Giorno: 10 Febbraio 2014

Razzismo elvetico/ Emilio Russo

20140207_svizzeraDa qualunque parte la si rigiri, assolvere il cinquanta e rotti percento degli elettori svizzeri responsabili della malefatta del referendum sugli stranieri riesce piuttosto  difficile. Lasciamo stare la versione degli ultras, come David Cameron e, paradossalmente, il lombardo Roberto Maroni, che pensano di approfittarne per portare acqua al mulino del populismo sgangherato di chi immagina un mondo in cui a circolare indisturbati siano solo i capitali. Non convince nemmeno quella soft di chi chiede di considerare con realismo il peso di quel 23% di immigrati che popola le città e le valli della Svizzera.  Con un tasso di disoccupazione del 3,5% che gli economisti considerano “frizionale”, cioè fisiologico, che non giustifica l’allarme dei “posti di lavoro rubati ai nostri giovani”.Prendiamo il Ticino, con il suo triste record del 68% di frustrazioni scaricate nel voto. Dove più evidente è apparsa la voglia di incidere uno sfregio sul volto dell’Europa e degli Italiani.Con la sua ansia da primo della classe nell’ allinearsi alle istanze nate nella destra dei cantoni di lingua tedesca. Qui l’immigrazione è fatta prevalentemente di frontalieri,senza i quali chiuderebbero magazzini e centri commerciali, banche e cantieri edili. Oltre agli artigiani che varcano il confine per prestare servizi a prezzi concorrenziali. Rispetto ai qualiqualcuno vorrebbe che il dogma del libero mercato venga miracolosamente sospeso. I capitali, quelli portati nelle valige piene di banconote da cinquecento euro, e quelli delle aziende italiane invitate con insistenza a trasferirsi da Chiasso in su, quelli no, non devono essere fermati. Pecunia non olet. E guai se Guardia di finanza e Bankitalia si attivano per compiere qualche doverosa verifica. Lesa maestà. Da difendere con l’animus di Wilhelm Tell.

Nemmeno l’argomento della “difesa delle radici”, a ben vedere, ha senso. La gente che attraversa il confine quotidianamente – senza nemmeno pesare sul costoso sistema elvetico di welfare privato, che si trova al limite del collasso – capisce il dialetto dei ticinesi e parla, generalmente meglio dei ticinesi, l’italiano. Per lo più, vengono da scuole e da università, obbiettivamente, migliori di quelle ticinesi. Nessuno di loro propone di costruire moschee; non praticano la poligamia e le donne non portano il chador. E quanto alla “sicurezza”, nessuno può sospettare che nascondano altre armi se non i cacciaviti e le brugole. E poi, basta scorrere gli elenchi telefonici per capire che, anche se spesso se ne vergognano un po’, i nomi più ricorrenti sono gli stessi che si troverebbero negli elenchi delle province lombarde.

Certo, c’è un problema di dumping salariale, che pesa sui lavoratori svizzeri soprattutto da quando i costi delle case e della sanità hanno preso a correre. Ma questo, obbiettivamente, è un problema loro. Un problema di politica interna, e per usare una vecchia gloriosa espressione, di “giustizia sociale”. Ma questo è difficile da capire. Sì, perché, in Svizzera come altrove, il populismo ha potuto attecchire solo perché le classi dirigenti hanno saputo compiere il capolavoro di nascondere le cause reali della crisi nella crescita degli squilibri sociali occultandole, deviando la loro percezione verso il rancore nei confronti dell’”altro”, dell’ “invasore” (e della “politica”). Una brutta dinamica che anche i settori più avvertiti della società elvetica non sono riusciti a contenere, finendo anzi per svolgere il ruolo degli apprendisti stregoni e trovandosi ora a dover fronteggiare l’irritazione dell’Europa comunitaria e le possibili ritorsioni sul piano economico. Un autogol clamoroso per un Paese che dipende, nel suo interscambio commerciale, dall’area dell’Euro per il 60% e che ha potuto crescere solo grazie all’apporto continuo di manodopera straniera.

