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Dacia Maraini con gli studenti del Volta

 

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La mattina di sabato 7 ottobre nell’Aula Magna del Liceo ginnasio “Alessandro Volta”, Dacia Maraini ha incontrato gli studenti che durante lo scorso anno hanno partecipato come giurati al Premio internazionale di scrittura Città di Como. Eppure non si è parlato né del concorso né di letteratura, ma grazie alle domande dei ragazzi il dialogo ha potuto toccare alcuni nodi fondamentali dell’esperienza personale e professionale della scrittrice.

Mediatori dell’incontro sono stati Marina Doria, professoressa del Liceo, Angelo Valtorta, preside del liceo, e Giorgio Albonico, presidente del premio Città di Como, ma il dialogo tra la scrittrice e gli studenti delle classi I e II liceo, sezione B, e i maturandi delle sezioni A, B e C, ha da subito preso il via senza intoppi, evolvendosi in modo autonomo.
Il tutto ha avuto come centro le domande degli studenti stessi, a partire dalle quali il dibattito ha preso pieghe talvolta inaspettate. Solo in principio infatti si è rimasti legati ai temi della scuola e dell’educazione, preannunciati come sfondo dell’intero incontro. Di rilievo soprattutto l’intervento della scrittrice sull’uso odierno della lingua italiana, stimolato dalle domande di Lorenzo Ostini e Andrea Luisetto. Le radici culturali della scrittrice sono infatti molto variegate: sua madre era di origine siciliana, suo padre toscano e grazie ai nonni poteva vantare anche origini inglesi, cilene, polacche e svizzere, per non parlare del lungo periodo dell’infanzia trascorso in Giappone, con tutte le disgrazie legate a quell’esperienza.
Nonostante questa grande varietà, Dacia Maraini è fiera di vantare come propria lingua madre l’italiano, la cui conoscenza e il cui utilizzo ha mantenuto per tutta la vita, a differenza del giapponese che è andato via via perdendosi, per sopravvivere solamente nei ricordi d’infanzia. La scrittrice difatti si è rivelata una sincera e accanita sostenitrice dell’integrità e dell’identità culturale che la lingua italiana è in grado di fornire. Ha fatto notare agli studenti come, con l’avanzare dei fenomeni della globalizzazione e della tecnicizzazione di numerosi aspetti della vita quotidiana, sempre più spesso divenga inevitabile ricorrere ad anglicismi. «Ma la lingua è come una conchiglia», spiega la scrittrice agli studenti, «che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle» . Qualche eccezione, dunque, può andare bene, ma alla lunga il rischio è quello di perdere l’integrità linguistica che è poi simbolo diretto dell’integrità di un paese.
Non dobbiamo scordarci infatti che uno degli elementi imprescindibili per il mantenimento dell’identità di un paese è la lingua. Un discorso che riecheggia inevitabilmente quelli del compagno di viaggio e amico di vita Pasolini, richiamando tramite la voce della scrittrice il ricordo di un intellettuale di cui non smettiamo ancora di piangere la prematura scomparsa.

Più criptico però si fa il suo intervento quando viene toccato il tema dell’immigrazione; al riguardo, Dacia Maraini è categorica: se si vuole stare in Italia, bisogna saper parlare l’italiano e imparare a conoscere la Costituzione. Senza se e senza ma, senza, colpevole il tempo ridotto dell’incontro, poter approfondire il tema, quanto mai attuale, di un sistema di accoglienza e integrazione che non funziona e non riesce a decollare. Si glissa velocemente sull’argomento, per tornare sull’integrità di una lingua che non ne vuole sapere di rimanere integra: come fanno notare gli studenti, in certi ambiti, primo tra tutti quello tecnologico, è impossibile evitare gli anglicismi. «Allora, Andrea» esorta la scrittrice rivolgendosi direttamente allo studente che le ha sottoposto la questione, «bisogna arricchire la nostra lingua e far corrispondere a strumenti nuovi termini nuovi».
Dacia Maraini ha invitato gli studenti stessi del liceo a non sorvolare sulla questione, ma a dare il via a un progetto che permetta di trovare gli equivalenti italiani dei termini stranieri ormai entrati nell’uso comune. Un progetto che, sostiene l’autrice, potrebbe rivestire un’importanza sostanziale nell’odierno discorso sulla lingua e suscitare l’interesse nazionale. Uno spunto di lavoro che si spera non rimarrà inascoltato dagli studenti del liceo, che con la nostra lingua hanno a che fare per tutto il loro corso di studi.

Dalla lingua si è passati con scioltezza al tema del femminismo, altrettanto caro alla scrittrice. Il discorso è introdotto dalla domanda di una studentessa, che ha preso spunto dall’intervento all’Onu di Emma Watson, attivista e attrice britannica, secondo la quale Il femminismo non è “un bastone con cui picchiare altre donne”. Dacia Maraini si dice solidale a questa posizione e aggiunge che il femminismo ha costituito per lungo tempo un’ideologia che è stata in grado di unire molte donne sotto una stessa bandiera. Oggi, però, le ideologie sembrano essere morte: nel nostro paese in particolare, come però nel resto del mondo, siamo di fronte ad un vuoto di ideologie allo stesso modo che, negli anni Settanta, ci trovavamo ad affrontare un vuoto di potere nella politica italiana.
E i due fenomeni vanno di pari passo: la mancanza di ideologie rende di fatto sterile la politica odierna. Anche il femminismo dunque si svuota di senso, tanto che secondo la scrittrice non è più possibile parlare di femminismo in senso proprio. Ciò che però in particolare Dacia Maraini si è sentita di incolpare è stata la pretesa di utilizzare il femminismo per offendere altre persone, e in particolare altre donne. «Non me la prendo con chi si spoglia troppo, ma con l’estetica della seduzione». La sua è dunque una critica al sistema che cerca, però, di perdonare le persone che ne rimangono vittime. Una critica marcusiana alla società del benessere, dove non si muore di fame, ma si soffre per l’inarrestabile dissacrazione della persona umana, la cui complessità viene ridotta a una gamba scoperta. «E’ un linguaggio limitativo perché una persona è molto più di questo, una persona è fatta di storie, è complessa e in quanto tale deve essere compresa nella sua interezza, altrimenti la si limita e se ne impoverisce la realtà». Un argomento che, con tutte le complicazioni e contraddizioni che una posizione di scontro col sistema e non con i singoli potrebbe suscitare, sicuramente sarebbe valsa la pena di approfondire, ma i tempi stringenti dell’incontro hanno nuovamente spinto le sue parole verso altri lidi.

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La curiosità degli studenti infatti si è rivolta anche al viaggio, altro filo rosso della vita di questa scrittrice che, possiamo dirlo, ha vissuto e viaggiato quasi ovunque. Alla richiesta di specificare quali siano i luoghi del mondo in cui si sente a casa, Dacia Maraini ha ribattuto che i luoghi cambiano in continuazione. A tal proposito ha fatto l’esempio del suo recente viaggio in Nigeria, dove ha partecipato a una riunione di donne provenienti dai vari Paesi in guerra per richiedere la fine dei combattimenti che, inevitabilmente, strappano loro i figli. Ma l’Africa è profondamente cambiata agli occhi della scrittrice, che la vede cosparsa come non mai di morte e dolore. Vorrebbe tornare agli anni Settanta, quelli dei viaggi in Africa con il compagno Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, quando si viaggiava per il mero gusto del viaggio. D’altra parte, ricorda la scrittrice, non dobbiamo dimenticare che anche l’Italia è un prezioso scrigno di meravigliosi luoghi, borghi medievali talvolta dimenticati dal mondo, che sanno sempre suscitare la nostra meraviglia. E poi la scrittrice si tiene stretti al cuore i luoghi dell’immaginazione, quelli dei libri: la Londra di Dickens, come la Russia di Gogol’ e Čechov, sono luoghi che le appartengono, afferma con orgoglio, approfittando per invitare gli studenti alla lettura, perché in grado fornire l’unica inesauribile ricchezza per una vita sempre ricca di viaggi.

