Divorzio (con figli) all’italiana: rischi e paradossi del ddl Pillon

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Un incontro di alto contenuto informativo è stato organizzato e partecipato dal gruppo comasco di Nonunadimeno la sera di giovedì 17 gennaio, alla sede della Cgil di Como in via Italia Libera. Oggetto degli interventi delle avvocate Grazia Villa e Laura Tettamanti è stato il ddl Pillon, più tecnicamente “Atto Senato n°735, XVIII legislatura  – Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” (qui il testo completo). Tale discussione intende anticipare una manifestazione pubblica sullo stesso argomento, sulla scia di quella indetta a Milano lo scorso novembre.
Già prima di essere bocciato in Cassazione il mese scorso, il testo del ddl Pillon ha suscitato, dentro e fuori dal Parlamento, forti e trasversali critiche per le sue controverse implicazioni. Intento dichiarato di un provvedimento che prevede già più di cento audizioni è quello di preservare l’unità della famiglia per quanto possibile, garantendo  – in caso di separazioni e divorzi –  un diretto e più simmetrico coinvolgimento degli ex coniugi nella crescita dei figli minorenni, scongiurando il rischio di “alienazione genitoriale”; contestualmente, le modalità con cui tale “bigenitorialità” sarebbe raggiunta lascia leggere tra le righe il tentativo di rendere i divorzi più difficoltosi, dunque di scoraggiare la separazione anche in situazioni familiari di accesa tensione.
Il disegno di legge prende le distanze dalla legge 54/2006, che aveva introdotto l’affidamento condiviso dei figli minori salvo casi di pericolo per gli stessi. Una norma dall’impatto tutto sommato positivo rispetto a un’equa responsabilità genitoriale, (dato tuttavia negato dai fautori del ddl Pillon, che ne sostengono il fallimento). Invece, il provvedimento del governo Lega -M5s adotta un approccio standardizzato rispetto alla materia, restituendo centralità – almeno in teoria – alla famiglia, e nella fattispecie ai genitori, rispetto all’intervento giurisdizionale. Secondo il decreto, verrebbe applicato un criterio di parità nel tempo trascorso dal minore con ciascuno dei genitori in seguito alla separazione; inoltre, il ruolo del giudice risulterebbe assai ridimensionato dall’introduzione degli istituti della mediazione civile obbligatoria (paradossalmente definita “volontaria”, e a pagamento) e del “coordinatore genitoriale” (idem), ai quali sono rispettivamente assegnati i compiti di appianare le controversie tra ex coniugi per raggiungere un accordo equilibrato e di intervenire nell’interesse dei figli minorenni delle coppie in separazione, non tuttavia nel senso di dar voce ai figli stessi, ma di esercitare un vero e proprio potere decisionale nei loro confronti. Addirittura, un’espressione di disagio espressa dal minorenne potrebbe essere letta come tentativo di manipolazione da parte di uno dei due coniugi, che potrebbe vedersi preclusa la potestà sui figli. In caso di persistente rifiuto, alienazione o estraniazione mostrati verso un genitore, il giudice potrebbe prendere provvedimenti d’urgenza, permanenti o temporanei, rispetto alla responsabilità genitoriale e/o alla residenza dei figli minorenni, compreso il collocamento presso strutture specializzate e il risarcimento del minorenne da parte del genitore reo di abusi o manipolazioni, anche in assenza di prove. Al tempo stesso, l’atto 45 associato al ddl 735 prevede la sospensione della potestà genitoriale in caso di calunnia dell’ex coniuge, mentre l’atto 768 interviene sulla norma del codice penale che punisce la violenza domestica, specificando che i maltrattamenti sarebbero perseguibili se sistematici e perpetrati ai danni di familiari o minori.

