Roberta Cairoli

16 aprile/ Bandite a Lurate Caccivio

banditeLa sezione Anpi Perugino Perugini di Como e circolo Arci Guernica di Bulgarograsso, in collaborazione con l’Isituto di storia contemporanea P.A. Perretta e con il comune di Lurate Caccivio promuovono giovedì 16 aprile alle 20.45 alla biblioteca comunale di Largo caduti per la Pace a Lurate Caccivio l’iniziativa Sebben che siamo donne, paura non abbiamo. Verrà proiettato il documentario Bandite di Alessia Proietti e Giuditta Pellegrini; un racconto corale in cui donne di diverse estrazioni sociali, culturali e politiche, esprimono la consapevolezza di una lotta che va oltre la liberazione dal nazifascismo e che segna una tappa decisiva nel percorso di emancipazione femminile. Interverrà Roberta Cairoli, ricercatrice storica, autrice del libro Nessuno mi ha fermata [2005, ed. Nodo Libri] che narra le vicende dell’Antifascismo e della Resistenza nel Comasco che hanno visto sovente protagoniste figure femminili, presenti su tutti i fronti. Ingresso libero.

21 febbraio/ Un confine tra Lario e Ceresio 1943-1945

Liberazione 21.02.15Convegni di studi, prima sessione, con Marino Viganò, ricercatore del Laboratorio di storia dell’Università della Svizzera Italiana, Roberta Cairoli, ricercatrice Istituto Pier Amato Perretta, Giuseppe Calzati, presidente Istituto Pier Amato Perretta, sabato 21 febbraio dalle 15 all’Auditorium dell’Istituto comprensivo di Menaggio, organizzano Cittadini insieme – Porlezza e Vali, Comuni di Menaggio e Porlezza, Cgil, Cisl, Uil, Anpi.

A Moltrasio ricordo di Gianna e Neri, partigiani e compagni

Il dovere di un ricordo: il circolo Arci Settima Generazione, insieme a un folto numero di associazioni, istituzioni e personalità pubbliche, ha organizzato venerdì 27 giugno una giornata in memoria dei due combattenti. Al pomeriggio, all’imbarcadero di Moltrasio, celebrazione in ricordo di Giuseppina Tussi, nome di battaglia Gianna. Alla sera, cena conviviale e “narrazioni e canzoni” a cura di Roberta Cairoli e Filippo Andreani.
«Tenetevi la gloria che volete, io mi tengo l’amore» .
Così cantavano gli Atarassia Gröp ne L’ultimo minuto di Gianna, canzone contenuta all’interno dell’album Non si può fermare il vento che racconta gli istanti finali di vita della partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia Gianna, uccisa poche settimane dopo la morte del suo compagno, Luigi Canali, nome di battaglia Neri.
Il circolo Arci Settima Generazione, insieme a un folto numero di associazioni, istituzioni e personalità pubbliche, ha organizzato venerdì 27 giugno una giornata in memoria dei due combattenti.
Al pomeriggio, presso l’imbarcadero di Moltrasio, circa 50 persone hanno assistito alla cerimonia. Una delegazione, in barca, si è diretta verso il pizzo di Cernobbio: «Ed è così che han preso a calci questa donna silenziosa, fiera come una bandiera, fragile come una rosa», ha cantato Filippo Andreani – autore del disco La Storia Sbagliata, interamente dedicato alla vicenda dei due partigiani – mentre Cecco Bellosi deponeva una corona di fiori nelle acque del lago, nel punto in cui si pensa sia stato gettato il corpo della Gianna.
In contemporanea, di fronte al molo, la presidente di Settima Generazione Lella Greppi ha ricordato la partigiana, sottolineando come la vicenda di Canali e Tuissi ripercorra in modo intenso e drammatico il cruciale periodo della rifondazione dell’Italia moderna, attraverso e oltre l’abisso della dittatura fascista, dell’occupazione nazista e delle distruzioni della guerra. «La sera del 23 giugno – ha raccontato Greppi – una motocicletta con tre persone a bordo fu vista fermarsi dalle parti del Pizzo di Cernobbio: si udirono urla, uno sparo, un tonfo. Il lago non restituì mai il suo corpo, ma è così che giunse a termine la vita di “Gianna”, protagonista della Resistenza comasca e della bella e tormentata storia d’amore che unì per sempre il suo nome a quello di Luigi Canali, il Capitano Neri, comandante partigiano della 52° Brigata Garibaldi e vicecomandante del Raggruppamento Divisioni D’Assalto Garibaldine Lombarde del Comasco e della Bassa Valtellina. I due furono partigiani comunisti, riconosciuti dalla Commissione istituita nel Dopoguerra, e alla causa della Resistenza sacrificarono le loro giovani vite: subirono un’imboscata, furono incarcerati e torturati dai fascisti; il capitano Neri riuscì a fuggire, ma nel frattempo furono sottoposti a un processo da un tribunale di guerra garibaldino che li condannò a morte sulla base di sospetti di collusione con il nemico, mai confermati dalle vicende successive. Latitanti, vennero reintegrati nella 52° Brigata Garibaldi a cui appartenevano, prendendo parte attiva alla cattura di Mussolini e dei gerarchi fascisti che stavano fuggendo all’estero con l’ oro di Dongo».

