LAC Lugano

Al Lac di Lugano l’India immaginata dall’Occidente

C’è ancora qualche giorno, fino al 21 gennaio, per visitare la mostra India. Sulle vie dell’illuminazione al Lac di Lugano. L’esposizione, come spiega bene il sottotitolo, non è una semplice mostra sull’India, ma sul suo mito all’interno della cultura occidentale dall’inizio dell’Ottocento a oggi.

(altro…)

Mostre/ A Lugano Meret Oppenheim donna dell’arte

La nuova mostra del Museo d’Arte della Svizzera italiana, al LAC di Lugano, è dedicata a Meret Oppenheim, grande artista che ha attraversato, col suo operare e il suo sguardo di donna, gran parte delle avanguardie del Novecento.

Nell’esposizione luganese, in realtà, la considerazione di genere, con l’obiettivo esplicito di conferire la giusta importanza al ruolo femminile in campo artistico, si coniuga con un omaggio di sapore locale poiché l’artista, berlinese di nascita, ma elvetica per parte di madre, risiedette a lungo a Carona, passandovi non solo periodi di vacanza, ma anche una buona parte dell’ultimo periodo della sua vita, e lì creando, in un piccolo studio appositamente allestito, non poche opere.

meret-mr05

Il ruolo di Meret Oppenheim nell’arte contemporanea è centrale, ma ciononostante ancora sottovalutato: arrivata giovanissima (poco più che diciottenne) nella Parigi degli anni Trenta, fonte di gran parte delle sperimentazioni moderne, si lega al gruppo degli artisti d’avanguardia, aderendo poi al surrealismo. In quell’ambiente attraversa molti ruoli: è artista, ma anche musa ispiratrice e modella. In effetti nella cerchia dell’avanguardia parigina la presenza femminile è sempre forte, ma assai controversa e spesso relegata in posizioni di secondo piano (basti pensare alle storie personali di Dora Maar e Lee Miller, percepite quasi unicamente come affascinanti modelle o compagne, rimuovendo la loro autonoma elaborazione); per evidenziare, viceversa, il rapporto dialettico tra Meret e i suoi colleghi, maschi, già affermati e magari già attempati, la mostra mette “in dialogo” le opere dell’artista con quelle di altri esponenti dell’avanguardia, Marcel Duchamp, Man Ray (che la ritrasse in straordinarie fotografie accanto al torchio da stampa di Louis Marcoussis), Hans Arp, Max Ernst, René Magritte. E con tutta evidenza, il confronto è equilibrato, la sua “fresca” lettura surrealista della realtà non sfigura affatto in rapporto a quelle di tanti “maestri”; la sua arte nelle varie declinazioni (disegno, pittura, scultura, fotografia, performance) si colloca sul proscenio di molte elaborazioni successive. E l’esposizione evidenzia quindi il lascito fecondo dell’opera di Meret Oppenheim, operante fino ad anni recentissimi (significativo è, per esempio l’accostamento con un’opera di Mona Hatoum: le tazzine gemelle siamesi che si rifanno da un lato alla famosa tazza da colazione “impellicciata” e dall’altro alle calzature saldate in punta).

meret-mr02

meret-mr03

Le opere sono quindi presentate in una sequenza complessa, organizzata per assonanze tematiche (in cui non è difficile cogliere un implicito riferimento alle libere associazioni surrealiste, in qualche modo innervate dal pensiero psicanalitico) e distribuita con ritmo pausato sulle pareti del LAC: un’esposizione che il curatore Guido Comis ha definito “non ridondante” e che risulta assai suggestiva e stimolante. La maggior parte delle opere è in effetti poco nota e si presta a più di una riflessione (certo, come è stato notato, manca l’originale di Le déjeuner en fourrure, “La colazione in pelliccia”, che del lavoro di Meret Oppenheim è sicuramente l’esempio più noto – in mostra evocata dalla fotografia che ne fece nel 1936 Man Ray –, ma il boccale-scoiattolo quasi quasi vale il cambio…). Evocative del clima divertito e al tempo stesso tenebroso di quegli anni sono le maschere originali utilizzate nel corso delle feste di carnevale a Berna e Basilea, che si accompagnano alla sezione di ritratti (in fotografie e in dipinti) dell’artista.

meret-mr04

Non mancheranno per altri versi divagazioni in libertà, nel più puro stile surrealista. A chi scrive è capitato nella visita seguita alla conferenza stampa, di fronte al Tavolo con le zampe di uccello, di cogliere al volo una battuta “Ah sì, certo, ce l’ho anch’io”. Meret Oppenheim ne avrebbe sicuramente gioito.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

meret-mr01

 

Meret Oppenheim

Opere in dialogo da Max Ernst a Mona Hatoum

a cura di Guido Comis con la collaborazione di Maria Giuseppina Di Monte

LAC Lugano Arte e Cultura

piazza Luini 6, Lugano

12 febbraio – 28 maggio 2017

 

Orari: martedì-domenica ore 10.00-18.00,  giovedì fino alle 20.00, lunedì chiuso

info: www.luganolac.ch

 

Ingresso alle esposizioni temporanee

Intero: CHF/Euro 15.-

Ridotto: CHF/Euro 10.-

Gratuito ogni prima domenica del mese

Le fotografie di Rodčenko al LAC di Lugano

Il nuovo centro LAC – Lugano Arte Cultura, superata la fase di avviamento con la grande eco dell’inaugurazione, presenta la seconda serie di mostre, mentre è ormai avviata la stagione concertistica e teatrale con nomi di grande risonanza.

