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Nuove destre, vecchi padroni

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Nella mattinata di lunedì 14 maggio, il Teatro nuovo di Rebbio ha ospitato il convegno organizzato dalla Fiom-Cgil di Como e della Lombardia e intitolato “Nuove destre, vecchi padroni”. Ha aperto l’incontro Ettore Onano, segretario Fiom Cgil di Como, sono seguiti gli interventi di Roberto Giudici, della Fiom Cgil di Milano, di Elia Rosati, ricercatore alla facoltà di Storia dell’Università degli studi di Milano, che ha offerto a una platea di una cinquantina di persone una doppia lectio sul fascismo “storico” e sui movimenti neofascisti/ neonazisti contemporanei, di Giacomo Licata, segretario generale della Camera del lavoro di Como, di Anna Francescato, portavoce della rete Como senza frontiere, e di Alessandro Pagano, Segretario generale Fiom Cgil Lombardia. Onano ha invitato tutte e tutti i  presenti a osservare un minuto di silenzio alla memoria di Candido Omiciulo della Fiom Cgil nazionale, scomparso la scorsa settimana, originariamente previsto come relatore dell’incontro.
Nuove destre, vecchi padroni è un titolo eloquente rispetto ai temi trattati, su cui la Fiom prende posizioni nette pur ammettendo la difficoltà nel far fronte a  problemi tanto diffusi quanto profondamente radicati nella società italiana degli anni seguiti all’inizio di quella che Rosati definisce la più grave crisi economica (e sociale) da quella del 1929 (alla quale non è però paragonabile), e le cui ricadute sono ancora visibili e in azione, senza sia chiaro come e quando se ne uscirà.
Al netto delle incertezze sulla composizione del prossimo governo, gli attori dal maggior peso specifico – Lega e Movimento 5 stelle – si sono presentati in campagna elettorale rivendicando una discontinuità rispetto ai precedenti governi a maggioranza Pd e anche (soprattutto?) rispetto al governo tecnico di Mario Monti che li aveva preceduti. Lo hanno fatto individuando dei colpevoli ben precisi da perseguire e da condannare, e cioè i migranti e l’establishment politico-finanziario, piuttosto che presentare un’analisi critica e onnicomprensiva della situazione offrendo possibili soluzioni, con i sacrifici che ne potrebbero derivare. Niente di nuovo, a ben vedere: la facile strategia del capro espiatorio caratterizza le destre (e le demagogie) di oggi come quelle di ieri. Cambiano  – a volte – i nomi dei “nemici”, più che la loro identità; rimane la dichiarata intenzione di voler aiutare “il popolo”, mentre è più onesto osservare che le destre, storicamente e strutturalmente, si sono piuttosto schierate dalla parte dei potenti, contro le classi lavoratrici, anche schiacciando queste ultime con una forte azione repressiva, giustificata con il pretesto di un ordine necessario a un benessere che vuol passare per “collettivo” e che invece, nei fatti, discrimina ed esclude.

Assimilare tutte le destre le une alle altre, ricorda Rosati, è ingiustificato e scorretto: non ogni destra può essere etichettata come “fascista”. La tesi neoliberista di un limitato intervento dello Stato sull’economia confligge apertamente con l’identità tra regime, popolo e nazione di memoria fascista, le dottrine di Hayek e Friedman non avrebbero probabilmente attecchito nell’epoca fascista, in cui le scienze sociali in generale erano considerate come pretenzioso retaggio illuminista e disdegnate a favore di messaggi più facilmente recepibili dalla società. Ci sono alcuni comuni denominatori essenziali, come la polarizzazione del potere in opposizione alla logica “distributiva” tradizionalmente associata alle sinistre (anche quando la retorica accusa “le banche”,  “la finanza”, le lobbies di un capitalismo astratto, semplificato all’estremo), tendenza che le forze sindacali osteggiano: ecco il motivo di una trasversale avversità delle destre rispetto alla tutela dei lavoratori e lavoratrici e dei loro diritti che nel ventennio si tradusse nello scioglimento dei sindacati, sostituiti con le corporazioni; o come la sopracitata individuazione di una categoria colpevole e/o pericolosa, spesso stilizzata in una singola, generica entità  (“l’ebreo”, “il massone”, “Soros”, “il clandestino”) o in un ristretto sodalizio d’interessi (“le lobbies”, “le banche”, “i sindacati”, “i partiti tradizionali”…salvo contrordine), uno smembramento dello “Stato sociale” («che le recenti sinistre al governo non si sono mostrate  – in generale –  particolarmente volenterose nel voler contrastare, e che hanno talvolta esasperato», precisa Pagano), un’avversione per i ruoli di intermediazione e di rappresentanza con cui  Lega e M5s si trovano ora a dover fare i conti.
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Le ricette proposte dalle attuali destre italiane, dunque, si compongono in buona misura di elementi già visti, a cui Licata afferma di guardare con preoccupazione. Como, nello specifico, sembra in qualche modo voler eludere il proprio ruolo di città di frontiera, dunque di consistenti flussi migratori. In questa città sono finora mancati gli episodi traumatici di Bardonnecchia o Ventimiglia (se si escludono le deportazioni dal confine allo hotspot di Taranto, che sono a lungo passate in sordina), ma è pur sempre a Como che i militanti del Veneto fronte skinheads hanno fatto irruzione alla riunione della rete Como senza frontiere, una realtà composta da molti dei soggetti del territorio comasco che si occupano non soltanto di accoglienza in senso stretto, ma anche e innanzitutto di mantenere viva l’attenzione sul fenomeno migratorio – strutturale, non emergenziale: sempre meglio ricordarlo – in ogni sua fase, nelle sue criticità che non sempre le istituzioni vogliono risolvere concretamente, aggravando – nota Francescato – le tensioni già esistenti tra “impoveriti” e “poveri”, nascondendo la miseria dalle strade senza realmente affrontare il problema alla radice, che risulterebbe più costoso e impegnativo, meno redditizio in termini di consensi facili e immediati. Eppure, gli uni e gli altri sono già vittime delle tensioni che la globalizzazione degli ultimi decenni ha contribuito a creare e a propagare. Licata ricorda che la Camera del lavoro locale ha ottenuto risultati complessivamente buoni alle recenti elezioni delle Rsu, ma non ha raggiunto la maggioranza in settori socialmente rilevanti come la scuola o la sanità, un dato che sottende una contrazione della fiducia di lavoratrici e lavoratori verso una tutela di tipo “confederativo” dei loro diritti, pur essendo la Cgil (con le sue varie organizzazioni di settore) diffusamente presente e attiva sull’intero territorio provinciale e pur avendo presentato la proposta di una Carta universale dei diritti del lavoro; non calano gli/le iscritti/e, mentre sembra tuttavia disgregarsi una dimensione cooperativa, unitaria, solidale, in quella che Licata definisce, evocativamente, come “una massa di solitudini”. Una direzione pericolosa per una società sempre più fragile e soggetta al precariato, che sul lavoro vede il suo potere decisionale e contrattuale erodersi senza riuscire a imporsi per fare rispettare i propri diritti, e nella quotidianità rimane sovraesposta a povertà, isolamento e confusione.

