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“Dawla”/ Gabriele Del Grande indaga sullo Stato islamico


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Invitato all’oratorio di Sant’Orsola (viale Lecco 125) la sera di martedì 12 giugno in un incontro organizzato da Caritas Como, Symploké, Ipsia Como, Coordinamento comasco per la Pace, Paoline Como e “Il Settimanale della diocesi di Como”, Gabriele Del Grande ha riempito la sala con un pubblico di un centinaio di persone.

Il giornalista, blogger [famoso il suo progetto Fortress Europe, ndr] e regista [nel 2014, è autore del docufilm Io sto con la sposa, ndr] è intervenuto a presentare il suo ultimo libro, intitolato Dawla. La storia dello stato islamico raccontata dai suoi disertori (ed. Mondadori, 2018), frutto di una serie di interviste condotte con settanta ex combattenti dello Stato islamico, quella realtà geopolitica che gli insider definiscono Dawla (la parola araba per “Stato”, da cui il titolo dell’opera: il nome completo è al-Dawla al-Islāmiyya,  الدولة الإسلامية) e che è anche nota con il suo acronimo Da’esh (داعش, usato come un termine dispregiativo) nell’area mediorientale e come Isis o Is a livello internazionale, e che si è ufficialmente costituita il 29 giugno 2014. Comunque si voglia chiamare l’entità in questione, essa è stata ritratta dai media come la minaccia per antonomasia ai valori rappresentati dalle democrazie occidentali, verso cui lo Stato islamico si è sempre mostrato apertamente aggressivo. Del Grande diffida però delle distinzioni dicotomiche tra “buoni” o “cattivi”, ricordando come ogni guerra sia essenzialmente pilotata dal self-interest di ciascuna parte in causa, specie in conflitti strutturalmente complessi come quello che segna la Siria dal 2011 e che si accavalla con i contenziosi già in corso nel Medio Oriente, in buona parte determinati dall’intervento delle potenze occidentali (non solo quelli più recenti, va detto) e di quelle euroasiatiche, con i complessi giochi di alleanze e rivalità che ne sono derivati. Distinzioni manichee appaiono ancor più insensate quando si considera che, delle oltre 2000 persone vittime (certificate al febbraio 2018) dello Stato islamico, la quasi totalità – tra il 98 e il 99 per cento – erano persone di fede e cultura islamica.

Il dialogo condotto da Gabriele Del Grande con Michele Luppi de Il settimanale parte da un sintetico excursus storico delle tappe che hanno segnato il conflitto siriano in anni recenti, in particolare da quelle che sono state definite, forse non troppo appropriatamente, come “primavere arabe”. In altri Stati dell’area culturale islamica [quella a cui gli studiosi di politica internazionale si riferiscono come MeNa, acronimo di Middle East – North Africa, ndr], queste “rivoluzioni dal basso” hanno portato  -con tutte le criticità del caso – a qualche concreto risultato democratico e riformista; mentre in Libia e in Siria la situazione è degenerata in guerre civili il cui impatto non si è ancora esaurito. Alle proteste in atto nel paese, il regime autocratico di Bashar al-Asad, alawita sostenuto da Mosca e da Teheran, risponde inizialmente con una dura repressione, per poi adottare un corso parzialmente riformista, almeno in superficie. A fianco – per così dire –  dei ribelli si schierano gli Stati Uniti, la Turchia e i paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita e il Qatar. Tutte queste potenze, ognuna  modo proprio, sono evidentemente interessate a volgere la situazione a proprio favore, in uno Stato che è situato nel centro della già “critica” regione mediorientale.
Alla guerra siriana in senso stretto (con le tensioni che ne derivano),  tuttavia, si sommano questioni aperte ad ogni lato del paese: l’attrito con Israele a sud-ovest, la questione curda lungo il confine con la Turchia e l’Iraq settentrionale e, a sud-est, le cellule di al-Qa’ida, già esistenti all’epoca della guerra e all’occupazione statunitensi in Afghanistan e Iraq: le stesse da cui il Califfato ha preso origine, espandendosi poi in tutta l’area del Levante, più o meno corrispondente alla Mesopotamia storica, estendendo il proprio controllo fino al confine turco-siriano, area storicamente a maggioranza curda.

Le decine di testimonianze raccolte da Del Grande gravitano intorno a quattro storie principali di ex sostenitoridell’Isis. Le sue schiere sono composte da migliaia di miliziani, arabi e non, molto spesso giovani, di origine islamica oppure convertiti, uomini e donne. Hanno alle spalle storie diverse, molte delle quali segnate dal cinismo quasi congenito di chi non ha mai conosciuto la pace, o profondamente sfiduciati nei confronti delle potenze occidentali e nel loro sistema di valori. Cercavano nell’Isis  – organizzazione statale rigidamente, efficacemente strutturata, la cui economia è basata quasi esclusivamente sul commercio di petrolio – un riferimento («ricorre spesso la parola “giustizia”, che è qualcosa di cui si avverte la forte necessità»- nota Del Grande – ), che però si è rivelato foriero di più confusione, più orrore, più violenza, di un fondamentalismo eccessivo o, per alcuni, troppo poco connotato in senso religioso. Con più o meno fortuna, hanno defezionato. Proprio intervistando un fuggitivo, Del Grande viene intercettato e arrestato dalle autorità turche a Reyhanlι, nei pressi del confine siriano. La detenzione dura poco (il ministero italiano degli Esteri segue assiduamente il caso del giornalista, scarcerato a capo di due settimane, ma gli è utile per entrare in contatto con altri disertori e tratteggiare un ritratto ancor più completo della realtà del Dawla, vista e vissuta dall’interno.
La parabola del potere militare del’Isis comincia a declinare con i bombardamenti e con la resistenza, supportata dalle milizie curde e dai foreign fighters (tra gli altri). L’esercito del califfato retrocede, abbandonando le basi occupate, restano poche cellule lungo il confine siro-iracheno, la compattezza originaria sembra cedere il passo a “focus” diversi (alcuni nuclei insistono sull’islam “politico”, altri sul potere militare); il terrorismo internazionale, comunque, consente all’Isis di mantenere alta la tensione nei suoi confronti (una domanda sollevata da Dawla è: “si è radicalizzato l’islamismo, o si è islamizzato il radicalismo?”) . Non è invece chiara, e resta perciò preoccupante, la situazione dei servizi segreti, dentro e fuori dal Medio oriente.
In 593 pagine di narrazione, le storie raccolte e assemblate da Gabriele Del Grande non vanno in cerca di virtù ma, piuttosto, di una spiegazione che trae accuratezza dalla sua coralità: «I “buoni” non sono quelli che imbracciano le armi: sono le vittime della guerra, sono la resistenza dal basso, spesso oppressa o dimenticata, al di là dell’appartenenza etnica, nazionale, religiosa: i luoghi comuni che abbiamo in testa, sull’Islam, sul Medio Oriente, sulla guerra o sul terrorismo, sono di poco aiuto nel comprendere una realtà tanto complessa»: questa, in estrema sintesi, l’opinione dell’autore, o del narratore, che con la sua opera cerca di dare una spiegazione a un “nemico” che ci fa ancora tanta paura non solo perché potente, violento e “diverso”, ma anche, e forse soprattutto, perché complesso e sconosciuto. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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