Continua fino al 2 febbraio lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della Nonwovens di Mozzate annunciato il 16 gennaio da Filctem Cgil, Femca Cisl e A.L. Cobas a seguito della decisione dei vertici aziendali di chiudere lo stabilimento. Sono 92 i posti di lavoro a rischio, nell’ennesimo episodio di chiusure e licenziamenti collettivi inaspettati da parte di una multinazionale.

Lo stabilimento dell’azienda Suominen-Nonwovens di Mozzate, specializzata nella produzione e vendita di rotoli di tessuto non tessuto per salviette, che durante la fase acuta della pandemia ha visto i lavoratori fare gli straordinari per produrre camici per medici, interromperà la produzione tra aprile e giugno 2023. Per questa decisione il 16 gennaio è iniziato uno sciopero di una settimana, indetto da Filctem Cgil, Femca Cisl e A.L. Cobas, poi prorogato al 2 febbraio.

Sono 92 i posti di lavoro a rischio e ad oggi l’azienda non ha dato chiarimenti. Ma entro il 26 gennaio dovrà avviare la procedura di licenziamento collettivo prevista dalla legge 223 del 1991 e al momento non formalizzata. La trattativa è ancora da iniziare e tra le richieste di sindacati e Rsu c’è il ritiro dei licenziamenti, la salvaguardia dei posti di lavoro e la previsione di una cassa integrazione straordinaria (quella ordinaria è scaduta il 22 gennaio). Si valuterà in un secondo momento se ci sarà l’opportunità di trasferire lavoratori e lavoratrici a un altro impianto dell’azienda a Cressa, in provincia di Novara.

Controllata dalla società finlandese Suominen che ha stabilimenti in Italia, Spagna, Stati Uniti e Finlandia, quella della Nonwovens è una vicenda che ricorda molto quanto accaduto nel 2021 alla Henkel di Lomazzo, chiusa con un accordo dal sapore amaro. Anche qui assistiamo a una multinazionale che decide da un giorno all’altro di terminare con alcune produzioni poiché non più remunerative, con un atteggiamento poco rispettoso nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno saputo dal sito dell’azienda e dai giornali della decisione ancora prima che gli fosse comunicata direttamente. Una scelta che tutti i sindacati hanno definito inaspettata. «Ogni volta che mettevamo sul tavolo quesiti su eventuali crisi o strategie aziendali ci veniva risposto di non preoccuparci e che lo strumento utilizzato della cassa integrazione era solo legato a delle questioni di aumento del costo dell’energia o di diversificazione del mercato», afferma Antonio Monsurrò, di Femca Cisl dei Laghi. «C’era preoccupazione rispetto al fatto che una delle due linee non fosse in funzione, ma sembrava una situazione di precarietà di commesse e instabilità di mercato piuttosto simile ad altre».

«Già a luglio avevamo capito che c’era qualcosa che non andava perché la cassa integrazione veniva prorogata. Per questo avevamo deciso in assemblea di fare uno sciopero per avere risposte chiare», dice Antonio Ferrari di A.L. Cobas. I motivi della decisione, secondo l’azienda, sono dovuti alle difficoltà legate ai costi energetici troppo alti e le problematiche legate ai macchinari che a Mozzate non sarebbero più idonei alle nuove produzioni ecologiche che vanno ad eliminare la plastica. Già lo scorso anno a Cressa, dove ci sarebbe una produzione più sostenibile di tessuto non tessuto, sono stati spostati alcuni lavoratori dello stabilimento di Mozzate. «Mentre a Cressa veniva aumentata la produzione, con straordinari e assunzioni di circa 25 lavoratori, a Mozzate si andava verso la chiusura totale».

La transizione ecologica è importante, ma non può essere subita esclusivamente da lavoratori e lavoratrici. E comunque, secondo i sindacati questa motivazione non regge. «A Cressa da una parte si fa la produzione più ecologica, ma dall’altra ci è arrivata notizia da alcuni membri della nostra Rsu che hanno da poco messo in funzione un macchinario del 2009 che produce esattamente gli stessi materiali di Mozzate. Semplicemente portano la materia prima da Mozzate a Cressa», continua Ferrari. «Nonostante a Mozzate ci siano professionalità con esperienze ventennali hanno deciso di usarli per poi licenziarli, mentre a Cressa assumono più di venti persone meno qualificate». In modo compatto l’assemblea ha rifiutato la richiesta di far lavorare i magazzinieri per permettere l’uscita di alcuni camion. «Abbiamo concordato che il presidio va comunque avanti. Niente si muoverà fino al 30 gennaio, giorno in cui teoricamente i lavoratori dovranno tornare al lavoro», conclude Ferrari.

«Che le multinazionali arrivino, acquistino o costruiscano impianti anche creando ricchezza ma poi decidano di chiudere le fabbriche è un problema e un impoverimento anche dal punto di vista del territorio», afferma Sandro Estelli, segretario provinciale Cgil di Como e per tanto tempo alla guida della Filctem Cgil. «Il problema è anche cosa lasciano nel territorio. Nel caso della Henkel di Lomazzo era un centro cittadino, qui siamo in un’area industriale e le aree industriali dismesse diventano poi scheletri che vengono abbandonati difficili da riqualificare». Una preoccupazione che coinvolge anche l’amministrazione locale. Il sindaco di Mozzate, Luigi Monza, si è detto aperto al confronto e disponibile a coinvolgere anche altri enti locali e regionali, con cui è previsto un incontro a breve. Negli scorsi giorni a mostrare la sua solidarietà è passato al presidio anche Giovanni Impastato, che si trovava nelle vicinanze per alcune lezioni nelle scuole in ricordo del fratello Peppino ucciso dalla Mafia nel 1978.

Ormai sono sempre più diffuse queste dinamiche di licenziamenti inaspettati da parte di multinazionali. Il caso più emblematico è stato quello della Ex Gkn di Campi Bisenzio, che ha avuto un risalto nazionale e che ancora resiste, mentre nel comasco il caso più recente è della Henkel. Ora il timore è che alla lista si aggiunga anche la Nonwovens di Mozzate, magari prima di quella di Cressa. Al momento si resta in attesa di capire come si muoverà l’azienda e nel frattempo lo sciopero e il presidio continuano compatti, con le tre sigle sindacali e i lavoratori e le lavoratrici uniti. [Daniele Molteni, ecoinformazioni; foto per gentile concessione di Antonio Ferrari]

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