ha risparmiato una stoccata al progetto: «Coopsussi è costituita per il 95% da soggetti pubblici, il mondo che io rappresento non è stato quasi chiamato in causa, è quantomeno paradossale». E aggiunge: «la situazione delle cooperative è di sofferenza silenziosa, molti fanno fatica e vengono schiacciati. Altri però stanno innovando misurandosi con la gestione diretta dei servizi. Prendiamo il distretto di economia solidale: aggrega cooperative di consumo e sociali definendo un modello nuovo di consumo». La crisi può essere un’occasione per eliminare radicalmente alcuni vecchi vizi provando a innovare. Per Anelli però è importante capire cosa si vuole fare:«se dobbiamo cambiare perchè sono finite le risorse, allora questa cosa non ha le gambe per camminare e non ci interessa . Vogliamo essere coinvolti per un paradigma che cambia e cerca nuovi attori». Irma Missaglia ha portato nella discussione l’esperienza di Sim – patia, cooperativa che si occupa di disabilità motoria:« le persone non devono sentirsi un peso ma portatori di reddito. Non è importante essere primi e bravi a far tutto, il territorio si può servire facendo reddito, rispondendo bisogno dopo bisogno». La nostra famiglia invece è un’impresa sociale: per il direttore Marco Sala « il nuovo welfare non può basarsi su soggetti astratti ma deve essere centrato su chi oggi ha “le mani in pasta”. E lo Stato deve riconoscerli. Giustamente il soggetto pubblico si deve alleggerire ma attenzione, non deve togliere chi sta portando servizi». Alessandro Mele, direttore generale Cometa, si è chiesto invece che ruolo potrà avere l’educazione nella nuova organizzazione del lavoro.

Il convegno è stato chiuso dall’intervento di Johnny Dotti, presidente di Welfare Italia, che ha sottolineato l’importanza di avere soggetti che fanno sviluppo, l’unica forza propulsiva in grado di aiutare le nuove generazioni ad affrontare i problemi e a trovare risposte. [Andrea Quadroni, ecoinformazioni]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: