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Como città d’acqua/ Considerazioni sulla salute del Lario

 

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Enzo Tiso, del circolo Legambiente di Como “Angelo Vassallo”, sintetizza i temi sviluppati nell’incontro “Como città d’acqua”, organizzato da Legambiente, durante il quale sono intervenuti Chiara Bedetti, presidente circolo Legambiente di Como, Barbara Meggetto, presidente Legambiente Lombardia, Pietro Genoni e Fabio Buzzi, del Centro regionale laghi e monitoraggio acque superficiali di Arpa Lombardia, Roberta Bettinetti, del dipartimento di Scienze e tecniche applicate dell’Università dell’Insubria, Stefania Di Vito, responsabile scientifica di Goletta dei laghi e  Giorgio Ghiringhelli, presidente di Ars ambiente srl. 

Il rapporto della città di Como con il suo lago è complesso e articolato. La presenza del lago ha influenzato lo sviluppo, l’economia, il turismo e la stessa qualità della vita di chi risiede o lavora in città. È quindi necessario mantenere un corretto equilibrio tra la città e questo specchio d’acqua considerato il suo bene più prezioso. Questo equilibrio è stato troppe volte compromesso e chi amministra non sempre è stato in grado di porre rimedio alle conseguenze.
Tanti sono gli aspetti da prendere in considerazione. Dalla problematica delle esondazioni al modo con cui è stata affrontata, dalla presenza di bellissime ville storiche alle ferite inflitte al paesaggio, dalla pesca alla navigazione… Problemi strettamente legati tra loro che necessiterebbero di una analisi complessiva e di interventi coordinati. Legambiente vuole dare un contributo iniziando ad analizzare le conoscenze sullo stato di salute delle acque del primo bacino per capire successivamente come affrontarne le criticità. L’auspicio è quello di dare inizio ad un confronto e dibattito di più ampio respiro sia con le forze politico istituzionali che dovrebbero mettere in atto il coordinamento auspicato che con tutti i soggetti singoli o associati che hanno a cuore l’argomento.

 

Situazione ambientale –  Non esistono molti dati sulla situazione dell’ambiente acquatico del lago nel secolo scorso ma si può affermare che ha subito un peggioramento fino agli anni 70 per poi lentamente migliorare a seguito dell’entrata in vigore di norme specifiche (vedi legge Merli del 1976). Nel primo bacino comasco la situazione è sensibilmente cambiata in particolare con la costruzione dell’impianto Como Depur nel 1977.
Un monitoraggio più puntuale è stato avviato a seguito del recepimento della direttiva europea n° 60 del 2000. In base a questa norma il Lago di Como, così come tutte le acque superficiali, doveva raggiungere uno stato definibile “buono” entro il 2015. Ben conscio della difficoltà del raggiungimento dell’obiettivo, il legislatore ha previsto deroghe e proroghe. Così il raggiungimento dello stato di buono per il nostro lago è stato posticipato prima al 2021 e poi al 2027. Lo stato “buono” è il penultimo stadio di una classificazione che comprende in sequenza “cattivo”, “scarso”, “sufficiente”, “buono”, “elevato”-. Classificazione di carattere ambientale che riguarda essenzialmente due aspetti: lo stato ecologico e lo stato chimico.