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E di nuovo sul femminismo, ma questa volta a livello più personale: Dacia Maraini spiega che a sua volta, in quanto donna, ha avuto difficoltà ad affermarsi come scrittrice. «All’inizio non venivo capita» afferma, per poi spiegare ai ragazzi che la parità di diritti è il risultato di un processo storico che prende il via da eventi lontanissimi nel tempo, ma che non per questo sono meno importanti nel cammino per uscire da una società androcentrica fin dalle sue origini. In questo senso il mondo occidentale è stato enormemente segnato da eventi quali la Rivoluzione francese, così come per l’Italia è stata fondamentale la lotta partigiana per la Liberazione. Tutti fenomeni che hanno portato all’affermazione della parità per i diritti. Ma è un’acquisizione estremamente giovane questa, se si pensa che nel 1981, solo nel 1981, venne promulgata la legge contro il diritto d’onore. La strada da fare è ancora tantissima in Occidente e appena agli inizi in altre parti del mondo. La scrittrice ha sottolineato come, oltre ai fatti storici sopracitati, un elemento che contraddistingue la nostra cultura da quella, ad esempio, islamica, è la storicizzazione della parola religiosa. L’Antico Testamento, ricorda infatti Dacia Maraini, non era meno crudele del Corano, ma grazia alla parola di Cristo il mondo occidentale è riuscito ad andare avanti e a ricollocare la religione sul binario del tempo che non si ferma, per renderla più attuale e coerente alla contemporaneità. Un altro fatto determinante per le nostre democrazie e, di conseguenza, per noi donne, è stata la capacità di separare la Chiesa dallo Stato. Perché chi è al potere cerca sempre di controllare ciò che di fatto non deve e non può essere controllato: la vita e la morte. E se la morte viene controllata tramite la guerra, la vita non può che essere controllata tramite la sottomissione della donna, dal cui ventre si genera la vita.

Il tempo sta per scadere, un’ora d’altra parte è troppo poco per entrare nella mente di una donna che si fa depositaria di una cultura e di un’esperienza preziosissime, ma l’ultima domanda si fa strada tra il pubblico di studenti tramite la voce di Tommaso Grisoni. E riguarda proprio due personalità importantissime nella storia di questa donna: Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini. «Sono stati due intellettuali importanti perché erano persone attente alla realtà del proprio tempo», racconta la scrittrice, «avevano su di essa uno sguardo critico e impegnato». E’ importante dunque ricordarli per come hanno raccontato il nostro paese, in quegli anni importanti di passaggio dal dopoguerra alla nascita della società del benessere, con tutti gli errori che l’Italia ha compiuto in questo percorso. Ci mancano intellettuali simili, spiega Dacia Maraini, perché, con il venire meno delle ideologie, anche il mondo intellettuale si frammenta e cede facilmente ai giochi di potere.

Il suono della campanella riecheggia tra le mura della scuola, ricordando a tutti che è tempo di tornare alle proprie aule per riprendere i libri lasciati aperti sui banchi. Dacia Maraini saluta tutti e si appresta ad andarsene, forse conscia di aver sollevato nelle giovani menti degli studenti tante domande e tanti spunti di riflessione che per essere esplicitati necessiterebbero di molto più tempo a confronto con una personalità fuori dall’ordinario per la sua storia e per il bagaglio di esperienza che porta con sé. Rimane la speranza che certe parole e certi interventi non rimangano ad aleggiare nella Grand’aula, ma si tramutino in un dibattito critico da parte degli studenti, chiamati a tramutare l’incontro di oggi in una fruttuosa riflessione su quello che il domani, sotto vari aspetti, ci riserva. [Martina Toppi, ecoinformazioni, foto Federica Orazzo]

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Informazioni su MartinaToppi

Alla ricerca disperata di qualcosa da raccontare, lo trovo sempre nel posto meno sospetto. Aspirante giornalista (se fosse il New York Times non piangerei nemmeno troppo), correntemente provo a scrivere poesie e studio lettere antiche all’UniMi, sogno di scrivere un libro che stia sugli scaffali. Mi trovate anche su @LaCasadellaPoesiadiComo a gestire #LeApidell’Invisibile e su @Ecoinformazioni a raccontare cosa accade per Como o a parlare di scrittura su #Taraxacum. “I chose the road less traveled by/ and that has made all the difference.” R. Frost

Un commento su “Dacia Maraini con gli studenti del Volta

  1. zoppaz
    8 Ottobre 2017

    Interessantissimo questo resoconto. La “parabola” della lingua come una perla davanti agli anglicismi la trova perfetta. Un saluto

I commenti sono chiusi.

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