Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 347.3674825, ecoinformazionicomo@gmail.com

Teatro “sociale” e non solo

scena-ill

«La scena illuminata: un titolo che non ha una connotazione pietista, ma vuole rendere atto della vera luce che irradia da questo Teatro»  – ha sottolineato Mario Bianchi nel corso dell’incontro che si è tenuto nella Sala Pasta del Teatro Sociale  il pomeriggio di sabato 3 febbraio. Presenti una trentina di persone, perlopiù appartenenti alla scena teatrale di Como e provincia e coinvolte in prima persona in forme di espressione teatrale partecipata, attenta e inclusiva nei confronti di soggetti spesso, e ingiustamente, estromessi dalla scena drammatica “d’accademia”.

La pluralità e l’intensità degli interventi di La scena illuminata – quarto degli incontri “monografici” proposti a cadenza annuale dal Teatro Sociale  – basterebbe di per sé a dare la cifra di una scena teatrale di grande ampiezza, varietà e sensibilità, anche in un territorio circoscritto come questo. Soprattutto negli ultimi due anni si sono moltiplicati i percorsi di arte drammatica rivolti anche (e non solo) a persone la cui condizione genera ancora imbarazzo, condiscendenza e falsi pudori; come se declassasse chi ne è portatore (o portatrice), impedendo un’interazione armoniosa con chi, invece, è “normale”. Un assunto tanto diffuso quanto presuntuoso che, fortunatamente e giustamente, è stato smentito –  per fare due esempi recentissimi – dal successo degli spettacoli  Follia di Giacomo Puzzo e Faustbuch di Enrico Casale (Menzione Premio Scenario per Ustica 2017), inscenati rispettivamente il 19-20 gennaio e lo scorso 2 febbraio sul palco del canturino Teatro San Teodoro, rappresentato dalla direttrice artistica Maddalena Massafra che ha condotto l’incontro a fianco di Mario Bianchi per il Teatro Sociale.

Ognuno di questi progetti, ognuno con le sue specificità, ha fatto del Teatro una forma di conoscenza, espressione e creazione di un dimensione di gruppo di confronto, di cui lo spettacolo finale non rappresenta che il coronamento. Persone con disabilità fisiche e/o psichiche, ma anche – nel caso di Follia –  il personale socio-sanitario di esse responsabile, i tutori, le associazioni e singoli hanno collaborato con entusiasmo, dando un feedback inaspettato perfino per gli stessi organizzatori, ai quali va il merito di aver saputo concertare non solo performance di grande effetto e profondità, ma anche, soprattutto, percorsi di crescita ai quali hanno essi stessi preso parte.
Certo, sarebbe ipocrita non tenere in considerazione le sfide poste dalla realizzazione di progetti teatrali “inclusivi”. Esse sorgono dalle difficoltà nel trovare un codice di espressione comune, paritetico, accessibile, ma anche dalla necessità di convincere il pubblico con l’evidenza delle ricadute positive di tali esperimenti, sul cerchio allargato della compagnia teatrale e, gradualmente, sulla società tutta. Su questo punto convergono relatori e relatrici che hanno scelto di valorizzare “diverse sfumature di diversità”, per così dire: persone portatrici di disabilità fisiche o mentali o con la sindrome di Down, persone senza fissa dimora, migranti, o tutte, o altre ancora. Si è già scritto nel merito di Sconfinati destini, lo spettacolo realizzato da TeatroGruppo popolare, Sulutumana, Cécile ensemble e Kibaré Onlus insieme a richiedenti asilo e rifugiati che ha debuttato il 9 aprile 2017 proprio al Teatro Sociale; dalla provincia di Varese, come quella di Como interessata in anni recenti da importanti flussi migratori, Paola Manfredi, direttrice artistica della Compagnia Teatro Periferico di Cassano Valcuvia (VA) e regista di Con me in Paradiso, spettacolo scritto da Mario Bianchi in scena al Teatro sociale la sera del 3 febbraio), conferma analoghe e altrettanto stimolanti “dissonanze” culturali di partenza di quelle allora citate al debutto di Sconfinati destini, a partire dalle quali si è riusciti a ricavare un’armonia, sia pure in continuo divenire, dato l’andamento “entropico” delle esperienze migratorie. A tal proposito, Manfredi ricorda però come proprio l’esperienza maturata nel teatro abbia valso il permesso di soggiorno a un giovane attore – migrante, a ulteriore riprova della funzione sociale che il Teatro, come prodotto, processo e comunità, è in grado di rivestire.