Da parte sua lo storico Giorgio Cavalleri ha ripercorso le complesse fasi della “riscoperta” di Neri e Gianna, riscoperta che è stata portata avanti grazie alla ricerca sua e del giornalista varesino Franco Giannantoni, oltre che dalle scelte politiche di un nutrito gruppo di esponenti del mondo resistenziale e della sinistra, dopo che per molti anni sulla vicenda era stato steso un velo di pesante silenzio, dettato dalla difficoltà di mettere a nudo le contraddizioni e i conflitti interni alle formazioni partigiane e soprattutto al Partito Comunista. Quella di Neri e Gianna è dunque una storia che racconta ancora molto su quegli, ed è una ferita ancora aperta, tanto che per esempio l’Anpi ha preferito non aderire ufficialmente, anche se molti suoi rappresentanti erano presenti all’imbarcadero di Moltrasio.

È una storia in cui si mischiano amore, lealtà, tradimento, morte. I sentimenti e i fatti storici s’intrecciano con tale forza che è difficile districare il groviglio. «I responsabili non furono mai individuati con certezza, – hanno scritto in un documento gli organizzatori della giornata – ma la verità storica dice che si trattò di alcuni loro compagni che avevano partecipato alla stessa lotta di Liberazione. Nella loro vicenda sono rintracciabili elementi importanti su cui soffermarsi a riflettere: il diritto all’eterodossia e alla libertà di pensiero, il diritto a vivere con passione una storia d’amore anche in condizioni estreme e precarie, il diritto a qualche istante di umana debolezza sotto tortura, dentro una lotta durissima grazie alla quale si stava scrivendo la storia».

Dopo la cena, la vicenda di Gianna e Neri è stata ripercorsa con la musica e la poesia di Filippo Andreani, che con la sua sola chitarra ha riproposto i brani di La storia sbagliata, e con la partecipata spiegazione di Roberta Cairoli, che ha affiancato alle canzoni gli avvenimenti e il contesto storico che hanno fornito il materiale alla narrazione.

Ad ascoltare c’è stato un pubblico numeroso, attento e commosso, consapevole che l’incontro è stato un momento importante nel percorso di riappropriazione dell’intera vicenda resistenziale comasca, dei suoi punti alti e anche dei suoi tragici errori, e soprattutto di tutte le sue figure, tra cui quelle di Neri e Gianna meritano una considerazione particolare. [Andrea Quadroni, Fabio Cani, ecoinformazioni]
La corona di fiori deposta al Pizzo, nelle acque del lago.

