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Magliette rosse contro la barbarie

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Magliette rosse, tante magliette rosse, un centinaio quelle riunite in piazza Duomo a Como sabato 7 luglio a mezzogiorno, tante altre quelle indossate dalle persone in giro per la città, per l’Italia, per i social, in risposta all’appello lanciato da don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele, Francesco Viviano, giornalista, Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci e Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente e raccolto da tante realtà e soggetti per dare una volta di più un forte messaggio di contrarietà e di sdegno verso la sempre più devastante strage in atto nel Mediterraneo, perpetrata (se non proprio perversamente incoraggiata) da governi europei reticenti rispetto agli obblighi del diritto e della stessa morale umana, quelli apertamente razzisti e quelli che alle belle parole non fanno seguire altrettanto belle, ma soprattutto necessarie, concrete prese di responsabilità.

Sull’architettura di una manifestazione come questa e tante altre, si capisce, si può – si potrebbe –  dibattere. Non c’è, in fondo, alcuna “corrispondenza 1:1” tra una presa di posizione e l’adozione di un simbolo, di una frase, di un gesto predefinito; mentre non si contano le critiche, gli appunti, le sezioni chirurgiche del dissenso altrui, occasionalmente corredate di correzioni e di smentite. Urge, questo sì, fare massa critica verso un disastro umano che continua ad accadere (offline) da anni, con ritmi e proporzioni sempre più sostenuti, sempre più impunemente, ai limiti dell’assuefazione e della morbosità. Una maglietta rossa, moltiplicata per centinaia, migliaia, milioni di persone, può dare qualche forza a questo messaggio, anche se certo non ferma la catastrofe intenzionale in atto nei mari, lungo le frontiere, nei centri di detenzione, la stessa catastrofe intenzionale per cui, tra qualche anno, i più – magari gli stessi che oggi, travestiti da vichinghi, vagheggiano di una lega paneuropea e ultracristiana – troveranno qualche espediente per autoassolversi (anche in questo senso, la storia insegna). Di questi tempi, però, non ci si può permettere il lusso di indugiare in facili polemiche sulla legittimità o meno di questa o quella forma di dissenso, specie se tale dissenso è pacifico e condiviso. Queste stesse polemiche, tanto autoreferenziali quanto sterili e irritanti, non fanno che creare attriti entro un fronte che, ora più che mai, deve essere compatto e costante, nella sostanza prima che nella forma, e che deve trovare  (non domani, non l’anno prossimo: adesso) un modo di riscattare l’umanità dalla barbarie e di richiamare l’Italia e l’Europa al più che fattibile esercizio delle proprie responsabilità. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line le altre foto di Alida Franchi dell’iniziativa

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