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Stato ecologico del Lago di Como – riguarda l’equilibrio degli ecosistemi acquatici associati alle acque superficiali e ricomprende lo stato di una serie di elementi indicatori che vanno dal fitoplancton (insieme dei piccoli organismi vegetali) ai macroinvertebrati (crostacei, molluschi …)  e agli stessi pesci, ma anche a parametri chimici e chimico fisici che possono influenzarne la presenza come la trasparenza dell’acqua, il fosforo totale e l’ossigeno disciolto.
Arpa Lombardia, Agenzia Regionale per l’Ambiente,  esegue un monitoraggio della situazione del lago di Como attraverso stazioni ubicate a Como e Argegno per il ramo comasco e ad Abbadia Lariana e Dervio per gli altri ambiti. Sulla base dei parametri misurati, Arpa esegue delle valutazioni periodiche e dal 2009 al 2016 lo stato complessivo dal punto di vista ecologico è considerato “sufficiente”. Non si riesce a fare il salto da “sufficiente” a “buono”. Elemento significativo di questo stallo è  rappresentato dalla ancora elevata presenza di fosforo totale che, dopo le più alte concentrazioni degli anni 70 del secolo scorso, si era drasticamente abbassato grazie alla diminuzione della sua presenza nei detersivi ed all’avvio dei depuratori fognari. Questa diminuzione si è però arrestata intorno al 2000 e la sua concentrazione nell’acqua si è mantenuta praticamente costante.
L’eccessiva presenza di fosforo e di altri nutrienti come azoto e zolfo derivanti dall’attività umana e dall’agricoltura determina la cosiddetta eutrofizzazione, eccesso di nutrienti con conseguente compromissione del corpo acquifero e presenza di fenomeni indici di inquinamento  come la eccessiva fioritura di alghe.
Questa situazione statica può essere superata intervenendo sul completamento del collettamento delle acque fognarie e sul completamento e miglioramento, dove già funzionanti, del sistema degli impianti di depurazione.

Stato chimico del lago di Como –  È definito dalla concentrazione di una serie di sostanze presenti in un “elenco di priorità” in relazione a standard di qualità ambientale fissati da alcuni decreti ministeriali. L’ultimo decreto di aggiornamento risalente al 2015 elenca 45 sostanze da prendere in considerazione.
Anche in questo caso, Arpa Lombardia esegue il monitoraggio attraverso le stazioni di controllo  ed il risultato dal 2009 al 2016 è sempre stato definito “non buono”. Questo sia per il bacino comasco che lecchese. Dal 2009 al 2014, la causa della classificazione negativa è legata alla rilevazione di mercurio in concentrazioni superiori al limite. Dopo il 2014 il mercurio è diminuito ma è subentrato il riscontro di altri metalli tossici: cadmio e nichel. L’origine di questi inquinanti non è stata indagata ma, se per il cadmio potrebbe anche essere legata alla litologia del lago, per mercurio e nichel bisogna probabilmente pensare al residuo di inquinamenti di natura industriale legati alle attività lavorative svolte sul territorio comasco nel secolo scorso.

Guarda la presentazione sullo stato ecologico e chimico del lago di Como di Pietro Genoni e Fabio Buzzi (Arpa Lombardia)

Approfondimento dello stato chimico: presenza di inquinanti di origine ambientale o industriale – Questo lascito ereditario di inquinanti chimici è confermato anche dalle ricerche che da oltre un decennio vengono eseguite dal dipartimento di Scienze tecniche e applicate dell’Università dell’Insubria. Nel lago in punti vicini alla città di Como è stata infatti rilevata la presenza di microinquinanti organici come il Ddt, noto insetticida messo al bando già dagli anni 70 del secolo scorso, e i Pcb, policlorobifenili, sostanze usate anche in anni recenti come fluidi isolanti, nei trasformatori, nei condensatori ecc.
Si tratta di sostanze che hanno una capacità di bioaccumulo e quindi possiamo trovarle nella catena alimentare, sia nei pesci e molluschi che negli uccelli predatori. Possiamo inoltre trovarle nei sedimenti. Le ricerche hanno evidenziato la presenza di queste sostanze nei pesci del lago, compresi gli agoni, in concentrazioni significative, fortunatamente però  non rappresentanti un pericolo dal punto di vista alimentare.
Si stanno individuando altri tossici come gli Pfas, sostanze perfluoroalchiliche, usate anch’esse nell’industria come impermeabilizzanti, anche in questo caso con riscontri positivi, nel bacino di Como più significativi rispetto a quello lecchese.
È vero che si tratta di basse concentrazioni, che non richiedono la messa in atto di misure sanitarie di limitazione, ma mostrano come il lago sia stato in passato ricettacolo di scarichi inquinanti non ancora risolti oppure di scarichi abusivi più recenti o addirittura, come ipotizzato per il Ddt, di ritorno in superficie di sostanze chimiche intrappolate nei ghiacciai in via di disgelo.
Per ogni sostanza pericolosa viene definito un valore limite di riferimento al di sotto del quale non si riconoscono danni alla salute, ma in tossicologia è conosciuto anche l’effetto sinergico, che si ha quando più tossici coesistenti potenziano i propri effetti biologici.

Guarda la presentazione sugli agenti inquinanti del lago di Como di Roberta Bettintetti (Dipartimento di Scienze e tecniche applicate dell’Università degli studi dell’Insubria)

La fioritura algale: quale pericolo? – Come detto, una delle conseguenze dell’aumento di nutrienti nel lago è la comparsa di fioriture di alghe, fenomeno già conosciuto in passato e considerato solamente un inconveniente di natura estetica o tuttalpiù di ostacolo alla balneazione.
Studi più approfonditi hanno messo in evidenza che in alcuni casi queste alghe producono tossine che possono avere una azione non solo irritante, ma anche di tipo tossico – sia acuto che cronico –  fino al sospetto di essere cancerogene. La presenza di queste alghe è diventata ancora più consistente e ubiquitaria negli ultimi anni anche per l’aumento della temperatura dell’acqua legata a fenomeni meteoclimatici.
Studi di Pareeth et al. (Science of the Total Environment, 578 – 2017) riferiscono infatti di un aumento della temperatura delle acque di superficie del Lario dal 1986 al 2014 di 0,032 gradi centigradi/anno per il periodo estivo.
L’aumento di nutrienti in presenza di più alte temperature hanno determinato in particolare la presenza di alghe della famiglia dei Cianobatteri come la mycrocistis aeruginosa e più recentemente dolichospermum lemmmermanii.
La microcistina, tossina prodotta da mycrocistis aeruginosa ha effetti sanitari negativi a carico soprattutto del fegato ed  è stata classificata come sospetto cancerogeno. Dolichospermum lammermanii produce invece una anatossina attiva sul sistema nervoso.
Il rischio per la salute di queste sostanze è legato alla quantità e alla durata della esposizione e quindi è da considerarsi basso se pensiamo alla balneazione perché, al di là dei divieti che ne conseguono, rappresenta una esposizioni limitata nel tempo e che avviene soprattutto per contatto cutaneo.

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Maggiore attenzione va posta quando l’acqua del lago viene captata per essere utilizzata a scopo potabile. In questo caso sono obbligatori controlli ulteriori a monte della captazione e dopo il trattamento di potabilizzazione per verificare che le concentrazioni delle tossine non superino valori limite. Nel lago di Como questi controlli oltre che da Arpa vengono eseguiti da Ats (ex Asl) e dai gestori dell’acquedotto, in particolare da Acsm-Agam per quanto riguarda l’acqua prelevata dal lago e distribuita nei rubinetti di Como, Brunate e in parte Cernobbio.
La presenza di alghe potenzialmente tossiche, come detto, è un fenomeno che riguarda tutti gli specchi lacustri italiani ed in particolare quelli della fascia prealpina. È stato oggetto di linee guida per affrontarlo da parte dell’Istituto Superiore di Sanità ed è anche in corso un progetto nazionale di osservazione coordinato da Cnr, Centro nazionale delle ricerche, che prevede una mappatura via satellite.

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Plastica, micro e nanoplastiche – La presenza di rifiuti e materiali vari nelle acque del lago è una costante soprattutto dopo giorni di pioggia. Non è un bello spettacolo vedere cigni e anatre che si aggirano tra rami e bottiglie di plastica. Abbiamo assistito negli ultimi anni ad un rimpallo di responsabilità nell’intervenire con battelli-spazzino tra comuni e provincia.
Ma anche in questo caso, non è solo una questione estetica. Infatti i materiali di origine sintetica per la loro leggerezza possono raggiungere punti più svariati del corpo d’acqua e col tempo, non essendo biodegradabili, si dividono in frammenti sempre più piccoli a formare le cosiddette microplastiche, particelle di dimensioni inferiori ai 5 millimetri (da 0,1 a 5000 micron) addirittura più piccole definite “nanoplastiche”.
Però le microplastiche non derivano solo dalla disgregazione dei rifiuti dispersi nell’ambiente ma possono avere anche una diversa origine, di tipo primario, e raggiungere l’ambiente direttamente con tali dimensioni. Si tratta, ad esempio, di pellets da pre-produzione industriale, fibre tessili dalle lavatrici o microsfere utilizzate nella cosmesi. Le conseguenze della loro presenza negli ambienti acquatici sono diverse: ingestione, da parte degli organismi viventi nell’acqua, con conseguente sensazione di falsa sazietà che porta a non nutrirsi,  bioaccumulo nella rete trofica, azione tossica per adsorbimento delle sostanze inquinanti presenti nell’ambiente ma anche per gli additivi contenuti nella plastica, trasporto di specie aliene che viaggiano con i frammenti.
Troviamo quindi queste sostanze nei pesci e di conseguenza le assumiamo attraverso la catena alimentare. Le nanoplastiche più piccole penetrano oltre che negli organi e tessuti anche all’interno delle cellule umane. Non ci sono ancora evidenze sui danni alla salute che esse possono provocare, ma rappresentano sicuramente un fenomeno da combattere o limitare.

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Goletta dei laghi di Legambiente in collaborazione con l’agenzia nazionale Enea, dal 2016 esegue un monitoraggio delle microplastiche nei laghi italiani e nel 2017 ha interessato anche il lago di Como. Dall’indagine emerge che tra i bacini lacustri che presentano più microparticelle ci sono quello di Como e il lago Maggiore. Il primo con una densità media di 157 000 particelle per chilometro quadrato, nella parte settentrionale, e con un picco di oltre 500 000 particelle nel secondo transetto collocato più a nord, in corrispondenza del restringimento tra Dervio (Lc) e Santa Maria Rezzonico (Co). Il lago Maggiore presenta una densità media di 123 000 particelle per chilometro quadrato, con un picco di oltre 560 000 particelle in corrispondenza della foce del fiume Tresa, tra Luino e Germignaga (Va), sul quale insiste il depuratore.
Di interesse la constatazione che la presenza di queste sostanze aumenta a valle degli impianti di depurazione, segno che questi ultimi non sono in grado di trattenerle e dovrebbero essere quindi potenziati con grigliature a maglie più strette per limitarne il passaggio.

Guarda la presentazione di Stefania Di Vito per Goletta dei Laghi

La balneazione – Il controllo della balneabilità delle spiagge lacustri viene eseguito da Ats (ex Asl) sulla base di procedure definite a livello nazionale dal decreto legislativo 116/2008. Vengono eseguite rilevazioni di parametri microbiologici e fisico-chimici e periodicamente anche l’eventuale presenza di alghe del tipo cianobatteri potenzialmente produttori di tossine pericolose per la salute umana.
Il giudizio favorevole di balneabilità viene dato non solo sulla base della normalità delle analisi di laboratorio ma anche di altri elementi ambientali e geografici che devono mantenersi costanti nel tempo. Sul sito www.portaleacque.salute.gov.it è possibile controllare lo stato di tutti i siti di balneazione italiani, compresi quelli del lago di Como.
Abbiamo assistito negli ultimi anni ad un miglioramento della qualità delle acque di questi siti per quanto riguarda i requisiti per essere considerati balneabili in particolare per la diminuzione dei parametri microbiologici rappresentati da enterococchi ed escherichia coli. Anche per il 2018, le prime due rilevazioni eseguite ad aprile e maggio dalle Ats (intervengono tre Ats per territori diversi facenti capo ai tre bacini: Como, Lecco e Alto Lago) stanno dando per il bacino comasco del lago risultati favorevoli, con qualche criticità solo a Riva del Tenciù di Laglio. Anche il punto più vicino alla città, rappresentato dal lido di Villa Olmo, recentemente è tornato ad essere balneabile (giudizio “sufficiente”) anche se spesso i valori dell’inquinamento microbiologico si avvicinano al limite senza superarlo.
Va detto che alcuni punti giudicati balneabili, a volte anche col giudizio di “eccellente”, durante la stagione estiva possono essere oggetto di divieto per il subentrare della presenza di cianobatteri. Da anni è dichiarato da Ats invece “non balneabile” tutto il primo bacino (esclusa Villa Olmo) e in particolare la zona dei giardini a lago e la zona dell’ex lido di Villa Geno.

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Goletta dei Laghi di Legambiente da alcuni anni utilizzando la metodologia di campionamento e analisi prevista dalla normativa sulla balneazione esegue dei controlli a fine giugno cercando di non sovrapporsi ai controlli di Ats, ma individuando ulteriori punti dove esiste flusso di bagnanti, ma soprattutto dove può essere intravisto un rischio più elevato di inquinamento. In particolare in prossimità della foce di fiumi, torrenti, canali o in prossimità di scarico di condutture fognarie depurate o meno. Situazioni, quindi, dove potrebbe esserci una contaminazione batterica. Sulla sponda occidentale del Lario in passato sono risultati critici, pur in modo altalenante, punti alla foce del Cosia e del Breggia, ma anche del Senagra a Menaggio, del Telo ad Argegno e dell’Albano a Dongo. Nel 2017 si è confermata inquinata la foce del Telo e dell’Albano, ma sono invece risultati favorevoli i campionamenti sul Senagra e anche alla foce del Breggia e del Cosia. Soprattutto quest’ultimo ha destato meraviglia e si dovrà verificare se si sia trattato di un risultato estemporaneo legato alle condizioni del giorno del prelievo o se sia l’indicatore di una inversione di tendenza. Il colore che assume periodicamente l’acqua del Cosia e le frequenti osservazioni di schiume non sono però di buon auspicio.

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Gli scarichi nel lago – Stato ecologico, fioritura algale, presenza di microplastiche e, in taluni casi anche la presenza di inquinanti chimici, sono quindi strettamente legati alla modalità di raccolta delle acque reflue, alla presenza di scarichi abusivi o accidentali e al funzionamento degli impianti di depurazione.
La quantità di acqua immessa senza depurazione direttamente nel lago o indirettamente attraverso canali e corsi d’acqua è fortemente diminuita negli anni. Permangono scarichi isolati non controllati e forti sospetti sulla presenza di scarichi diretti nella parte interrata di torrenti come il Cosia, il suo affluente Fiume aperto o il Valduce che si getta nel lago in zona Sant’Agostino di Como.
Gli sversamenti occasionali abusivi o accidentali sono sempre possibili, anche se solitamente sono segnalati da cittadini attenti e si riesce spesso ad individuarne l’origine. Recentemente ad esempio ne sono stati individuati nel torrente Fiume aperto.
Elemento critico è rappresentato dallo stato delle condutture fognarie, spesso vecchie e oggetto di rotture accidentali. Passano sotto silenzio a meno che si verifichino in punti molto frequentati come avvenuto nei primi mesi del 2018 nei pressi di piazza Cavour e all’altezza della diga foranea.
Altra criticità è la presenza di tratti di fognature un po’ in tutti i comuni, non solo vetuste, ma anche di tipo misto. Vale a dire che raccolgono non solo le acque nere di origine domestica, ma anche le acque di pioggia, direttamente o dalle tombinature stradali. In caso di pioggia vengono riversate nei corsi d’acqua attraverso i manufatti di troppo pieno o provocano a loro volta rotture e straripamenti. Anche I depuratori sono quindi costretti in caso di pioggia a deviare l’acqua attraverso scolmatori nei corsi d’acqua o nel lago. Gli inquinanti scaricati sono in questo caso molto diluiti e apparentemente innocui. In realtà tornano poi a concentrarsi nell’acqua o, come abbiamo visto, nelle forme viventi ivi presenti.

Riguardo al funzionamento dei depuratori, va detto che soprattutto quelli più piccoli non sempre sono all’altezza della situazione e i trattamenti risultano a volte di scarsa efficacia. Sono una quindicina i depuratori sparsi nel territorio del Lario occidentale, alcuni di piccolissima dimensione, con difficoltà sia al funzionamento che al controllo degli stessi. Anche l’impianto più grande rappresentato da Como Depur necessita, a detta degli stessi responsabili tecnici come riportato nelle periodiche relazioni, di interventi di efficientamento ed è stata per questo da tempo ipotizzata, da parte di un piano regionale di risanamento, anche il suo trasferimento in una collocazione più consona.
Nel Breggia vi è poi lo scarico del depuratore svizzero di Chiasso-Pizzamiglio, sottoposto giustamente da qualche anno a controllo da parte di una commissione mista italo-svizzera. Sempre nel Breggia si immette il torrente Faloppia in cui scarica il depuratore di Ronago, il cui funzionamento è spesso messo sotto accusa dalle autorità e dai pescatori svizzeri.
Queste e le altre problematiche correlate sono note da tempo sia agli organi di controllo, sia ai comuni interessati, sia ai gestori degli impianti. Si è assistito però ad una riduzione complessiva degli investimenti pubblici in questo settore legata sia alla sottovalutazione della gravità della situazione  di alcune amministrazione che preferiscono utilizzare le proprie risorse in altri ambiti sia al fatto che si è in attesa della presa in carico dei problemi e dei conseguenti investimenti da parte del nuovo soggetto gestore unico del servizio idrico integrato a partecipazione pubblica Como Acqua srl. Soggetto che dovrà occuparsi anche della gestione dell’acqua potabile la cui operatività è però ancora ostacolata e messa in discussione. Situazione paradossale, se pensiamo che Como, negli anni 70 del secolo scorso, con una lungimirante intesa tra amministratori locali, organizzazioni degli imprenditori e sindacati dei lavoratori, fu una delle prime realtà territoriali in Italia a dotarsi di un depuratore allora all’avanguardia, Como Depur, e di un acquedotto industriale.

Guarda la presentazione sul “littering” di Giorgio Ghiringhelli, presidente di Ars ambiente

In conclusione, Il miglioramento della qualità dell’acqua del lago di Como avvenuto tra la fine del 1900 e l’inizio del 2000 sembra aver subito un rallentamento se non una stasi. Lo stato ecologico nell’ultimo decennio non è riuscito a passare dallo stato definito “sufficiente” a quello definito “buono”, previsto dalla normativa di derivazione europea.
Lo stato chimico invece permane “non buono” e, se si intensificano le ricerche, si trovano ancora antichi inquinanti che si pensava scomparsi. Nuovi problemi con ripercussioni sanitarie emergono come la presenza sempre più invadente di alghe tossiche e la elevata concentrazione di microplastiche. Cambiamenti climatici accentuano alcuni di questi fenomeni. Solo i punti balneabili del lago sono aumentati se pur con improvvise interruzioni in piena stagione o in vicinanza di zone ancora inquinate.
Manca una regia che faccia dialogare gli enti interessati con chi, nonostante tutto, fa ricerca sull’argomento con pochi mezzi a disposizione. Soprattutto, sembra che molti politici ed amministratori abbiano deciso che non è importante completare e ammodernare le reti fognarie e rendere più efficienti gli impianti di depurazione. Sarà importante approfondirne le motivazioni e individuarne le responsabilità. [Enzo Tiso, circolo Legambiente Angelo Vassallo di Como, per ecoinformazioni] [foto di Alida Franchi, ecoinformazioni]

Leggi l’articolo di Alida Franchi, ecoinformazioni relativo al convegno Como città d’acqua del 19 maggio

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video del convegno

 

 

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2018 da in Ambiente con tag , , , .

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