Un disegno di legge su cui hanno inciso il retroterra ultra-cattolico del firmatario, il senatore della Lega Simone Pillon (anche avvocato e mediatore familiare), e l’intervento di psichiatri, psicoterapeuti e di vari gruppi di interesse, tra cui Villa cita l’associazione dei padri separati, si mostra così decisamente autocontraddittorio nel ridare centralità e parità alla famiglia  – soprattutto ai genitori – negando al tempo stesso la specificità di ciascuna storia familiare, leggendo le statistiche in modo scorretto e strumentale, e nel voler tutelare l’interesse del minore” monitorandone le frequentazioni (inserite in un meticoloso “piano genitoriale”, redatto – ovviamente? – anch’esso a pagamento) in modo intrusivo, perfino disumanizzante, quasi i figli fossero bozze di progetto o piani di investimento; facendo passare il doppio domicilio come vantaggio – piuttosto che come elemento di instabilità e disagio –  e interpretando le testimonianze e i comportamenti dei minori in modo potenzialmente scorretto, dunque pericoloso.
Individuare e perseguire casi di violenza domestica quando si presume il plagio del figlio, la calunnia, o quando manca/ non è provata la sistematicità di una condotta violenta o rischiosa, diventa particolarmente problematico e può portare a una errata valutazione delle dimensioni complessive del problema e della sua complessa fenomenologia. Si retrocede, in questo senso, dalle disposizioni del diritto internazionale in materia di violenze domestiche e femminicidio, come la Convenzione di Istanbul già sottoscritta dall’Italia: dovesse il ddl Pillon entrare in vigore, un’assenza di prove, o un’omissione di denuncia da parte della vittima, rischierebbe di perpetrare situazioni di violenza e/o intimidazione e di precludere l’adozione di misure cautelari, alimentando un circolo vizioso di omertà, tolleranza de facto della violenza non denunciata o non comprovata, e ritorsioni verso il presunto calunniatore, o calunniatrice; dinamica che potrebbe passare ancor più in sordina per i nuclei familiari stranieri, specie se non pienamente regolarizzati, e che è soltanto aggravata dai tempi dilatati dei processi penali rispetto a quelli civili.
Dal punto di vista economico, costi di divorzio più onerosi peserebbero sulle madri ed ex mogli piuttosto che sui padri/ ex mariti(tenendo conto dell’ancora strutturale disparità salariale e lavorativa tra i sessi), a dispetto di una narrativa mediatica distorta che lascerebbe pensare il contrario. Anche in caso di separazione pacifica e consensuale, il coinvolgimento di mediatori e coordinatori comporterebbe per la famiglia costi maggiori di quelli attualmente previsti, e che, se sommati a una condizione di precarietà economica o abitativa, potrebbero compromettere il pieno esercizio della potestà genitoriale, né più né meno di una condotta penalmente perseguibile, o comunque abusiva.

Tanti e tali sono i rischi di un decreto così formulato da aver attirato le critiche non solo dei detrattori più “prevedibili” e delle parti direttamente interessate, ma anche di ambienti più tradizionalisti, laici e religiosi, puntualizzano le relatrici, da cui la complessità del dibattito politico e sociale sollevato dal provvedimento. Che esso si traduca o meno in legge vigente, vale la pena di fare il punto tanto dello status quo quanto dei possibili sviluppi e delle migliorie da apportare negli stessi ambiti di interesse. In generale, non è facile comprendere la questione se non da un punto di vista comparativo e pratico, tantomeno in un contesto di arretramento dei diritti e falsificazione dei fatti come è quello attuale, non soltanto in materia di famiglia, affidamento e diritto privato, ma anche, per esempio, per quanto riguarda la correlazione tra migrazioni e sicurezza, temi che, beninteso, possono spesso sovrapporsi tra loro. Oltre al proposito dichiarato di riportare le questioni affrontate in serata all’attenzione e alla comprensione di un pubblico più vasto, l’incontro si è perciò concluso con l’impegno a proporre nuovi approfondimenti su altre tematiche di interesse collettivo. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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