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Lella Greppi, del circolo Arci Settima Generazione.

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Giorgio Cavalleri.

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La barca con la corona di fiori muove da Moltrasio alla volta del Pizzo.

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Le spose di guerra/ emigrazione sentimentale

cassamagnaghi-spose-COPAlla biblioteca dell’Istituto di storia contemporanea P. A. Perretta, giovedì 5 giugno, è stato presentato il libro di Silvia Cassamagnaghi: Operazione Spose di guerra. Storie d’amore e di emigrazione [Feltrinelli, 2014]. Un libro che parte dal fascino dello straniero sorridente (con il problema della lingua i sorrisi abbondavano), che lontano dalla sua terra cerca rapporti umani e affettivi, per poi entrare nelle storie d’amore in un tempo storico specifico, un segmento tra tutti gli accadimenti generati dalla guerra. Riguarda un tema marginale, ma quello presentato è un libro che copre un vuoto. Roberta Cairoli, lo ha definito : « il primo studio organico sulle spose di guerra tra il 1943 e il 1945, in grado di unire rigore scientifico e capacità narrativa».
Sono circa 10 mila i matrimoni tra italiane e militari americani durante la seconda guerra: si parla di emigrazione sentimentale. Il sentimento, unito forse all’incoscienza della giovinezza, fa affrontare un percorso faticoso e ostacolato dalla pubblica opinione, che mortifica chi viola il codice sociale di appartenenza :“le ragazze perbene non sposano gli americani!”. Anche gli americani cercavano di scoraggiare tali unioni, parlando delle segnorine, come donne dalla dubbia morale che cercavano una via facile e veloce per la terra promessa. Alla conclusione della guerra, gli Stati Uniti affronteranno la questione attraverso il war brides act, che permetterà alle mogli straniere di raggiungere i coniugi oltre oceano, con specifici dossier sulla salute e sulle abitudini delle donne.
Il tema, e quindi il capitolo, più caro all’autrice è quello sulle unioni interrazziali. Le difficoltà che incontravano queste unioni erano le medesime in entrambi le nazioni: basti ricordare che in America erano vietate. E’ stato citato il tragico fenomeno dei “mulattini”: bambini abbandonati, vittime di infanticidio per il disonore portato nella vita della giovane madre. A tal proposito è venuta alla mente nella riflessione finale la canzone Tammurriata nera, scritta da Edoardo Nicolardi, che nel 1945 era direttore amministrativo di un ospedale di Napoli. Sempre rimanendo a Napoli, e nell’ambito musicale, si è parlato di una vicenda analoga legata al sassofonista italiano James Senese. Quando le fonti tradizionali non bastano, è importante attingere alla ricostruzione visiva e alla rievocazione sonora, per vedere un quadro dalle ampie pennellate.

E’ stata una presentazione piena di aneddoti sulla vita di queste spose di guerra, che la storica Cassamagnaghi ha presentato con passione. Particolare insolito, la proiezione come sottofondo, del film di Luigi Zampa Un americano in vacanza. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

9 aprile/ Con le fabbriche dalle lotte operaie alla libertà

Gli scioperi del marzo 1944 rappresentano, a Como come nel resto dell’Italia settentrionale occupata dai nazifascisti, il momento fondamentale della saldatura tra resistenza in armi e resistenza civile, e furono quindi per la Repubblica Sociale Italiana e per le forze armate del III Reich il segnale evidente che la lotta antifascista era la lotta di un intero popolo.

A Como e nei dintorni, la protesta fu forte in tutti gli stabilimenti in funzione (altre fabbriche erano, in quei giorni, ferme per carenze energetiche). Alle Cartiere Burgo di Maslianico il lavoro fu fermato il 3 marzo, alla Bruno Pessina di Borgo Vico lo sciopero fu sventato all’ultimo momento, alla Castagna di viale Varese e alla Tintoria Comense le maestranze incrociarono le braccia la mattina del 6 marzo, subendo quindi l’intervento della polizia e dei militi fascisti. La dura repressione che ne seguì fu però vigliaccamente attuata nel corso della notte seguente, quando le persone individuate come responsabili delle proteste furono arrestate e quindi avviate ai campi di concentramento in Germania.

