«Per la prima volta nella storia umana, il nostro futuro come specie appare decisamente incerto», afferma Vandana Shiva nel suo libro Il pianeta di tutti con una mole di dati sulle trasformazioni ambientali degli ultimi due secoli che farebbero arricciare il naso ad ogni scettico dotato di raziocinio e disposto a confrontarsi sulla frattura tra cultura e natura, sul rapporto tra specie e specismo, tra innalzamento della temperatura e cambiamento degli stili di vita.

Ma pare che la categoria degli scettici sia scomparsa per far spazio ai negazionisti che, senza lo sforzo di documentarsi, di pensare e di confrontarsi, negano a priori ogni evidenza. In questo contesto culturale la scienza non è più un sistema di conoscenze capace di spiegare e orientare grandi scelte, magari falsificabile come diceva Popper, ma una opinione come le altre da commentare sui social. In questo rumore di fondo indistinto, senza un dibattito pubblico e nelle stanze private grilline nasce l’idea di un Ministero della transizione ecologica che dovrebbe traghettare l’Italia verso una economia compatibile con le leggi di natura. L’idea in sé, che servano un tempo e nuovi metodi per orientare le scelte economiche è evidente, inoltre dal punto di vista istituzionale il pregio risulta essere quello di concentrare competenze divise in più ministeri, ma non ci siamo con gli obiettivi che, anche alla luce delle più di 2000 pagine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza inviate in Europa, paiono essere quelli di rinnovare un paradigma socio economico che conosciamo da tre secoli, il capitalismo, che è concausa di ciò che sta accadendo ad un ritmo accelerato sulla terra e non può essere la cura. Questa impostazione schiacciata su un modello economico e su una visione di corta durata non tiene conto dell’orizzonte catastrofico che già da questo secolo è previsto: un pianeta sempre più inospitale e tendenziale scomparsa della specie umana. Certo non stiamo parlando del prossimo secolo, ma tutti i dati scientifici e demografici delle agenzie Onu ci dicono che all’orizzonte di questa era, se non c’è un cambiamento radicale del modo in cui abitiamo il pianeta, a scomparire sarà il nostro mondo non la terra. Ecco il punto, abitare il pianeta, abitare la città, abitare uno specifico territorio, abitare la natura è un atto politico non soltanto una scelta di responsabilità etica soggettiva, perché vuol dire riconoscere i legami tra tutte le parti del sistema terra, come il micelio fungino che connette una rete ampia di radici e dà vita a ciò che non vediamo. Vuol dire riconoscere che apparteniamo a radici profonde che legano la foglia dell’albero dell’orto con i destini delle specie in via di estinzione, le nuvole con l’acqua che scorre nel ruscello sotto casa. Vuol dire che ci deve essere coerenza tra le scelte politiche di carattere generale e la scelta politica di acquistare o gli stili di vita. Non può esistere una politica dei due tempi, prima si cambia la politica energetica o il modello economico, poi si cambiano gli stili di vita, o il contrario, serve altresì un nuovo modello economico sociale, serve una vera rivoluzione che non può essere la presa del potere o dello stato, ma una nuova civilizzazione agroecologica.

Non sempre nella storia l’abitare è stato coniugato con l’appartenere, ma quello che si osserva è che esiste una coscienza dei territori che ha caratteri identitari, saperi, risorse ambientali, culture, stili di vita, modelli sociali, narrazioni, che creano l’ethos di un luogo, e allo stesso tempo lo spirito di un luogo educa le comunità che lo abitano. So che il provincialismo delle comunità locali è stato spesso sinonimo di conservatorismo, ma la domanda oggi va posta comunque: quale ruolo possono avere i territori in una nuova civilizzazione agroecologica? I dati delle agenzie Onu parlano di riduzione radicale delle risorse che colpirà soprattutto le aree urbane che, dopo una crescita residuale, nei prossimi decenni saranno il fulcro della crisi ambientale e quindi sociale; questo dato ci interroga sul modello urbanistico dell’ultimo secolo che ha portato un abitante su due a vivere nelle metropoli e che sta creando smart city che esternalizzano le contraddizioni o megalopoli che le concentrano. Questa situazione dovrebbe spingerci ad una delle alternative possibili, quella di ripopolare le aree interne in Europa, di sostenere le comunità locali in centro Africa, in sud America e in Asia. Serve un piano mondiale sull’abitare che dia prospettiva e futuro alla specie umana, serve un piano italiano di ripopolamento delle aree interne e delle montagne non come contrasto al declino demografico, ma come uno dei modelli di sviluppo capace di coniugare nuova agricoltura, tecnologia, stili di vita e dell’abitare. Questo fenomeno, già in atto da anni, è però frutto di scelte soggettive e di piccole comunità, non di una strategia politica generale, comunità che spesso sono in rete, ma che rimangono nicchie non in grado di divenire modello.

Torniamo all’assunto di fondo: abitare è un atto politico carico di progetto, cura e responsabilità, lo dicono soggetti assai diversi e interessanti a loro modo, da Alberto Magnaghi nel suo ultimo libro Il principio territoriale a Papa Francesco nel Laudato si’, da Emanuele Coccia ne La vita sensibile a Vandana Shiva ne Il pianeta di tutti, da Gilles Clèment ne Il manifesto del terzo paesaggio a Carlo Petrini nei suoi libri. Come diceva Henri Lefebvre nel suo vecchio libro “La produzione dello spazio” degli anni ’70 dello scorso secolo «Se è fondamentale occuparsi dell’abitare con responsabilità è perché tutti siamo abitanti e cittadini non solo di terre, identità e relazioni, entro determinati confini, ma della Terra e abbiamo altresì cittadinanza presso una comunità, intesa come qualcosa corrispondente ad un senso d’appartenenza a livello planetario che ci richiede di sviluppare una coscienza e una solidarietà comune». [Marco Lorenzini, ecoinformazioni]

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