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In questa fase storica, sostiene Rosati, il potere è direttamente funzionale alla velocità, intesa in senso fisico (tenere il settore dei trasporti sotto scacco significa mettere a rischio una società “liquida” nei suoi spostamenti, pendolari in primis), virtuale e “metaforico”: se le forze democratiche non sono in grado di intervenire tempestivamente sulle questioni sociali più urgenti per una parte sempre più ampia della società, le destre antidemocratiche non staranno a guardare, prendendo il loro posto nel tamponamento del malessere e stravolgendo così il codice valoriale della politica, che vorrebbe le sinistre più attente e attive nei confronti di chi è più svantaggiato. Ed è esattamente questo che sta accadendo tra i movimenti di estrema destra che si stanno diffondendo o riaffermando in Europa e in Italia, con particolare “successo” in Lombardia. Rosati riprende la parola per presentare proprio una mappatura identitaria e geografica dei movimenti neofascisti e neonazisti nella regione e nei territori limitrofi, evidenziandone analogie, differenze e relazioni (interne, esterne e reciproche). Anche uno “steccato” circoscritto come quello delle estreme destre («benché radicate da anni nel suo insieme, e sempre meno defilato nelle sue manifestazioni, esse non cercano la maggioranza», puntualizza lo studioso) è tutt’altro che uniforme: comprende infatti forze più o meno conformi (o conformate) alla politica di partito, simpatizzanti del fascismo squadrista, del regime, della Rsi oppure del nazismo e/o di altri movimenti loro omologhi in Europa (Jobbik, Bnp, Chrysi Aigi o “Alba dorata”), codici estetici ed espressivi  più o meno rigidi ed espliciti, una strategia comunicativa più o meno aggiornata ed efficace, diverse strutture interne; una complessità che è soltanto aumentata dal sistema di rivalità e di alleanze con realtà politiche di maggior peso, alle quali spesso si appoggiano. Comunque sia, è sbagliato parlare di “sdoganamento” di queste frange estremiste, che costituiscono una realtà radicata, ed è ancor più fuorviante ritenere che si tratti essenzialmente di “nostalgici”: neofascismi e neonazismi potranno infatti far riferimento a leadership e “ideologie” del passato, ma si mostrano perfettamente capaci di leggere il presente e presentarsi come valida alternativa allo status quo tra le masse sempre più insoddisfatte, anche perché gli strumenti legali e politici di contrasto, pur esistenti, sono spesso attuati in modo perfino troppo blando, mentre il rapporto con i media appare sempre più segnato dalla reciproca convenienza. Trattare questi movimenti con indulgenza e quasi con idealizzazione romantica è però fortemente lesivo nei confronti dei principi costituzionali e dei diritti, nella loro formulazione e nella loro applicazione pratica. L’appello è perciò doppio: impegnarsi maggiormente nella tutela dei lavoratori, in quanto tali e in quanto persone per sottrarre influenza a derive pericolose, non nuove né “emergenziali” (ovvero: gravi, ma strutturali), riaffermando i valori costituzionali del lavoro, della democrazia e dell’antifascismo attivo. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Presto on line sul canale di ecoinformazioni i video di Alessia Rizza e Irene Falzone delll’iniziativa.

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