Dalla Tintoria Comense subirono la “condanna” alla deportazione Ada Borgomainerio, Ines Figini, Rinaldo Fontana, Giuseppe Malacrida, Angelo Meroni, Pietro Scovacricchi; dalla Castagna Antonio Carbonoli, Ariodante Gatti, Giuseppe Rodiani. Di loro fecero ritorno solo un uomo, Giuseppe Malacrida, che però morì pochi mesi dopo per le sofferenze subìte, e le due donne Ada Borgomainerio e Ines Figini.

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Il 9 aprile 2014, in ricordo degli scioperi contro il fascismo e contro la guerra svoltisi nel marzo 1944 nella fabbriche di Como, le organizzazioni sindacali Cgil-Cisl-Uil, Acli, Anpi, Anppia, Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” e Centro studi “Schiavi di Hitler” e con il patrocinio del Comune di Como, hanno organizzato la giornata “Con le fabbriche dalle lotte operaie alla libertà” che si svolgerà nell’aula magna del Politecnico di Como, in via Castelnuovo.

Il programma della giornata prevede al mattino l’incontro delle scuole con Ines Figini, testimone di quei fatti e capace di restituirli nel racconto con grande emozione, e nel pomeriggio l’approfondimento delle vicende storiche legate agli scioperi con i contributi di Roberta Cairoli, storica, e Claudio Dellavalle, docente e presidente dell’Istituto di Storia della Resistenza di Torino, e l’intervento conclusivo di Antonio Pizzinato, presidente onorario regionale dell’Anpi. Il pomeriggio, dedicato in particolare a lavoratrici e lavoratori, è aperto a tutta la popolazione.

 

Per l’occasione è stata realizzata una mostra che sintetizza gli avvenimenti del marzo del 1944 e li considera nel contesto della città e dell’epoca.

Viene anche ristampato il volume I cancelli erano chiusi, dedicato agli scioperi e alla situazione nella fabbriche comasche, pubblicato da NodoLibri dieci anni fa per iniziativa della Cgil e dello Spi.

