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Antimafie/ Don Merola: «Gli educatori stiano vicini ai ragazzi»

2018-03-16 09.50.25 2.jpgSala piena per l’ultimo dei tre incontri organizzati da Libera Como e Coordinamento comasco per la Pace con Don Luigi Merola in previsione del 21 marzo, Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. L’iniziativa si è svolta la sera del 16 marzo al Municipio di Lipomo (il primo incontro si era svolto ad Appiano Gentile la sera precedente, il secondo sempre a Lipomo nella mattinata del 16 marzo, all’auditorium dell’oratorio di San Vito, rivolto agli alunni di scuola media di primo grado). L’iniziativa è stata introdotta dai saluti di Alessio Cantaluppi, sindaco della cittadina, Mario Forlano, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, e Michela Ratti, dirigente dell’Istituto comprensivo Como – Lora – Lipomo.
Tra il pubblico, di circa centocinquanta persone, numerosi ragazzi e ragazze, molti dei quali accompagnati dalle famiglie, intervenuti ad ascoltare don Merola, sacerdote campano attivo da anni nella denuncia delle attività camorristiche che, dal 2007, presiede la fondazione A’ voce d’e creature, istituita nel quartiere napoletano di Arenaccia in un immobile confiscato alla camorra per offrire uno spazio di crescita sicuro ai giovani che, altrimenti, rimarrebbero vulnerabili al coinvolgimento in attività criminali. «La camorra –  spiega infatti Don Merola – trae la propria forza motrice dalla manovalanza, che è più facile raccogliere in contesti di marginalità, ignoranza, in situazioni in cui lo Stato non c’è, o non si vede – come nella Napoli di Gomorra – o, quando c’è, è talmente corrotto da favorire, anziché contrastare, la delinquenza diffusa». Una situazione resa tanto più critica dal coinvolgimento più o meno diretto di parenti e coetanei in attività criminali, rispetto alle quali i giovanissimi, lasciati a loro stessi, non vedono migliori alternative.
Appare evidente l’urgenza di colmare questo vuoto educativo: famiglie, insegnanti e parrocchie devono agire di concerto per creare spazi di ascolto, protezione, formazione non soltanto “scientifica” (in senso lato) ma innanzitutto civile, riprendendosi lo spazio e il tempo che sono stati loro sottratti dalla criminalità organizzata, capillarmente infiltrata nella società. Bisogna poi allontanare i ragazzi da quei modelli di vita tanto accattivanti quanto vacui (o deleteri) che sono veicolati dalla televisione trash (ma anche da una rappresentazione glamour del crimine, quando essa è fruita da un pubblico poco critico), dai social media e spesso anche dagli stessi camorristi, come Raffaele Brancaccio, al secolo titolare della stessa villa che è ora sede di A’voce d’e creature in cui ospitava addirittura…un leone, senza che l’Asl si disturbasse a chiederne atto.
Parla con il cuore in mano, don Luigi, a tutti gli educatori presenti in sala, genitori in primis, esortandoli a creare e mantenere spazi di ascolto e dialogo con ragazze e ragazzi e, se credenti, a incoraggiarli alla preghiera attraverso il buon esempio. «Troppo spesso – argomenta il sacerdote, che interviene regolarmente davanti a un pubblico in età scolare – trasmettiamo i nostri insegnamenti come dogmi astratti, senza poi rispettarli personalmente nel quotidiano. Invece dobbiamo esercitare un buon esempio, o i nostri figli si sentiranno spronati a imitare i nostri vizi, per sentirsi più grandi, più autorevoli tra i loro amici». Per estensione e analogia, questo ragionamento rimane valido anche per realtà più ampie e politicamente influenti, quali la Chiesa («Vero, molti uomini di Chiesa sono pedofili o comunque corrotti. Ma non bisogna dimenticarsi degli esempi virtuosi, come quelli di don Bosco o di Papa Francesco»), i mass media o lo Stato, che spesso prende provvedimenti a dir poco paradossali in materia di sicurezza: in seguito a un’intercettazione sospetta e pericolosa, don Merola, come “prete scomodo”, è stato trasferito dal quartiere Forcella, dove era operativo come parroco, a Roma, dove avrebbe svolto il ruolo di consulente per il Ministero dell’Istruzione, pur avendo la formazione (e la vocazione) necessaria per stare a diretto contatto con ragazzi e genitori; in seguito, sarebbe stato vittima di stalking da parte di una donna collusa con ambienti camorristici, peraltro, dal 2016 gli è stata revocata la scorta dal Ministero degli interni, trovandosi privato della protezione di Stato, che pure gli spetterebbe in quanto testimone di giustizia. Nel frattempo, ha fatto ritorno nella sua provincia (oggi “città metropolitana”) di origine, quella di Napoli, dove, su 92 comuni, 70 sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa. Pur riferendosi scherzosamente al suo “angelo custode terreno”, l’agente che lo accompagna nelle sue trasferte (presente anche in sala la sera di venerdì), riconosce che la scelta di denunciare e contrastare attivamente la criminalità là dove essa è più “normalizzata” gli ha spesso dato un senso di solitudine. In sede legale e non, è stato accusato di diffamazione, di “fare il poliziotto anziché il prete”, parole che lo hanno colpito duramente, ma che non lo hanno dissuaso dal proseguire nella sua missione di educazione e denuncia, delle attività criminali come delle cattive pratiche istituzionali, mediatiche e sociali che affliggono il paese, a sud come a nord: «Smettiamola di pensare che mafie e corruzione siano problemi del Sud: scelte politiche scriteriate hanno portato la mafia a radicarsi anche qui nel Nord, sfruttando la compiacenza dei “colletti bianchi” – ricorda don Merola alla platea, riportando quanto scritto nel suo libro La camorra bianca. Riflessione ad alta voce di un prete scomodo (ed. Guida, 2016) – siamo un unico Stato, e se il Sud crolla, crolla anche il Nord. La nostra è una responsabilità condivisa, che comincia da un’educazione condivisa, attenta e inclusiva per produrre legalità e giustizia. Dobbiamo camminare tutti insieme verso questo traguardo». [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Presto online sul canale di ecoinformazioni i video di Alida Franchi della serata.

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