25626905_10214653019058655_3309995725934769157_o.jpgLa fama di Como sembra legarsi, quasi fatalmente, all’aspetto dell’accoglienza. La stessa città che ospita decine di eleganti alberghi con vista su lago e montagne, magnificata da milioni di foto che girano per la rete ispirando ancor più persone a visitarla, si pone in modo assai diverso quando si parla di ospitare e prendersi cura degli “ultimi”, quale che ne sia la provenienza. «Prima gli italiani», argomentano alcuni (anzi, molti); allo stato attuale, sarebbe forse più onesto – anzi tautologico – riformulare con prima i primi.

Succede così che dei volontari – nemmeno improvvisati, peraltro – siano dissuasi dai vigili urbani dal prestare il proprio aiuto a persone senza fissa dimora, o che i questuanti del centro siano multati per la propria stessa indigenza. A capo di tre settimane, Como è di nuovo la città più discussa d’Italia, e non per ragioni di cui andare fieri.
Prendendo in prestito dalla tradizione cristiana, le recentissime politiche di Palazzo Cernezzi ricorderebbero un po’ la Palestina dell’anno zero, in questo periodo dell’anno. Tale analogia è perfino ovvia nella stagione natalizia; si fa più fatica a allargare lo sguardo al di là del luogo comune. Per esempio, ricordandoci che “i poveri” ci sono tutto l’anno e non soltanto a Natale, quando improvvisamente guadagnano visibilità come “oggetto” di carità e/o di “decoro”, e un decreto di per sé controverso trova applicazione locale in un’ordinanza che pochi, in buona fede, definirebbero accettabile, e che ha attirato a sé parecchie autorevoli critiche (ma anche, detto con onestà e costernazione, qualche incoraggiamento). Per esempio, mettendo tra parentesi tutti i distinguo che vorrebbero creare liste di attesa  – e quindi conflittualità – tra gli emarginati (prima chi riga dritto, però prima le presenze stanziali, però prima chi ha ottenuto il permesso, però prima gli italiani, però prima il fatturato), mantenendo in difetto la disponibilità di alloggi e servizi con la scusa di non sovraccaricare questa piccola città. “Bastardo posto”, si direbbe guardando alla città attraverso il filtro mediatico. Provocazioni di estrema destra, segregazione dei poveri nelle “periferie” (nemmeno le stesse fossero spazi di serie B per individui di serie B), un codardo attaccamento al “decoro” (Si può allora, di tale decoro, avere una definizione se non univoca, almeno coerente? Si tratta di luminarie più o meno scenografiche? Di showroom natalizi per beni di lusso? Di stradine medievali cariche di clienti ma sgombre di accattoni? Oppure, chissà, di una città – tutta – che si prende cura delle persone che ci vivono – tutte?).
Ci vuole, dentro e fuori dalla città (murata e non), un po’ più di lungimiranza, di attenzione. La marginalità, nelle sue varie forme, è un problema persistente (ma non certo ineluttabile), così come sono costanti la presenza, e l’impegno, di «una Como della buona politica», fatta di volontari/e, associazioni, singoli, che rifiuta l’ordinanza sul decoro urbano nella forma e nel contenuto. Per fortuna o purtroppo, lo slargo davanti all’ex chiesa di San Francesco è troppo piccolo per contenerla tutta, ma pur sempre abbastanza grande da riempirsi permettendo alle moltissime persone intervenute di ribadire  – con le parole e con la presenza stessa –  l’insindacabilità della solidarietà, che è peraltro, come ricorda Annamaria Francescato, la portavoce della rete Como senza frontiere che ha proposto il bivacco di sabato 23, un valore fondante della Costituzione (citato come “dovere” già dall’art. 2).
Questa cittadinanza “disobbediente” vuole, merita riconoscimento. Dalle istituzioni cittadine, esortate più volte a revocare l’ordinanza firmata il 15 dicembre e valevole per 45 giorni, e che dall’azione volontaria dovrebbe farsi integrare, non certo sostituire e  men che meno contrastare (fatta eccezione, si capisce, per casi di mala amministrazione). Dai media, locali e nazionali, che danno della città – comprensibilmente, non inevitabilmente – l’immagine più sgradevole, che si sente l’urgenza di riabilitare con i fatti e con le parole. Dal resto della comunità cittadina, chiamata a reclamare gli spazi e i diritti di tutte e di tutti per il bene di tutte e di tutti. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

 

Guarda i video dell’iniziativa.

3 thoughts on “Il centro di Como, il cuore di Como

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