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Quarto colpo: vittime, prostituzione e cultura antimafia

 

Si è tenuto dalle 21.15 di mercoledì 29 novembre nella sala polifunzionale di Arosio, in via Casati 1, il quarto e penultimo incontro della rassegna 5 colpi alla ‘Ndrangheta, organizzato dal Circolo ambiente “Ilaria Alpi”. Per la quarta serata il tema era doppio: da un lato il ruolo delle vittime della criminalità organizzata, dall’altro il racket della prostituzione; a parlarne Benedetto Madonia, presidente del Centro studi contro le mafie san Francesco, e Tiziana Bianchini di Lotta contro l’emarginazione. A moderare, Elisa Roncoroni di Lotta contro l’emarginazione.

 

Dopo i consueti saluti delle autorità locali e la presentazione, da parte di Roberto Fumagalli del Circolo “Ilaria Alpi”, degli sportelli RiEmergo Sos Legalità, organizzati dalle camere di commercio e da Libera rispettivamente per la tutela delle vittime di mafia, i due relatori hanno fornito una definizione preliminare dei loro ambiti di competenza: la mafia e la tratta.

Secondo Madonia, non si deve parlare di una mafia sola, bensì “delle mafie”, dato che alle varie declinazioni della criminalità organizzata italiana vanno sommate le associazioni criminali estere, siano queste africane o dell’Est Europa.

Un buon modo di comprendere cosa sia la mafia lo dà il 416 bis, introdotto nel 1982 in Italia e di cui il relatore ha letto la prima parte: «Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da dieci a quindici anni.
Coloro che promuovono,  dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da dodici a diciotto anni.
L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.»

Parole come omertà, procurarsi voti, assoggettamento, indicano la sostanza mafiosa, ha spiegato Madonia: impadronirsi nel territorio, incarnare l’Antistato ed imporsi come tale per mezzo della violenza. Sono 500 gli atti intimidatori non denunciati nel 2016 solo nel milanese, e questo dà idea di come la ‘Ndrangheta sia radicata nel territorio.

La definizione di tratta, per Tiziana Bianchini, passa attraverso il testo stabilito nel 2000 a Palermo dall’Onu: è il reclutamento di persone, in modo più o meno consapevole, che vengono trasferite, controllate e sfruttate imponendovisi con la violenza. Nel caso delle donne, tema della serata, il genere dello sfruttamento è quello sessuale, e lo scopo è il profitto.

Il traffico è invece una sorta di contrabbando che ha per merce gli esseri umani, anche qui abusati violentemente nei loro diritti fondamentali, su rotte che vanno solitamente dal nord al sud del mondo e da est e ovest.

Altri tipi di sfruttamento da parte delle organizzazioni criminose sono quello nei comparti produttivi, di cui è esempio il caporalato, e l’accattonaggio forzato.

La seconda domanda posta dalla Roncoroni ha chiesto ai due ospiti un’ulteriore definizione, quella della vittima.

Sono emerse due opinioni collegate ma opposte: mentre secondo Madonia è la società a essere vittima del fenomeno mafioso, realtà che comunque la comunità stessa non ha in nessun modo evitato e ha anzi incentivato (ad esempio chiedendo aiuto ai criminali nell’epoca dei traffici di sigarette), nel caso della tratta il soggetto più fragile è la donna, sfruttata e mercificata.

Il caso delle ragazze coinvolte nel giro della prostituzione è particolare data la loro difficoltà di percepirsi come parte di un sistema complesso e immenso, cosa che invece è piuttosto chiara nel caso delle vittime di intimidazioni mafiose e fenomeni analoghi.

In entrambi i casi però la soluzione liberatrice è una: la denuncia.

Entrambi i relatori, oltre che essere competenti riguardo la criminalità organizzata, sono anche attivi in prima persona nella lotta alla mafia e alla tratta, ma solo a incontro inoltrato si è presentata l’occasione di parlare dei propri progetti.

Madonia, con il Progetto san Francesco, tenta di favorire un avanzamento culturale rispetto alla lotta antimafia, andando nelle scuole a parlare di legalità e ospitando in un bene confiscato a Cermenate, sede dell’associazione, una scuola pomeridiana, un gruppo contro le dipendenze e una sezione dei carabinieri. Il relatore invoca l’aiuto dello Stato, in questo, laddove si registra una forte indifferenza da parte della politica nei confronti di questa problematica.

Lotta contro l’emarginazione, di cui è parte Tiziana Bianchini, agisce invece sul campo, contattando le donne tramite delle unità di strada e dando loro indicazioni su come preservare se stesse e dandole un contatto a cui rivolgersi in caso necessitassero di assistenza o di un luogo dove nascondersi se avessero deciso di uscire dalla tratta. L’esistenza di una rete nazionale garantisce loro assistenza ovunque siano.

L’ultima domanda, che poi si è diluita nel dibattito finale, incentrato sull’insicurezza riguardo l’efficacia della lotta alla criminalità e sull’istituzione di case chiuse come soluzione parziale allo sfruttamento delle prostitute, poneva i due relatori di fronte alla narrazione distorta da parte della stampa.

Il problema, hanno condiviso entrambi, è reale: la prostituzione è estremamente drammatizzata, mentre i fatti di mafia sono sciorinati come semplice cronaca.

Per superare un’informazione nazionale piatta quando non dannosa e falsa come quella dei programmi pomeridiani che Madonia ha definito «Calamità per la morale», bisogna parlare, partecipare a dibattiti, leggere libri, guardare programmi seri.
Solo con una critica seria, ha detto Bianchini, si arriverà a comprendere, per esempio, che l’istituzione di case chiuse non riduce affatto i rischi, anzi accresce le probabilità di violenza lontano dal monitoraggio degli operatori sociali, oltre a presupporre il permesso di soggiorno, che manca a quasi tutte coloro che entrano forzatamente nel giro della prostituzione. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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