E’ probabile ora che le autorità politiche cerchino di attenuare l’impatto del referendum, così come è possibileche molti degli elettori, soddisfatti per la loro performance domenicale, si acconcino ad accettare un ridimensionamento delle sue conseguenze. Soprattutto perché è gente abituata a fare i conti con il portafogli. Resta però, soprattutto per una regione di confine come il Ticino, la ferita di un voto che ha, innegabilmente, il sapore di una presa di distanza di tipo antropologico. Non sono lontani, del resto, i tempi in cui la Lega dei ticinesi parlava dell’Italia come di “uno Stato fallito” e anche le ironie sulla possibile annessione della Lombardia non fanno ridere più di tanto. In contrasto con le loro tradizioni  – vale la pena di sottolinearlo -, i ticinesi negli anni recenti hanno abbracciato una sorta di calvinismo dei poveri che pretende di dispensare lezioni e di classificare gli italiani sulla base di categorie morali. Rivendicando, per la verità, presunte “virtù” il cui fondamento appare piuttosto dubbio. Così, per esempio, hanno finito per autoassolversi, scaricando le colpe sule auto dei frontalieri, per un sistema della mobilità collassato a causa di scelte urbanistiche sconsiderate, come la proliferazione di zone commerciali nelle aree di confine e il sorgere disordinato di capannoni industriali. Senza avere mai saputo predisporre un sistema di trasporto pubblico al servizio di chi lavora in Ticino. Parallelamente alla hybris anti-italiana, si è fatta strada una sorta di omologazione nei confronti della Germania che però ignora le differenze esistenti. Perché i tedeschi, quelli della Mitbestimmung e del rigore finanziario, hanno costruito la loro forza sul lavoro, sulla tecnica, sulla manifattura, su solidi accordi con i lavoratori. Non sul drenaggio di capitali, puliti e meno puliti, da tutta Europa. In fondo, è proprio nella soggezione del mondo politico nei confronti delle banche, oltre che nel sistema consociativo delle istituzioni elvetiche, che si possono trovare le ragioni di questa deriva. Così come in una pratica sindacale debole e programmaticamente orientata verso “la pace sociale”. Quando invece anche per una società di mercato che non sia disposta a virare verso la xenofobia e a scaricare le sue tensioni all’esterno isolandosi dal mondo della globalizzazione, la realtà del conflitto, di una dialettica ordinata ma plurale,  è un elemento vitale. [Emilio Russo per ecoinformazioni]

Razzismo elvetico/ la Cgil: intervengano regione e governo

20140207_svizzeraLe Camere del Lavoro di Como, Varese, Sondrio la Cgil regionale esprimono tutta la loro preoccupazione per l’esito del referendum svizzero: «Chiediamo al Governo, e alla Regione Lombardia per quanto di sua competenza, un incontro per affrontare e risolvere questi problemi, compresi i temi della competitività e dell’ attrattività del territorio lombardo»

(altro…)

Al lavoro per Tsipras

tsipras-510-aSecondo incontro martedì 11 febbraio del gruppo di lavoro per il Comitato comasco a sostegno della lista Tsipras che sembra avviarsi verso il raggiungimento dell’obbiettivo di accogliere per le europee diversi settori delle sinistre italiane interni e esterni alle forze politiche esistenti. L’appuntamento è al bar trattoria La vignetta in via Zezio 44 a Como alle 21 per confrontarsi sui contenuti, discutere dell’organizzazione e programmare iniziative.

Razzismo elvetico/ Guerra: populismo e chiusura

mauro guerraIl parlamentare del Pd Mauro Guerra interviene con un post su fb sul risultato del referendum xenofobo in Svizzera: «Il risultato del referendum anti immigrazione in Svizzera conferma ed alimenta la brutta aria che spira per l’Europa. Populismo e chiusura non scioglieranno i nodi gravissimi della crisi. L’altra faccia della medaglia di politiche di austerità finanziaria che alimentano la crisi economica e sociale.
Per la Svizzera occorre ora tutelare i nostri frontalieri e una posizione netta e dura dell’Unione Europa sull’insieme dei rapporti. Per l’Unione Europea e per l’Italia solo un radicale cambio di politiche economiche e sociali può ricucire una prospettiva democratica e di coesione».