9788872183700_0_0_300_75

Un Teatro della diversità – da leggersi qui come “varietà delle persone in esso coinvolte” (precisazione necessaria) – può farsi pioniere di una società davvero inclusiva, rispettosa e armoniosa nella sua eterogeneità a patto di coinvolgere le cosiddette persone “normali” insieme a quelle che, per automatismo acquisito, si definirebbero “diverse”. Persisterebbe, altrimenti, l’effetto “stigmatizzante” e/o “caritatevole” di un’arte intesa come passatempo, più che come veicolo di espressione ed evoluzione (del sé, del gruppo, della collettività), dal quale un “teatro illuminato” non può che prendere le distanze, come ribadito da Stefano Bresciani, attore e formatore che ha spesso lavorato con persone portatrici di disabilità.
Domandano giustamente Giacomo Puzzo (compagnia teatrale Arci Trebisonda) e Pierangela Principe: «Chi sarebbero, poi, questi “normali”, e perché?». «Ha ancora senso una distinzione di questo tipo – incalza Puzzo, facendo riferimento alla sua esperienza con i giovani –  quando tutti noi esperiamo quotidianamente un senso di alienazione, solitudine, estraniamento, dal quale (finché ne abbiamo coscienza) sentiamo il bisogno di trovare uno spazio – condiviso – di resistenza». «E perché mai un corpo limitato da impedimenti congeniti o indotti – aggiunge Principe – si esprimerebbe meno intensamente, meno consapevolmente di un corpo “perfettamente” funzionante, quando né la nostra persona, né la nostra sensibilità artistica soffrono dei limiti nei quali la sola fisicità (o parte di essa) è costretta? Un limite – prosegue la danzatrice e autrice di La zattera di Nessuno, diario di una danzatrice tra abilità e disabilità (ed. Titivillus, 2013)può diventare un punto di forza, un riferimento intorno al quale modellare la nostra espressività. Del resto siamo tutti limitati, ognuno a modo suo: la stessa classificazione di una persona come “disabile”, o “diversa”, è un atto di arroganza, e l’arte dovrebbe farsi promotrice del suo superamento: ho lanciato una petizione su Change.org proprio per promuovere un teatro della non diversità,  in cui “il limite” sia inteso come elemento comune e non come un discrimine». Un ragionamento analogo può essere applicato anche a chi non parla la stessa lingua, o ha origini e credenze diverse dalle nostre: il primo passo, forse il più difficile e delicato, è quello della conoscenza dell’altro, nei suoi limiti e nelle sue potenzialità, a partire dai quali elaborare un linguaggio condiviso e, da qui, una performance che sia in grado di valorizzare egualmente ciascuno,  si tratti di pièces autoprodotte o di classici d’autore, come La dodicesima notte di Shakespeare, portato in scena da I Ragazzi in gamba di Marranchelli e Pavan, o il Moby Dick di Melville, su cui sta lavorando Bresciani con i suoi allievi. «Certo, la sfida “finale” – ricorda Giuseppe Adduci, TeatroGruppo popolare – è quella di convincere chi non si occupa in prima persona di teatro partecipato, che pur di grande impatto tende a essere fruito da un pubblico generalmente già attento e sensibile: il vero successo sarebbe invece quello di persuadere qualche razzista a cambiare prospettiva».

DSCN9995.JPG

Il tipo (i tipi?) di teatro finora descritto è in verità, ancora relativamente “giovane”, e intrinsecamente connotato da una dimensione pionieristica, sperimentale. Non per questo il teatro inclusivo deve identificarsi tout court come fenomeno “di nicchia”; semmai, l’augurio è che veicoli un cambiamento che interessi tutta l’arte, come diritto di tutti e di ciascuno. La scena comasca mostra ottime premesse, nella qualità e nella quantità di progetti intrapresi. Una tendenza dalla quale non si sottrae lo stesso Teatro Sociale, a cui va il merito di saper elaborare un’offerta ampia, varia e di alto livello, spaziando dal classico al moderno e, quel che è più importante, incoraggiando la cittadinanza a partecipare all’esperienza artistica con modalità originali e innovative che contemplano anche progetti di vero e proprio “teatro sociale”, S-coinvolgimenti sociali e Vicini di strada, realizzati – riferisce Pia Mazza – con la collaborazione della Rete per la grave marginalità e aperti a senza fissa dimora e migranti. Da essi ha preso forma Teatro Aounithiè, un fortunato percorso (aperto a tutti, il mercoledì pomeriggio)  capace di ridefinire la percezione di realtà come quella dei senza fissa dimora e/o dei migranti.

Per chiunque vi prenda parte, l’esperienza creativa del teatro è sempre molto più dell’insieme delle tappe che portano dalla preparazione allo spettacolo. Quest’ultimo è, in fondo, la conseguenza (ma non necessariamente la fine) di una trasformazione complessa, che coinvolge i teatranti (singolarmente e in gruppo) e, in parte e diversamente, anche il pubblico («Che, purtroppo, si perde l’unicità e la bellezza dei momenti quotidianamente condivisi dai teatranti», osserva Veronica Bestetti di Luminanda). Quella dell’arte è una grammatica diversa da quella del quotidiano: ma ciò non significa che le due dimensioni non possano interagire, influenzandosi a vicenda e aprendosi a nuove modalità espressive. Nella sua flessibilità, il linguaggio artistico permette di riempire il divario lasciato dalla diffidenza, dalla paura, da un discorso che, volendo considerare la differenza, non sa o non vuole amalgamarla con la “normalità”: eppure, conclude Chiara Gismondi (Luminanda) proprio il non poter essere diversi da ciò che si è segna la nostra autenticità, ed è proprio questa autenticità- personale, ma condivisa – a dare al teatro che include la sua potenza di espressione e significato».
[Alida Franchi, ecoinformazioni]

Arci ecoinformazioni

Circolo Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@ gmail.com, www.ecoinformazioni.it. Registrazione Tribunale di Como n. 15/95 del 19.07.95. Direzione: Fabio Cani, Jlenia Luraschi, Andrea Rosso, Gianpaolo Rosso (responsabile). Proprietà della testata Associazione ecoinformazioni - Arci. Consiglio direttivo: Fabio Cani (presidente), Gianpaolo Rosso (vicepresidente), Jlenia Luraschi (tesoriera), Michele Donegana, Marisa Bacchin.

Benzoni gioielli Benzonibijoux

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: