La videoconferenza di martedì 26 febbraio del prof. Carlo Borzaga, dedicata a “beni comuni, terzo settore economia sociale” ha offerto un dialogo molto stimolante su un argomento poco conosciuto e certamente non semplice, trattato con grande chiarezza dal relatore.  Si è così concluso il percorso formativo sulla sostenibilità proposto dal progetto Como futuribile di Arci, Auser, Legambiente e l’Isola che c’è.

L’argomento “beni comuni” può essere scivoloso, soprattutto se si affronta la discussione con lo sguardo rivolto all’indietro, a categorie interpretative che hanno fatto il loro tempo. Non tanto lo statalismo, che anzi – depurato di alcuni eccessi del “tutto pubblico” – può e deve essere rivalutato, come la pandemia si è tragicamente incaricata di ricordarci; quanto piuttosto il liberismo del “tutto mercato” che trasforma ogni cosa in merce e piega tutto a logiche di profitto.

Serve dunque un cambio di paradigma. Sicuramente facile a dirsi, non necessariamente difficile a farsi, se stato e mercato lasciano il dovuto spazio alle tante esperienze di comunità intraprendenti che agiscono nel paese.

E’ questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge dal webinar organizzato dal progetto Como futuribile, martedì 16 febbraio, con il prof. Carlo Borzaga, economista, studioso dei sistemi di welfare, ricercatore sociale. Una conversazione intensa, scandita dalle puntuali domande di Mariagrazia Gispi, responsabile comunicazione del CSV Insubria, che ha patrocinato l’evento.

Non è semplice dare una definizione di beni comuni: la questione appassiona i giuristi, ma non per questo deve essere considerata un tecnicismo. Si può fare riferimento al lavoro della Commissione parlamentare presieduta da Stefano Rodotà, che ha il grande pregio di ricondurci alla stella polare della Costituzione: sono beni comuni quelle «cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona». In altre parole, funzionali all’attuazione dei diritti costituzionali.

Partendo dalla definizione di Rodotà, Borzaga va oltre. Per un verso, consegna alla storia passata l’impostazione restrittiva di chi vorrebbe restare fermo ai tempi dei commons, quei beni di proprietà collettiva come gli antichi usi civici, che peraltro nel tempo hanno perso centralità anche a causa dei processi di privatizzazione. Per altro verso, non abbraccia l’impostazione di chi contrappone in modo netto e radicale il valore d’uso  e la proprietà.

Suggerisce una terza via, che mette al centro il modo di gestione del bene: è necessario uscire dal pendolo stato/mercato e promuovere l’approccio cooperativo, con modalità partecipative, inclusive e democratiche. Non mancano, in Italia e nel mondo, le buone pratiche che vanno in questa direzione e che hanno tutte le carte in regola anche dal punto di vista della sostenibilità economico/finanziaria, come dimostrano autorevoli studi che hanno evidenziato quanto sia conveniente  produrre servizi locali attraverso le comunità di utenti.

Si può quindi constatare che a livello scientifico ed accademico non esiste più un pensiero unico liberista. Non altrettanto si può dire in ambito politico, e lo stesso approccio presente nelle bozze di recovery plan finora circolate lo confermano. Questo non deve scoraggiare, perché se è vero che ci sarà da dare battaglia per conquistare i cambiamenti che auspichiamo, è altrettanto vero che il cambiamento è già avviato ed è sempre più difficile ignorarlo.

In primo luogo, pur con evidenti limiti e contraddizioni, il codice del terzo settore ha sancito un punto fermo, con l’articolo 55 che impone di fatto alle amministrazioni pubbliche di far proprio l’orizzonte collaborativo, attraverso gli istituti della co-programmazione delle politiche e della co-progettazione dei servizi. Un orizzonte nuovo per le organizzazioni di terzo settore, poste ora su un piano non solo di pari dignità, ma addirittura di esclusività. Non sono mancati – e non poteva essere diversamente – i tentativi di boicottare questa importante innovazione, con sentenze del Consiglio di Stato e pronunce dell’Anac fortemente contrarie, ma la recente sentenza 131 del 26 giugno 2020 della Corte Costituzionale ha finalmente dato il via libera a questa idea di “amministrazione condivisa”.

Si tratta ora di agire localmente, per far si che la previsione di legge sia recepita negli atti amministrativi e nelle prassi delle Amministrazioni. Da questo punto di vista, a Como, siamo assai lontani dall’obiettivo, mentre situazioni a noi vicine come Lecco presentano scenari molto più favorevoli. Ovviamente questa diversità chiama in causa non soltanto la controparte politica, ma anche il mondo del terzo settore locale, che deve cambiare profondamente, abbandonando anch’esso le logiche competitive e le rendite di posizione di singole organizzazioni.

La videoconferenza di Carlo Borzaga, seguita in diretta facebook con oltre 200 contatti, ha chiuso il percorso formativo sulla sostenibilità proposto dal progetto Como futuribile. In tre incontri, abbiamo toccato i più importanti nodi della difficile fase che stiamo attraversando: la transizione ecologica avrà sicuramente impatto sul mondo del lavoro, sul sistema economico, sul sistema istituzionale. È essenziale una gestione di questi impatti che riduca le disuguaglianze, redistribuisca reddito e risorse, apra nuovi spazi di democrazia. Gianna Fracassi, Alfonso Gianni e Carlo Borzaga, con i loro contributi, ci dicono che tutto ciò è certamente possibile ma, altrettanto certamente, non è scontato. Sta a noi, alle nostre organizzazioni, alle nostre individualità, essere protagonisti attivi, consapevoli e – se necessario – conflittuali del cambiamento.

[Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

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