Congresso Arci/ Interventi degli ospiti

arcicomoUna panoramica del terzo settore e delle sue problematiche, inviti per una maggiore connessione tra le diverse realtà dell’associazionismo e della politica comasca, il riconoscimento del ruolo centrale dell’Arci: questi alcuni dei punti sollevati dagli ospiti al congresso provinciale dell’Arci di domenica 9 febbraio, ideale seguito alle relazioni del presidente Enzo D’Antuono e della consigliera regionale Celeste Grossi. Ecco alcuni estratti dei vari contributi. Già online sul canale di ecoinformazioni alcuni video (presto on line tutti gli altri) degli interventi:

Gianfranco Garganigo,  Auser  e Avc: «dalla relazione introduttiva si capisce che alcune problematiche sono comuni a tutto il mondo del volontariato. Lo stesso strumento della solidarietà organizzata è messo pesantemente in discussione, non avendo ricevuto tra l’altro molto aiuto dalle istituzioni. La Legge 266 per esempio è stata poco efficace, non ha contribuito a far riconoscere il ruolo decisivo che il Terzo Settore continua a mantenere. L’obiettivo è quello di costruire nuovi percorsi per un nuovo welfare, per sfruttare così le nostre grandi potenzialità»;

Giorgio Riccardi,  Acli: «con l’Arci condividiamo l’essere sopravissuti al cambio di secolo, oltre ad un rapporto di complementarietà più che di competizione. D’altronde quando si condividono determinati valori, determinati modi di fare, che differenze ci possono essere? Anche al nostro interno è tempo di riflessione. Certo, la situazione a Como è complessa, ma non possiamo sottovalutare alcuni passaggi positivi, come la nuova amministrazione comunale, le innovazioni della Chiesa e il contributo negli anni passati dell’ex prefetto Tortora. Da qui si può ripartire per affrontare i tanti temi sul tappeto, a cominciare dal lavoro»;

Roberto Borin,  Italia-Cuba: « oltre ai ringraziamenti per l’invito al vostro congresso, non possono non notare che Italia-Cuba e Arci appartengono allo stesso mondo, quello del volontariato. Ciò vale ancora di più nel momento attuale, dove la nostra realtà di riferimento, Cuba, subisce ancora una volta attacchi molto pesanti sia dal punto di vista economico che politico. Nonostante ciò la nostra associazione continua a muoversi molto bene all’interno dell’associazionismo locale, come dimostrato dalle continue iniziative, spesso in collaborazione con l’Arci. Ecco, continua su questa strada è fondamentale, per rafforzare ancora di più la nostra presenza»;

Nicola Tirapelle,  Anpi Perugino Perugini: «il congresso dell’Arci cade in un periodo particolare, dove nella nostra città si fa sempre più strada una vera e propria forma di squadrismo culturale. Episodi come l’incomprensibile revoca dell’utilizzo della Circoscrizione 1 per l’incontro con la storica Alessandra Kerseveran di sicuro non aiutano, rendendo anzi la situazione ancora più pesante. Diventa così importantissimo rilanciare l’azione coordinata di tutte le forze antifasciste, di cui l’Arci è parte fondamentale, per un azione più efficace in difesa degli ideali della Costituzione e della Resistenza, a cui tutti ci richiamiamo, al di là della semplice ritualità del 25 aprile e delle altre occasioni istituzionali»;

Giuseppe Caruana,  soci Coop: «ci sono legami forti tra la Coop e l’Arci, lo dimostra la stessa scelta del salone Bertolio per ospitare il vostro congresso, per non parlare delle tantissime iniziative comuni, come la Carovana Antimafia. L’Arci è una presenza preziosa, per cui mantenere e rafforzare questa collaborazione diventa un punto necessario e decisivo»;

Tommaso Marelli,  Libera Como: « la vicinanza tra una realtà giovane come Libera Como e l’Arci è fortissima. Tanti di noi sono impegnati in prima persona nei vari circoli, così come sono state importanti le diverse collaborazioni sul tema della lotta alla Mafia. Tutto ciò vale ancora di più di fronte alle grandi sfide che ci attendono, a cominciare dalla manifestazione, a cui invito tutti i presenti, del 21 marzo, giornata della memoria per tutte le vittime di Mafia»;

Davide Ronzoni, Arci Lecco e Arci regionale: «Il salto di qualità richiamato da Enzo è un qualcosa che tutti noi sentiamo, tanto che uno dei maggiori propositi usciti  dal congresso di Lecco è stato quello di rilanciare la formazione interna, insieme all’approfondimento dello stesso significato di fare associazionismo. Questo potrebbe essere un idea di concertazione tra circoli vicini. L’obiettivo è così quello di costruire una relazione più stretta, per rafforzarci a vicenda in un periodo così difficile. Raccolgo poi le esortazioni delle altre associazioni: questa crisi ha comportato maggiore difficoltà per le nostre realtà, sia dal punto di vista normativo che economico, con esborsi burocratici sempre più altri. Questa non è una fase normale, ma anzi si stanno mettendo in pericolo i nostri stessi valori, a cominciare dal diritto di fare associazionismo. Dobbiamo stare attenti»;

Marco Lorenzini, Sel Como: «sono iscritto all’Arci dal 1983,e qui mi sento a casa. Proprio da quella data per l’associazione è iniziato un percorso di autonomia e di radicamento al di là dell’esclusivo rapporto con le forze politiche di riferimento, che ha consentito all’Arci di costruire la propria forza partendo dal basso. Ciò è importante se guardiamo all’attuale situazione, dove i partiti, di cui comunque faccio parte, non riescono più a garantire la rappresentanza. Se vogliamo ricostruirla su basi finalmente solide dobbiamo ripartire da maggiore partecipazione, per condividere spazi, per un azione politica comune e per dare concretezza al fare rete. Questa sarà la nostra sfida più grande»;

Andrea Cazzato,  Pdci Como: «negli ultimi periodi sono state numerose le collaborazioni con l’Arci, come la raccolta firme dello scorso anno in difesa dell’articolo 18, testimonianza di un lavoro importante sul territorio. Raccolgo l’invito di altri interventi di rilanciare l’azione comune tra tutti noi che ci riconosciamo in determinati valori, associazioni e partiti». [Luca Frosini, ecoinformazioni]

Per il Prc è intervenuto Luca Frosini.

ecoinformazioni on air/ Razzismo elvetico

logo ecopopIl servizio del 10 febbraio di Michele Donegana per Radio Popolare. Ascolta il servizio. Passa, di misura, il referendum contro gli immigrati in Svizzera. L’Unione democratica di centro può cantare vittoria, il 50,3 per cento degli svizzeri ha accolto, nelle consultazioni referendarie di domenica 9 febbraio, la sua proposta Contro l’immigrazione di massa. Zurigo, Basilea e la Svizzera Romanda hanno votato contro la proposta, ma il resto della Svizzera l’ha accolta con favore e soprattutto il Canton Ticino con un 68 per cento di consensi, il dato più alto nella Confederazione.

Chiasso è un Comune di quasi 8mila abitanti appena al di là della frontiera che lo divide da Como, vede passare migliaia di frontalieri ogni giorno e il 72 per cento dei suoi cittadini non li vuole. Un dato conforme al voto ticinese per il referendum, approvato di misura in tutta la Confederazione, voluto dall’Unione democratica di centro, promotrice anche della campagna xenofoba Bala i ratt contro i frontalieri accumunati a topi che attentano al formaggio svizzero.

Ora sono in forse gli accordi sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea e per i 60mila frontalieri che ogni giorno passano le dogane dall’Ossola alla Valtellina e i 500mila italiani residenti si apre un periodo di incertezza.

Il testo parla della introduzione di un tetto massimo annuale di lavoratori, ritornerebbero i contingenti, ed era stato respinto dal Parlamento elvetico, dai sindacati e dal padronato svizzero. Non ci sarebbero stravolgimenti repentini, ma si danno 3 anni di tempo per rinegoziare gli accordi con l’Unione. Se salta la libera circolazione però Bruxelles potrebbe rivedere anche tutti gli accordi bilaterali sin qui siglati.

Tutto ciò mentre sono in corso trattative fra Roma e Berna per la definizione di un accordo fiscale in cui rientrerebbero anche i ristorni fiscali delle imposte a carico dei frontalieri. Infatti i deputati del Pd delle zone di frontiera hanno recentemente chiesto in una interrogazione parlamentare cosa voglia fare il Governo per salvaguardare il quadro normativo sull’imposizione fiscale per i frontalieri. Anche perché il Canton Ticino ha chiesto al Consiglio federale l’abrogazione dell’accordo del 1974 oggi in vigore.

Grande preoccupazione è stata espressa dai sindacati italiani e svizzeri, i primi per la tutela dei frontalieri e dei loro posti di lavoro, i secondi per paura dell’aumento del lavoro nero e del dumping salariale. [Da Como Michele Donegana, ecoinformazioni]

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza