LAC: nuovo centro culturale per Lugano

Da sabato 12 settembre l’offerta culturale di Lugano si è arricchita di un nuovo, fondamentale elemento: è stato infatti inaugurato il LAC (l’acronimo, che richiama quel lago su cui si affaccia, è semplice: Lugano Arte Cultura).

Il nuovo “polo” culturale – difficile darne una definizione univoca – si propone un obiettivo ambizioso: «dedicato alle arti visive, alla musica e alle arti sceniche, si candida a diventare uno dei punti di riferimento culturali della Svizzera, con l’intento di valorizzare un’ampia offerta artistica ed esprimere l’identità di Lugano quale crocevia culturale fra il nord e il sud dell’Europa», secondo quanto è scritto proprio all’inizio del comunicato stampa ufficiale. A questo ambizioso obiettivo corrisponde d’altro canto uno sforzo impegnativo. Ideato nell’ormai lontano 1999, il nuovo polo venne messo a concorso per la realizzazione architettonica nel 2001; vincitore risultò Ivano Gianola (nato a Biasca nel 1944); i lavori iniziarono con la posa della prima pietra nel 2010 e hanno trovato conclusione in questi giorni (a parte alcuni dettagli minuti, l’edificio sembrava venerdì scorso in conferenza stampa davvero finito e perfettamente efficiente). Da capogiro l’investimento: 200 milioni di franchi svizzeri; sbalorditiva anche la previsione di budget annuale (ipotizzato in 28 milioni di franchi). Si tratta – con ogni evidenza – di un “investimento strategico”, così come è stato più volte sottolineato dai vari interventi degli amministratori luganesi.

Astraendo, per il momento almeno, da qualsiasi confronto con ciò che accade di qua dal confine (e mettendo quindi da parte anche la botta d’invidia subìta), vale la pena provare a raccontare il centro nei suoi vari aspetti.

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L’edificio è imponente. Costituisce una sorta di porta d’accesso alla città storica quasi al limite meridionale del lungo lago e si dispone in continuità con uno dei principali monumenti luganesi, la chiesa di Santa Maria degli Angeli che ospita la notissima Crocifissione di Bernardino Luini; tra l’antica chiesa francescana e il nuovo centro culturale si trova il grande edificio un tempo dell’Hotel Palace, che ingloba anche una parte dell’antico chiostro e convento, da lungo tempo sottratto alla fruizione pubblica e ora completamente restaurato (secondo il progetto dello studio Giraudi e Wettstein). L’edificio del LAC è imponente, si diceva (ben 180.000 metri cubi per una superficie costruita di 29.000 metri quadri), ma è articolato in modo da non risultare incombente: non solo è preceduto da una vasta piazza che fa da filtro verso il lungo lago, ma è anche “sfondato” sul lato sinistro, così che l’intera ala appare come una struttura quasi aerea, protesa verso il lago. Quest’ala laterale è rivestita di marmo verde del Guatemala, mentre la parete di fondo della piazza, che costituisce la porta d’ingresso del centro è quasi completamente vetrata, in modo da alleggerirne l’impatto visivo.

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All’interno dell’edificio stanno, insieme a tutti i servizi essenziali (biglietteria, caffetteria, libreria ecc.), i nuclei principali del museo d’arte (a sinistra entrando) e della sala teatrale (a destra), nonché altri spazi accessori come il teatro studio per rappresentazioni più concentrate.

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Se gli spazi del Museo possono considerati in una certa misura “tradizionali” (o meglio: perfettamente inscritti nella linea “neutrale” degli allestimenti museali), la grande sala teatrale è invece fortemente espressiva e punta evidentemente a diventare uno degli elementi più riconoscibili e riconosciuti del LAC.

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Non bisogna poi dimenticare che il LAC ha due satelliti; uno vicino, giusto al di là della strada che scende dal fianco della collina: lo Spazio -1; un altro più distante: ed è l’ex Museo Cantonale d’Arte di Palazzo Reali.

Per l’inaugurazione, in questo complesso di spazi, hanno trovato posto cinque mostre (più un’installazione): anche questo uno sforzo gigantesco, vista anche la grande qualità delle proposte.

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La prima e più grande esposizione, distribuita negli spazi principali al secondo e primo piano (si parte dall’alto), è intitolata Orizzonte Nord-Sud ed è dedicata ad alcuni protagonisti dell’arte “moderna” tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, messi a confronto e in dialogo tra loro. Questo approccio, già sperimentato negli anni scorsi a Lugano con risultati notevoli (in particolare nella bellissima mostra su Klee e Melotti), produce anche in questo caso esiti sorprendenti. Alcune coppie possono essere magari ritenute “ovvie”, come quella formata da De Chirico e Böcklin, ma altre sono – secondo il modestissimo parere di chi scrive – assolutamente illuminanti: il pittore “nazionale” svizzero Ferdinand Hodler e lo scultore italiano Adolfo Wildt risplendono di luce incrociata, e – sinceramente – non mi era mai capitato di guardare a Wildt come dopo aver visto anche le opere di Hodler; ancora più entusiasmante il confronto tra Felice Casorati e Felix Valloton, che rivela indiscutibili affinità di vibrazioni anche nei corpi femminili levigati. La mostra, che contiene opere di autori del calibro di Piranesi, Caspar Wolf, Turner, Klee e altri, si chiude con due autentici giganti della modernità: Lucio Fontana e Augusto Giacometti. L’ultima opera L’homme qui marche (L’uomo che cammina) di Giacometti, che si staglia sullo sfondo della grande vetrata aperta sul Ceresio, vale – vi assicuro – il viaggio.

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All’ingresso di questa esposizion è stata collocata l’opera di Zimoun, considerato uno dei più interessanti giovani artisti elvetici; l’installazione è costituita da 171 scatole di cartone entro cui oscillano palline di cotone fissate ad aste vibranti, con un notevole effetto ritmico, visivo e sonoro (l’opera ha attirato l’attenzione delle persone anche durante l’affollatissima conferenza stampa).

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Al piano -2 del LAC sta una mostra che è stata voluta – come ha sottolineato la curatrice – per “alleggerimento”. Le sculture di “luce solida” di Anthony McCall (fasci di luce in movimento nello spazio buio con cui si può e si deve interagire) sono in effetti divertenti – e hanno coinvolto persino i compassati giornalisti e storici dell’arte presenti alla conferenza stampa – ma sono non di meno di grande intelligenza e finezza linguistica. Un buon esempio di come “leggerezza” e “rigore” si possano sposare: verificare per credere.

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Si passa quindi a uno dei satelliti, lo Spazio -1 di là della strada, dove è allestita la Collezione Olgiati, grande collezione privata concessa in deposito alla città di Lugano. L’esposizione, che verrà modificata col passare del tempo, annovera attualmente artisti delle avanguardie storiche come il futurismo, così come esponenti più recenti e addirittura attualissimi: tra i nomi più noti Depero, Boccioni, Fontana, Burri, Boetti, Capogrossi, Klein, Manzoni; ma sarebbe un errore fermarsi al già noto, poiché le sollecitazioni provenienti da opere diverse e poco note sono innumerevoli.

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All’ingresso dello Spazio -1 serve da “introduzione” alla Collezione Olgiati un’importante antologica di Giulio Paolini, che ha riunito per la prima volta tutte le opere del ciclo Mnemosine (Les Charmes de la Vie), realizzate tra 1981 e 1990 e qui allestite con uno spirito teatrale particolarmente affascinante. Un’occasione pressoché unica di verificare dal vivo l’opera di uno dei principali artisti italiani contemporanei.

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L’altro satellite, il Palazzo Reali al capo opposto della città, presso l’oratorio di San Rocco, ospita la mostra In Ticino, in un certo modo completamento dell’Orizzonte Nord-Sud; con riferimento allo stesso secolo 1850-1950, qui sono esposte le opere degli artisti attivi a sud del Gottardo: artisti locali magari formati all’estero (in Italia principalmente) e artisti stranieri trasferiti intorno al Ceresio e al Verbano. L’elenco dei nomi è di tutto rispetto e questa esposizione non sfigurerebbe nemmeno se presa a sé stante: da Giovanni Serodine, Pier Francesco Mola e dagli architetti Carlo Maderno, Francesco Borromini, Domenico Fontana e Domenico Trezzini, fino a Giocondo Albertolli, per passare poi allo scultore  Vincenzo Vela (di cui si presenta anche il bellissimo piccolo bozzetto del Monumento a Garibaldi di Como), Edoardo Berta, Filippo Franzoni, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti, poi ancora Marianne Werefkin, Alexej Jawlenski, Paul Klee, Ignaz Epper, Fritz Pauli, Johannes Robert Schürch  per finire con il gruppo di artisti raccolto a Locarno da Remo Rossi: Jean Arp, Hans Richter, Fritz Glarner e Italo Valenti, oltre a Julius Bissier e Ben Nicholson.

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Che dire ancora?

Che non è stato dimenticato nemmeno il versante didattico, o – come si dice di là dal confine – “della mediazione”, con la creazione di uno specifico dipartimento LAC Edu.

Che il nuovo LAC ha comportato anche una ristrutturazione dei musei luganesi, con la fusione del museo cantonale e dei due musei cittadini in una nuova entità, il Museo d’Arte della Svizzera Italiana (in acronimo: MASI).

E che l’“inaugurazione” durerà due settimane, con appuntamenti artistici, musicali, teatrali.

Dopo aver goduto delle occasioni offerte, credo che ci sia anche molto da meditare.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

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