Resistenti e Resistenza all’Istituto di storia contemporanea

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All’Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como il 14 marzo, per il ciclo di incontri sulla storiografia locale, ha parlato la storica e ricercatrice Roberta Cairoli. Il libro Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945 [NodoLibri, 2005], come ha dichiarato Patrizia Di Giuseppe, «rappresenta una valida ricerca sia per le fonti scandagliate, sia per la modalità narrativa usata». È stato un incontro diverso dai precedenti per la metodologia utilizzata, quella dell’intervista, in cui Patrizia Di Giuseppe ha indirizzato l’autrice nel raccontare le storie presenti all’interno del libro. La scelta di opporsi al regime, per le donne, ha rappresentato la voglia di uscire dalla guerra;  in alcune il sentimento antifascista è stato alimentato all’interno della famiglia. Scegliere di porsi contro il regime, per una donna, è diverso che per un uomo, perché significa trasgredire e superare i codici della società. Questo permette alla donna uno slancio in autonomia e libertà, ma anche forme di sospetto da parte di quelli che dovrebbero essere i propri compagni di lotta. Partendo dalle antifasciste della prima ora, Roberta Cairoli è arrivata a spiegare il maternage di massa, già proposto come categoria storica da Anna Bravo, per cui il ruolo materno, con la sua peculiarità di cura, viene esteso alla sfera pubblica. Dopo l’8 settembre, le donne aiutarono gli uomini a spogliarsi dagli abiti militari per la grande diserzione; da quel momento in poi, hanno sfamato, accudito, nascosto e si sono mosse nella resistenza civile, interpretata come lotta di opposizione al fascismo. La resistenza è stata la lotta per uscire dalla guerra e le donne, in modo diffuso, hanno rifiutato la guerra con modalità non violente. Il loro ruolo è stato assolutamente indispensabile alla guerra partigiana, poiché hanno coinvolto altre donne tessendo rapporti solidali, dando così un valore politico alle relazioni personali. Anche loro hanno pagato la loro scelta con la clandestinità, la condanna, il carcere e la morte. La resistenze delle donne è stata trasversale ad ogni ceto sociale, dalle operaie alle borghesi.
Tra i documenti analizzati, la ricercatrice ha tenuto a parlare dell’importanza del Casellario politico centrale, dove venivano schedati i sovversivi. Le schede relative alle donne comasche sono limitate, ma fanno comprendere il grado di pervasività totalizzante del regime, che controllava amicizie, letture, archiviava gli stenogrammi degli interrogatori e le fotografie. Si pensa spesso che donne e armi siano incompatibili, in quanto in contrasto con la maternità; ma le donne narrate nel libro raccontano della domesticità, della seduzione, della femminilità usate come armi per depistare il nemico. Anita Pusterla, Francesca Ciceri e Ginevra Bedetti Masciadri sono solo alcune delle donne che vengono raccontate nel loro agire. Alcuni espedienti: mettevano le armi nel passeggino del figlio, avevano borse con il doppio fondo, cambiavano colore dei capelli, inserivano i bigliettini, che recavano informazioni segrete, nei gomitoli di lana. E per chi ancora fatica a comprendere, e crede che il loro ruolo fosse marginale, di retrovia: le gappiste fungevano da informatrici, studiavano le abitudini dei fascisti, indicavano i luoghi degli incontri, agivano con scaltrezza. La veloce conclusione si è concentrata su una delle storie più controverse del territorio: la Gianna e il Neri, vicenda che ha spaccato l’Anpi e che meriterebbe più che un resoconto veloce dei fatti, e sembra negli interessi dell’Istituto, ridare spessore ad una vicenda ancora non chiarita. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

14 marzo / Resistenti e Resistenza all’Istituto di Storia Contemporanea

Per il secondo ciclo di seminari sulla storiografia della Resistenza, organizzato alla Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, il 14 marzo 2014 alle ore 17.30 si presenta Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945, relatrici sono, oltre all’autrice Roberta Cairoli, Patrizia Di Giuseppe e Marinella Fasani. Ingresso libero.

Collaborazionismo femminile nazifascista

dallapartedelnemicoIntervista a Roberta Cairoli autrice del testo Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana (1943-1945), Milano-Udine, Mimesis, 2013, pp. 262, euro 20.

Il tema del “collaborazionismo femminile nazifascista” è stato finora poco affrontato dalla storiografia. Quali sono le ragioni di questo ritardo? Le ragioni sono diverse: la dispersione e la frammentarietà delle fonti; il “policentrismo” della Repubblica sociale italiana; la scomparsa o il silenzio delle protagoniste di quel periodo, spinte dal desiderio di rimuovere un’esperienza finita male o di occultare un passato scomodo e, non ultima, la reticenza degli storici a trattare un fenomeno ritenuto, a torto, marginale unita alla difficoltà di decifrare un microcosmo femminile così complesso. Va detto, inoltre, che per lungo tempo, la storiografia ha espulso i fascisti di Salò dalla storia d’Italia persuasa, come ha sottolineato Claudio Pavone, che la Rsi – rubricata come governo fantoccio –  andasse combattuta ed eliminata ut sic, in blocco, senza preoccuparsi di indagare a fondo le differenze esistenti nel corpo del nemico e i margini di consenso di cui poteva aver goduto.

Nel libro viene compiuta una rilettura del Servizio ausiliario femminile e, in particolare, dell’immagine che dell’ausiliaria ci è stata trasmessa dalla pubblicistica di Salò e dalla memorialistica dei reduci. Quale realtà emerge dalla documentazione che hai analizzato? La pubblicistica di Salò e la memorialistica successiva maschile e femminile hanno veicolato un modello ideale di militante fascista, l’ausiliaria, una donna giovane, dall’ardente fede patriottica, dalla moralità ineccepibile e, soprattutto non armata, non violenta, una sorta di eroina o di martire che si è sacrificata sull’altare della Patria.  Ciò ha prodotto, da un lato, la cancellazione delle responsabilità individuali, depoliticizzando la scelta di servire la causa della Rsi e dell’occupante tedesco, dall’altro, la rimozione di un protagonismo femminile “altro, non riconducibile, cioè, alla categoria delle ausiliarie. La lettura incrociata del materiale d’archivio ci consente, invece, di misurare lo scarto tra realtà e rappresentazione/autorappresentazione. Le carte processuali e la documentazione proveniente dall’Ufficio di controspionaggio dell’Oss (Office of Strategic Services), in particolare, svelano la presenza e il ruolo per nulla marginale svolto dalle ausiliarie nei servizi informativi e negli apparati repressivi fascisti e tedeschi, tanto da rendere difficile, in non pochi casi, distinguerle dalle collaborazioniste, non irreggimentate nel Saf, responsabili dell’arresto, della tortura e dell’uccisione di antifascisti, partigiani ed ebrei o coinvolte nelle azioni di rastrellamento e nelle pratiche di violenza contro partigiani e civili. Pensiamo, inoltre, che il Saf costituì il principale serbatoio di reclutamento delle “agenti segrete” arruolate e addestrate dai tedeschi per compiere missioni di spionaggio, sabotaggio e controspionaggio nel territorio italiano occupato dagli Alleati.

Le collaborazioniste hanno agito prevalentemente come delatrici e spie, segnando spesso drammaticamente, come hai appena detto, la sorte di partigiani, civili ed ebrei. Chi erano queste donne? E quali moventi stanno alla base delle loro azioni? In base a un criterio di rappresentatività, ho inquadrato le delatrici in tre categorie: quelle ideologicamente motivate che aderirono alla Rsi, iscrivendosi al Pfr  (Partito fascista repubblicano) o militando nel Servizio ausiliario femminile (Saf) o nei Fasci femminili repubblicani, donne che non avevano, nella maggior parte dei casi, la percezione soggettiva della delazione: smascherare, denunciare, consegnare e punire “i traditori della Patria” era considerato naturale, giusto e legittimo; la seconda categoria comprende donne “comuni”, diverse fra loro per età, provenienza sociale e culturale, condizioni familiari: più presenti e libere di muoversi sul territorio, meno sospette e sospettabili degli uomini, seppero intrecciare le pratiche del quotidiano con un’abile attività informativa. Furono spinte ad agire da moventi diversi, “amor di patria”, ammirazione per i tedeschi, odio ideologico, denaro, fame, gelosie, invidie, rancori personali, spirito di vendetta e desiderio di rivalsa sociale;  infine, per ultime, le donne vicine al movimento partigiano che, una volta arrestate, cedettero per paura o sotto il peso di un ricatto. Certamente, l’apporto informativo più prezioso fu fornito da soggetti organicamente inseriti in strutture deputate a svolgere attività di spionaggio politico e militare e di controspionaggio, come, ad esempio, le agenti degli Upi (Uffici politici investigativi) della Gnr o dell’Sd (Sicherheitsdienst), il servizio di informazione e di spionaggio delle SS. In gran parte si trattava di donne “di provata fede fascista”, iscritte al pfr o provenienti dai servizi ausiliari femminili, o donne allettate dalla possibilità di arricchirsi facilmente e rapidamente. D’altra parte, al lavoro informativo potevano aggiungersi compiti operativi: operazioni di rastrellamento contro i partigiani, armi in pugno,  identificazione  delle vittime da destinare alla fucilazione,  o partecipazione agli interrogatori e alle torture.