Nel grande edificio affacciato sul lago, nell’arco dell’ultimo mese sono state inaugurate tre mostre. Quella che si annuncia di maggiore richiamo è dedicata ad Aleksandr Rodčenko, figura centrale dell’avanguardia sovietica della prima metà del Novecento e grande innovatore del linguaggio fotografico. Alcune immagini da lui prodotte, in effetti, si sono stabilmente insediate nell’immaginario di successive generazioni: il ritratto ravvicinato della madre con gli occhiali, per esempio, o le vedute da sotto in su della scala antincendio. “Costruttivista” dell’immagine per antonomasia, Rodčenko è in realtà molto di più, e il merito della mostra luganese che presenta un’ampia selezione di materiali provenienti dalla Casa della Fotografia di Mosca (con la più vasta raccolta al mondo di immagini dell’autore), è proprio quello di non fermarsi all’ovvio e di presentare le molte sfaccettature di questa variegata personalità, compreso il tormentato rapporto con il potere sovietico, rapidamente passato dagli slanci rivoluzionari alla chiusure dell’era staliniana.

Se le prospettive insistite dal basso verso l’alto (a volte provocatoriamente rovesciate, per sovvertire la logica della visione banale), i tagli diagonali, le inquadrature che “sfondano” i margini del quadro sono il contributo più conosciuto di Rodčenko alla sintassi moderna dell’immagine, ci sono anche delicate e sognanti riprese del teatro e del circo, realistiche documentazioni del duro lavoro (per esempio, nella magistrale serie dedicata alla costruzione dell’imponente canale dal Mar Bianco al Mar Baltico, grande realizzazione del primo piano quinquennale sovietico), ritratti diversificati nell’approccio (da quelli famosissimi di Vladimir Majakovskij e Lilja Brik, a quelli meno noti di altri scrittori e attrici).

Ancora più interessante è la presentazione dell’“uso” delle fotografie da parte di Rodčenko, che fu, oltre che fotografo e pittore, anche grafico. Si capisce così che molte immagini trovano nel loro obiettivo comunicativo finale la loro ragion d’essere, e che il fotografo componeva molto spesso l’inquadratura giù pensando alla “gabbia” dell’impaginazione finale. È abbastanza facile, del resto, mentre si guarda a questi bozzetti d’epoca, capire quanto della grafica attuale, anche di quella digitale, dipenda da questi generosi esperimenti fatti con forbice e colla.

La mostra, allestita al primo piano del LAC con una disposizione radicalmente diversa degli spazi rispetto a quanto già visto, presenta un ventaglio di materiali talmente ampio che chiunque può trovare motivi di interesse e riflessione. Si conclude davanti alla vetrata che esibisce il panorama del Ceresio: qui sono collocate le tre Sculture spaziali, esempio di una diversa ricerca artistica condotta parallelamente a quella fotografica. Certo, non è l’Uomo che cammina di Giacometti della precedente esposizione, ma l’effetto è comunque grandioso.

Ma al LAC, come si diceva, c’è di più. Godibilissima è la mostra di Markus Raetz (allestita al secondo piano), che gioca con i meccanismi della percezione e del linguaggio artistico. Nel continuo passaggio dai giochi ai concetti, le molte opere sono una specie di riassunto di un possibile percorso alla scoperta dell’arte. Di inarrivabile raffinatezza le sculture “ambigue” che invitano alla decodifica del significato in forme che appaiono a prima vista prive di senso.

Da non dimenticare anche l’apertura della prima parte delle collezioni permanenti, ospitate al piano -2. Di grande interesse è non solo la scelta di presentare porzioni delle collezioni attraverso l’elaborazione di percorsi tematici intorno ad alcune “parole” centrali per l’elaborazione artistica (per questa prima tranche: archetipo, natura, ritratto, linguaggio), ma anche quella di focalizzare l’attenzione sulla contemporaneità, ovvero sul valore attuale di queste opere. Incontrare i dipinti di John Constable (uno dei capisaldi della pittura di paesaggio inglese dell’Ottocento) e di Paul Klee (uno dei vertici delle avanguardie storiche del Novecento) accanto alla scultura di Pietro Consagra e alla faotografia di Balthasar Burkhard aggiunge senso a ciascuno di essi. Alcune delle opere più recenti, poi, sono di tale fascino che meritano di sicuro il viaggio (per quel che mi riguarda Tony Cragg e Lucio Fontana su tutti).

Il LAC, quindi, conferma l’ampiezza della sua offerta e ribadisce, nei fatti, la centralità della scelta culturale per la città di Lugano.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Rodcenko-03-Scale-LR

Scale, fotografia di Aleksandr Rodčenko.

 

Rodcenko-01-LR

L’allestimento della mostra di Rodčenko.

 

Rodcenko-02-LR

Le Sculture spaziali sospese di Rodčenko.

Collezioni-02-LR

L’opera di Markus Raetz esposta nella collezione permamente.

 

Collezioni-01-LR

L’opera di Tony Cragg presentata nella collezione permanente al piano -2

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: