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Comunità resistenti: Arci Terra e Libertà incontra attiviste e attivisti del Movimento No Tav

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La questione dei cantieri del treno ad alta velocità in Val di Susa è aperta ormai da una trentina di anni. Chi non è del posto ne ha una visione spesso distorta, in un senso o nell’altro, facendo affidamento alla narrativa “manichea” veicolata dai media mainstream, o viceversa idealizzando l’attivismo di resistenza che si è venuto a creare sul posto, senza però prestare altrettanta attenzione alle ingiustizie da combattere nella sua realtà di appartenenza. Fraintendimenti, questi, che è bene evitare, affermano gli attivisti e le attiviste No Tav intervenuti, nel pomeriggio di sabato 14 aprile allo Spazio Parini (via Parini 6) all’incontro Comunità resistenti, organizzato dal circolo Arci Terra e Libertà in preparazione alla VIII edizione di Lario Critical Wine, previsto per domenica 6 maggio alla Società agricola “La Runa” di Erba e dedicato, appunto, al tema della resistenza collettiva all’oppressione.

Un punto di forza del movimento No Tav, secondo Gabriella Tittonel, attivista  e portavoce del Movimento Cattolici per Valle, è proprio la sua “trasversalità” rispetto alle appartenenze politiche e all’età degli attivisti della (e poi anche per la) Val di Susa, accomunati da valori forti, rivendicati senza compromessi in opposizione a un progetto dannoso nei confronti dell’ambiente e del tessuto sociale locale e inutilmente dispendioso, sostenuto da avversari di grande peso, spesso con l’uso e con l’abuso della forza bruta. Con gli anni, si è venuta a creare in Val di Susa una sorta di grande “famiglia” che si è poi allargata del contributo, sul posto oppure a distanza, di altri sostenitori, singoli o associati, italiani e non solo; senza contare la pluriennale esperienza di lotta che già accomuna molti attivisti valsusini e piemontesi, tra cui Nicoletta Dosio, un’importante figura di riferimento per il movimento No Tav intervenuta all’incontro, che sottolinea l’importanza di tutti e di ciascun contributo attivo. Oltre alle contestazioni per l’alta velocità, Dosio ha vissuto gli scontri al Lingotto nella Torino degli anni Settanta, preludio all’ondata di licenziamenti, delocalizzazioni e privatizzazioni che la new economy neoliberista ha portato con sé, e ha assistito alla costruzione dell’autostrada del Fréjus, altra grande opera a cavallo delle Alpi occidentali, condotta con la “cooptazione” de facto delle associazioni ambientali con il pretesto di costruire “un’autostrada ecologica”.

Anche per quanto riguarda la Tav, la posta in gioco è alta, non soltanto a livello geografico e ambientale (pure molto alta: sono già stati abbattuti boschi di castagni secolari e una farfalla unica della Clarea, la zerinzia, è a rischio di estinzione), ma soprattutto dal punto di vista della società, delle relazioni, in un’area abitata da circa 60 000 persone.  In un senso ancor più ampio, la resistenza valsusina è un messaggio di attivo e non negoziabile dissenso verso gli abusi di potere perpetrati in difesa di lavori dannosi, costosi e pretestuosi che preludono a un progetto ormai datato, sia perché un collegamento ferroviario tra Italia e Francia è già in essere, sia perché diversi paesi europei toccati da una linea transeuropea ad alta velocità, che corresse da Lisbona a Kiev, hanno ormai da tempo abbandonato o interrotto i lavori, mentre lo Stato italiano e i suoi contribuenti si sono trovati a pagare spese sproporzionate per un’opera dall’impatto devastante.

La lotta dal basso agli abusi fa convergere i No Tav con altri analoghi movimenti di lotta ai quali finisce, inevitabilmente, per collegarsi, nei princìpi, nelle modalità, nelle pratiche. Questa comunanza favorisce l’affluenza di nuovi aiuti in Val di Susa, e trova applicazione concreta nell’avvio di nuove forme di resistenza, meno intuitivamente associate al concetto di “lotta” ma proprio per questo ancor più preziose. Daniele Forte interviene a presentare la realtà di cui è promotore, Etinomia – imprenditori etici per la difesa dei beni comuni, denominazione di per sé esplicativa: una forma di cooperazione che, lungi dal provare l'”eccezionalità” degli attivisti valsusini, ne dimostra la capacità reattiva rispetto all’oppressione imposta dall’alto, presentandosi come esperienza imitabile per quanto riguarda altre località, con altre storie analoghe e differenti. A tal proposito, Forte e poi _ invitano a non pensare alla Val di Susa come a un “punto di raccolta” dell’attivismo dal basso, per prima cosa perché il suo esempio deve essere riapplicato diffusamente sul territorio («E a Como – osserva Forte, dopo aver sfogliato il primo numero del mensile di ecoinformazioni – certo non mancano ingiustizie da denunciare!»), sia perché la concentrazione di tale attivismo è un’arma a doppio taglio: rafforza la lotta degli abitanti della valle, certamente, ma a rischio di velocizzare una repressione en masse del dissenso: uno scenario che una società già fragile e sempre più “atomizzata” e politicamente disimpegnata non può permettersi di facilitare.
[Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni  i video di tutti gli interventi dell’iniziativa di Alida Franchi.

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