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Per il Lario si può e si deve fare meglio

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Nella mattina di sabato 19 maggio si è tenuta, nel salone Bosisio della Ca’ d’industria di Como, il convegno “Como città d’acqua”, organizzato da Legambiente Como e Legambiente Lombardia le cui rispettive presidenti, Chiara Bedetti e Barbara Meggetto, hanno introdotto e moderato gli interventi e costituito dagli interventi di Pietro Genoni e Fabio Buzzi, referenti del Centro regiornale dei laghi di Arpa Lombardia, da Roberta Bettinetti, professoressa associata e ricercatrice del dipartimento di Scienze teoriche e applicate  dell’Università degli studi dell’Insubria, e da  Stefania Di Vito, responsabile della Goletta dei laghi, il cui rapporto per il 2018 è atteso per la prima metà di luglio. Numerosi anche gli interventi del pubblico, composto di circa trenta persone, a dimostrazione dell’interesse verso lo stato di salute del Lario, principale caratteristica del paesaggio comasco a cui gli abitanti della zona – commenta Bedetti in apertura –  «guardano con un misto di amore e odio».


La relazione presentata da Genoni e Buzzi, arricchita di puntuali dati scientifici [analizzati più nello specifico da Enzo Tiso di Legambiente Como, il cui rapporto è visualizzabile dal link in fondo all’articolo] dimostrano come i valori biologici e chimici delle acque lariane possano essere valutati, secondo parametri “scolastici”, come “sufficienti”: La direttiva 2000/ 60/ Ce, anche nota come “direttiva quadro sulle acque”, aveva in realtà fissato come obiettivo il raggiungimento di “buone” condizioni entro il 2015, ma la scadenza è stata poi doppiamente prorogata alla fine del sessennio 2021/ 2027. Non solo: dopo un’iniziale fase di miglioramento dall’entrata in vigore della direttiva, la situazione sembra essersi fermata a livelli stazionari e anzi caratterizzata da nuovi, talvolta preoccupanti elementi, quali l’aumento della presenza di mercurio e altre sostanze tossiche. Le analisi condotte da Bettinetti e dalla sua équipe confermano che lo stato tossicologico del lago, che pure non è complessivamente allarmante (se cotto, il pesce lacustre è ancora tranquillamente consumabile), denota presenza (soprattutto in prossimità degli afflussi d’acqua dall’interno, quindi in alto Lario, e verso l’esterno, cioè nei pressi di Lecco) di Pcb e perfino di Ddt, composto bandito in Italia già nel 1978 per i suoi effetti controversi, ma ricomparso  – sia pure in bassa concentrazione –  dalla metà degli anni Duemila, come probabile conseguenza dello scioglimento dei ghiacciai accelerato dall’ondata di caldo dell’estate 2003; mentre i Pcb, derivati dalla produzione industriale,  «sono estremamente volatili, propagandosi con facilità nell’aria e nell’acqua, anche se, a differenza del Ddt, sono andati complessivamente in diminuzione negli ultimi anni», conclude Bettinetti.
Anche a livello trofico e biologico, la situazione si presenta essenzialmente stabile, come confermano i referenti di Arpa Lombardia: il colore verdeazzurro periodicamente assunto dalle acque del lago dipende più dai cristalli di calcite che non dall’eutrofizzazione delle specie algali, che pure è accelerata dai cambiamenti climatici «che pesano in modo sempre maggiore – rammenta Meggetto – su una situazione già delicata, a cui urge apporre dei miglioramenti».

Un’analisi completa delle acque, per come è regolata dalla direttiva 2000/ 60, comprende non meno di 47 parametri, che sarebbe poco fattibile prendere in considerazione tutti in una volta; da cui l’esigenza di dispiegare più ricerche, e di coordinarne finalità, operato, conclusioni e, dove possibile, prospettive di miglioramento. Fatta questa premessa, Legambiente ha intrapreso dal 2016 (per il Lario, dal 2017), a fianco di Enea, un progetto “parallelo” a quello della Goletta verde ma relativo alle acque interne e, nella fattispecie, dei bacini lacustri italiani. Stefania Di Vito, che è responsabile della Goletta dei laghi, riferisce la situazione delle indagini finalizzate al rilevamento di microplastiche, cioè di microparticelle di materiale plastico di diametro inferiore ai 5 mm, siano esse primarie (già piccole al momento dell’immissione: microperle di detersivi o cosmetici, residuati di pellet o fibre tessili, cotton fioc) oppure secondario (derivanti cioè dalla disgregazione di rifiuti di volume maggiore): una componente inquinante difficilmente degradabile, su cui pesa – parecchio – il diffuso esercizio di cattive pratiche ecologiche, per pigrizia o per mera ignoranza, anche dopo l’introduzione della raccolta differenziata. Nel contenimento e nella risoluzione dell’impatto ambientale negativo delle microplastiche sulle acque, i depuratori e le indagini di rilevamento compiute da Legambiente (e/o da altri enti) certo non bastano a eradicare un problema che pure sarebbe ampiamente se non del tutto prevenibile, specialmente con l’aumento dei volumi d’acqua determinato dalle frequenti e abbondanti piogge che caratterizzano il nostro territorio, e che pure dipendono, in una certa misura, dai cambiamenti climatici. Un discorso analogo vale per quello che evidenzia Giorgio Ghiringhelli, presidente di Ars Lombardia, docente di Sostenibilità e di economia circolare all’università Liuc di Castellanza, nel suo libro L’abbandono di rifiuti e il littering, scaricabile gratuitamente a questo link, in cui l’autore analizza le conseguenze dell’abbandono “occasionale” di rifiuti nell’ambiente, che producono danni diretti e indiretti non soltanto all’ambiente in sé (all’ecosistema e all’estetica), ma anche alle persone, in termini di salute, cultura, sicurezza ed economia: il progetto Insubria – pulizia sconfinata, realizzato dal Canton Ticino e dalla provincia di Varese, ha quantificato una perdita compresa tra gli 1,2 e i 2,4 miliardi di euro   sic – determinata proprio da questa più che evitabile abitudine, all’eradicamento della quale possono, in extremis, concorrere sanzioni pecuniarie comminate ai trasgressori ma, soprattutto, e preferibilmente, l’esercizio di una coscienza ecologica più consapevole, attenta e generosa. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Alida Franchi dell’iniziativa

Già on line su ecoinformazioni la relazione di Enzo Tiso del circolo Legambiente di Como “Angelo Vassallo” [comprensiva delle presentazioni Power Point esposte nel corso dell’incontro da relatori e relatrici].

Leggi il comunicato stampa di Legambiente Lombardia seguito al congresso “Como città d’acqua”

Leggi il dossier della Goletta dei laghi 2017 in riferimenti ai laghi lombardi 

Leggi il dossier finale di Legambiente nazionale con i risultati relativi al rilevamento di microplastiche

Leggi l’articolo di Alida Franchi, ecoinformazioni relativo al rapporto 2017 della Goletta dei laghi per il lago di Como [comprensivo dei link a foto e video] (8 luglio 2017)

 

Un commento su “Per il Lario si può e si deve fare meglio

  1. arple ferrato
    22 maggio 2018

    Arple Ferrato, cittadino italiano incensurato, ha letto, ringrazia ed elogia. Avrebbe sperato di trovare qualcosa di più circa i “mali” del lago e della sua acqua, ma il discorso fatto appare ugualmente serio, pur se misurato e tale da non creare allarmismi. Ad un certo punto vietati per Legge, so bene!
    Non conosco le soluzioni tecniche da adottare se non quelle della prevenzione che in fondo costa abbastanza poco. La denuncia or ora fatta, tra le righe, bene si presta come segnale rivolto a chi voglia capire.
    Ultimo interrogativo serio. Acqua che arriva al rubinetto di casa: quale acqua, quali controlli fatti e quali controlli al momento tuttavia non si fanno? Solo questione di costi o anche qualcos’altro?
    Ringrazio chi abbia avuto la pazienza di leggere fin qui, coniugata con la volontà di capire sino in fondo.

I commenti sono chiusi.

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