In che misura gli stereotipi sul femminile hanno influito sul giudizio di condanna pronunciato dalle Corti d’assise straordinarie? Come venivano rappresentate e come si autorappresentavano le imputate di collaborazionismo? Agli occhi delle Corti, l’essere donna poteva costituire, a seconda  del crimine commesso o della rispondenza o meno a un certo immaginario femminile, un’attenuante  o un’aggravante. Emerge abbastanza chiaramente l’incapacità delle Corti di andare oltre le rappresentazioni culturali e sociali del comportamento femminile. Scorrendo, infatti, le sentenze si coglie una tendenza generale a ridimensionare e a sminuire le responsabilità femminili, attribuendo alle donne una minore capacità di giudizio. La debolezza del soggetto femminile incapace di autodeterminazione apparve in molte situazioni il terreno condiviso dagli avvocati difensori e dalle imputate stesse che si autorappresentavano come vittime di circostanze superiori o inconsapevoli dell’atto compiuto. Come ha sottolineato  Natalie Zamon Davis, le donne, in quanto “sesso lussurioso, disordinato e instabile”, non sono state ritenute complessivamente responsabili del loro operato. Sono state così assolte più facilmente degli uomini per la stessa condotta, anche se tale condotta era violenta. È pur vero che le donne furono sottoposte a una sorta di “doppio processo”: il riferimento alla dubbia condotta morale e alla trasgressione sessuale delle collaborazioniste fu una costante, costituendo spesso un’aggravante all’accusa. Tuttavia, il giudizio sulla moralità finì, in qualche caso   per  offuscare o sottovalutare la gravità dei crimini commessi.

La Corte Suprema di Cassazione ha quasi sempre ribaltato le sentenze di condanna in primo grado, mitigando la pena o assolvendo le imputate. Quanto ha pesato “l’amnistia Togliatti” sulla loro scarcerazione? L’ «amnistia Togliatti» – entrata in vigore il 22 giugno 1946 –  o meglio, la sua interpretazione estensiva da parte dei giudici,  spalancò di fatto le porte del carcere a molte fasciste condannate dalle Corti d’assise straordinarie che già si erano viste ridurre notevolmente la pena dalla Corte di Cassazione. Nei processi celebrati in primo grado o finiti in Cassazione dopo l’entrata in vigore dell’amnistia, la maggior parte delle donne coinvolte anche in gravi fatti di delazione verranno amnistiate, a meno che non fosse provato lo scopo di lucro, “causa ostativa all’applicazione del provvedimento”. Tra riduzioni e condoni furono pochissimi comunque gli anni di carcere. Di fatto, l’amnistia suggellò il fallimento dell’epurazione, e mi trovo d’accordo con  Franzinelli nel dire che fu il dispositivo chiave per dare un colpo di spugna alle responsabilità fasciste. [Rosa Mucerino per ecoinformazioni]

Le donne nella Resistenza nel comasco

L’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta e l’Anpi di Como hanno organizzato nella serata di venerdì 23 marzo l’incontro Le donne della Resistenza nel Comasco, con Roberta Cairoli autrice del libro Nessuno mi ha fermata (Roberta Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del Comasco 1922 – 1945, NodoLibri, Como, 2005, 288pagine, 20 euro.) e Wilma Conti, testimone della Resistenza.  (altro…)

Le donne nella Resistenza nel comasco: incontro con Roberta Cairoli

L’Istituto di storia contemporanea Pier Armando Perretta  e l’Anpi di Como presentano l’incontro Le donne della Resistenza nel comasco. Venerdì 23 marzo alle 18 nella biblioteca dell’Istituto di storia contemporanea in via Brambilla 39 a Como, Roberta Cairoli, autrice del libro Nessuno mi ha fermata (NodoLibri, 288 pagine, 20 euro) racconterà le storie di antifascismo e resistenza nell’esperienza delle donne nel comasco nel periodo 1922-1945.

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