Una marcia immobile per i nuovi desaparecidos

Sabato 3 ottobre alle 15,30 si è svolta la trentaduesima marcia “Sono persone non numeri”, dedicata a don Roberto Malgesini, organizzata da Como senza frontiere con la partecipazione di Giovanni Motta, avvocato specializzato in diritti migranti, facente parte della Rete No Cpr e rappresentante dell’associazione AccoglierSI.

La cosa che salta subito all’occhio è la data in cui Como senza frontiere decide di organizzare una marcia che in realtà è un presidio: l’anniversario di quel tragico 3 ottobre 2013 dove quasi quattrocento persone persero la vita al largo di Lampedusa. Ricorrenza giustamente ricordata da Fabio Cani nel suo intervento iniziale, che ha tracciato un sentiero dall’inizio del lavoro della rete comasca fino ad oggi, a pochissimo tempo dalla morte di don Roberto Malgesini, al quale il presidio è dedicato, e tremendamente vicino alla riapertura del CPR di via Corelli a Milano, dove già ieri si è svolta una manifestazione di protesta. «Il fenomeno delle migrazioni non è mai passato», ha ricordato Fabio Cani, perché nel nostro immaginario l’abitudine alle persone che si spostano scappando da fame e guerre è ancora quasi estraneo, mentre deve diventare una ricorrenza e una abitudine nei nostri pensieri. Né il naufragio del 2013 né l’incendio al campo profughi di Lesbo sono riusciti a dare una scossa sia all’opinione pubblica che alla politica europea, e chissà quanti naufragi e disastri sono accaduti nel corso degli anni senza che nessuno potesse venire a saperlo. Proprio per questo le reti che si occupano di accoglienza devono rafforzarsi e continuare a fare divulgazione sui fenomeni migratori, soprattutto a Como, nota città “di passaggio” storicamente parlando, dove c’è «una amministrazione comunale che non si rende conto del perché alcune persone vivono sotto a dei portici» e che oltretutto ignora anche coloro che vivono da altre parti sul suolo cittadino, sempre pensando al solo mantenimento del “decoro”. La stessa indifferenza che oltre ad aver causato la morte di don Roberto «ha causato quella, nel ’99, di Don Renzo Beretta a Ponte Chiasso, e altri disastri meno drammatici». Una città che ha pianto Don Roberto e poi si è asciugata le lacrime, senza ben sapere cosa fare. Obbligatorio quindi il richiamo all’Appello lanciato da Como senza frontiere (coordinato anche alla petizione su Change.org) che chiede che finalmente vengano istituiti dormitorio e centro diurno per migranti e per senza dimora, sottolineando come la città è dotata sia di spazi disponibili (come l’ex Casa albergo di via Volta, abbandonata da anni) sia di risorse economiche e materiali, forse non messe in campo per opportunismo politico.

Nel secondo intervento ha preso la parola Giovanni Motta. L’avvocato è partito raccontanto le lotte e le battaglie delle associazioni di cui fa parte per rendere note all’opinione pubblica le meccaniche che gestiscono l’immigrazione a livello legislativo e tutte le loro difficoltà e contraddizioni, partendo dall’apertura del primo Cpr grazie alla legge Turco-Napolitano del ’99. L’insensatezza di un centro per il rimpatrio sta proprio nel perché della sua creazione: per finire reclusi in uno di questi lager basta non avere documenti di identificazione con sé, situazione che ovviamente mette in crisi irregolari e persino richiedenti asilo. La follia di leggi sia italiane che europee, come la direttiva 115 sui rimpatri del 2008, è servita a Motta per mettere in evidenza come il meccanismo malato dei Cpr di fatto dia il via a un rimpallo giudiziario infinito: 30 giorni da trascorrere in attesa dell’udienza davanti al giudice di pace, che possono essere rinnovati sino a 180, ben sei mesi. Il centro di Milano dovrà ospitare tutti coloro giudicati irregolari provenienti dalle province lombarde, di fatto condannandoli già a un sovraffolamento con una pandemia in corso. «Nei Cpr si muore», perché al contrario del carcere che si basa comunque sul diritto carcerario, nel centro per il rimpatrio non esistono regole precise. Chi viene giudicato irregolare (e può anche essere chi per un caso può non essere riuscito a rinnovare il permesso di soggiorno) rischia di restare sei mesi in un inferno senza sapere che fine farà alla fine: «un vero e proprio purgatorio, un po’ come un girone dantesco, un po’ come un lager libico». Una specie di punizione che non si sa come diventerà dopo il decreto Lamorgese, con il rischio di fare esplodere uno scontro sociale fortissimo originato dal disagio di persone che semplicemente fanno richiesta d’asilo e si ritrovano esposte a covid in una struttura sovraffollata. La rete No Cpr ha comunque intenzione di non arrendersi: il 2 ottobre sotto la pioggia erano davanti alla prefettura per far sentire la loro voce, e continueranno a farlo in ogni luogo d’Italia per impedire che la barbarie del “decoro” uccida dignità umana e giustizia sociale.

Fabio Cani ha poi ripreso il microfono per ricordare don Roberto e la sua missione, rilanciando la richiesta della rete di Como senza frontiere ai cittadini e alle associazioni del territorio di andare avanti facendo proprio il messaggio di accoglienza e speranza che il parroco dava alla città intera, proprio per non dimenticarsi degli ultimi, come alcune figure istituzionali vorrebbero che si facesse. Per questo è importante sottoscrivere (di persona) l’appello di Como senza frontiere, come già oggi pomeriggio hanno fatto decine di persone.

C’è stato infine un breve spazio per alcuni interventi: Fabrizio Baggi del Prc Como, una delegata de La Comune e Arturo Boscarol dell’Unione degli studenti hanno concordato con quanto detto da Fabio Cani e Giovanni Motta e rilanciato l’idea che solo tutti insieme si può far cambiare idea, culturalmente e politicamente, sulle questioni dell’immigrazione e dell’accoglienza. A concludere il presidio la lettura dei nomi apposti sui cartelli dati ai manifestanti, per ricordarci che le regole sull’immigrazione vanno cambiate proprio per evitare che tragedie come quella del 2013 non si ripetano mai più. [Dario Onofrio, ecoinformazioni]

Guarda tutti i video di Musa Drammeh sul canale youtube di ecoinformazioni.

Guarda la galleria di foto di Dario Onofrio.

Di seguito, il testo dell’appello di Como senza frontiere, che si potrà sottoscrivere in molte occasioni pubbliche a partire dai prossimi giorni.

APPELLO

È il momento della responsabilità. È il momento di trasformare le lacrime che abbiamo versato per l’uccisione di don Roberto Malgesini in un’azione concreta che ravvivi il suo impegno: realizzare uno spazio pubblico in cui possano vivere con dignità coloro che lui ha amato.

Le istituzioni di Como hanno lasciato sole le tante persone impegnate nella solidarietà senza mettere a disposizione le necessarie strutture, gli indispensabili investimenti e, talvolta, ostacolando addirittura l’azione di don Roberto e di donne e uomini attivi nel volontariato e nella promozione sociale.

Per voltare pagina e ristabilire il vero decoro della città, da secoli luogo di accoglienza, oggi mortificata dall’incapacità istituzionale di garantire alle persone diritti vitali, con questa petizione chiediamo, in concordia con la petizione web che ha raccolto migliaia di adesioni su change.org, al Comune di Como di adempiere ai suoi compiti, mettendo a disposizione di tutti/e i senza dimora un dormitorio e centro diurno che affronti la vergognosa e irresponsabile situazione di persone costrette in strada in una delle città più ricche d’Italia. La struttura pubblica può e deve essere realizzata in uno degli spazi comunali idonei, per esempio il Centro di via Volta, da anni abbandonato e immediatamente disponibile, già predisposto per ospitare, con cucine efficienti e spazi per il soggiorno diurno, le persone in tutte le stagioni, in modo che possano non solo dormire, ma vivere.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: