Mario Landriscina

25 aprile 2021/ Liberazione/ Prima parte

Abbiamo cominciato questa “3 giorni” dedicata al 25 Aprile “dal fondo”, dall’attualità, mettendo la testa nel groviglio di problemi, ancora ben lungi dall’essere risulti, determinati dalla presenza dei gruppi neofascisti e neonazisti che, purtroppo, ancora si richiamano a quelle ideologie che l’impegno democratico avrebbe dovuto cancellare definitivamente. Lo abbiamo fatto per rendere chiaro che quel percorso di conquista della Libertà e della Democrazia, che ha nel 25 Aprile un momento centrale e fondante, non è ancora concluso. Che l’impegno non può affievolirsi.

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Covid-19/ Landriscina: «Misure sanitarie anche per senzatetto»

La situazione delle persone senza fissa durante l’epidemia di Covid-19 appare un problema troppo spesso lasciato in secondo piano, con multe insensate nei confronti di chi non ha una casa in cui poter passare il periodo di isolamento necessario a contrastare la crisi in corso. La giunta Landriscina corre temporaneamente ai ripari cercando di trovare una soluzioni abitative alternative per prevenire eventuali contagi o per necessità di quarantena obbligatoria. E’ doveroso chiedersi allora se, ad emergenza finita, le soluzioni individuate rimarranno attive come strumento di assistenza dei senza dimora oppure se questa categoria tornerà ad essere solo uno scomodo problema per il decoro urbano.

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L’attualità del 25 aprile: l’impegno per i diritti

Nella giornata del 25 aprile 2019, a Como, il discorso di Luigino Nessi, chiamato a prendere la parola sul palco dall’Anpi, è stato un discorso forte, sincero, attuale. Non a caso si è concluso con un accorato appello alle responsabilità di oggi: ad affrontare il dovere della solidarietà e dell’accoglienza, con un richiamo alle drammatiche condizioni in cui molte persone senza fissa dimora sono costrette a vivere e con la consegna al sindaco della città di un appello, diffuso a livello nazionale e già consegnato nei giorni scorsi ai sindaci di molte città capoluogo di provincia, per il riconoscimento del diritto dei richiedenti asilo nelle liste anagrafiche.

Il momento della consegna dell’appello.

L’appello (e la sua consegna pubblica) ha già suscitato qualche reazione scomposta da parte di esponenti della giunta cittadina, e segnatamente (come era facile aspettarsi) da parte di coloro che più da vicino si richiamano alle pratiche oppressive e repressive di osservanza salviniana. A queste persone bisogna, prima di tutto, consigliare di leggere nel dettaglio l’appello che è stato redatto da un gruppo di realtà (Campagna LasciateCIEntrare, Melting Pot Europa, Naga Onlus, Mai più lager – No ai CPR, Legal Team Italia, con l’adesione, tra gli altri, dell’ASGI – Associazione per gli studi Giuridici sull’Immigrazione) con una vasta esperienza nel campo dell’accoglienza e delle sue norme, ed è un appello ricco di indicazioni legislative e che si inserisce a pieno titolo nell’osservanza della legge; è – quindi – un appello squisitamente istituzionale. Dunque, con piena ragione è stato consegnato al “primo cittadino”, nel pieno rispetto delle istituzioni, durante un momento pubblico.

Ma c’è un ulteriore aspetto che mette bene in evidenza non solo la legittimità, ma addirittura l’opportunità, di legare quell’appello alla Festa della Liberazione, ovvero alla celebrazione della riconquistata dignità civile da parte della nazione, da cui hanno avuto origine la Repubblica e la Costituzione. Tale aspetto è la fedeltà all’articolo 2 della Costituzione medesima, che recita: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Consigliamo a chi ha responsabilità istituzionali di leggerlo – e rileggerlo – bene. Per le parole che vengono usate e anche per quelle che sono assenti. Come si sa (o si dovrebbe sapere), la Costituzione italiana fa un uso sorvegliatissimo della lingua italiana, sottoposta a una accurata revisione anche – se così si può dire – dal punto di vista letterario. (Anche per questo andrebbe rimeditata dalla politica attuale, che troppo spesso parla a vanvera.) Nel testo c’è un aggettivo «inderogabili» direttamente connesso ai «doveri di solidarietà». Inderogabili. Ma ci sono anche delle parole che mancano, che invece sono quasi ossessivamente ripetute in tutto il primo titolo della Costituzione; queste parole sono «cittadini e cittadine». Sorprendente? Niente affatto. Significa che quei doveri «inderogabili» (e reciprocamente i diritti che ne conseguono) si devono applicare a tutte le persone, indipendentemente dalla loro cittadinanza italiana, indipendentemente da ogni considerazione. Questi doveri e diritti vengono poi chiariti da altri articoli dalla costituzione, a partire da quello subito seguente che sancisce il dovere dello Stato a operare per rimuovere le difficoltà di accesso ai diritti. Ma l’articolo 2 può bastare a garantire che il gesto di Luigino Nessi, ieri, sul palco del 25 Aprile, è un gesto non solo legittimo, ma «doveroso».

Doveroso anche per quanto riguarda la necessità di riportare le istanze di carattere generale a livello locale. Per questo, l’appello nazionale è sottoscritto nel nostro territorio da Como senza frontiere, Osservatorio giuridico per i diritti dei migranti e Anpi provinciale, che hanno condiviso e sostenuto il gesto di Luigino Nessi sul palco. Perché i doveri e i diritti sono di tutti e tutte, o di nessuno. [Fabio Cani – Como senza frontiere, econformazioni]

La Consulta degli studenti salva la Repubblica

Delusione per chi si aspettava, in questo 2 giugno, una difesa della Costituzione forte e incisiva in un momento difficilissimo della vita repubblicana, nel quale i fondamenti della democrazia vengono attaccati da forze politiche al governo vicine all’eversione nazifascista. Delusione grande nel sentire  il messaggio del presidente Mattarella che pure l’Italia democratica ha difeso quando i fasciorazzisti lo hanno attaccato. Un messaggio quello di Mattarella (letto dal prefetto di  Como Bruno Corda) apparso anodino, di circostanza, inadeguato. (altro…)

Como ricorda gli scioperi del 1944 contro la guerra e il fascismo

A distanza di 74 anni dal marzo 1944, Como ha ricordato lo sciopero contro la guerra e contro il fascismo attuato nei primi giorni di quel mese nell’Italia settentrionale sotto il controllo dei nazifascisti su indicazione delle forze antifasciste.

Alla presenza del prefetto di Como Bruno Corda, della presidente della Provincia Maria Rita Livio e del sindaco di Como Mario Landriscina, la breve cerimonia ha voluto commemorare in particolare le persone arrestate e deportate in seguito a quell’agitazione, alcune delle quali morte nei campi di prigionia in Germania.

Nel suo intervento Valter Merazzi (Centro Studi Schiavi di Hitler) ha puntualizzato l’importanza di quell’agitazione del marzo 1944, che fu la più partecipata dimostrazione di opposizione in tutta l’Europa occupata dai nazisti, e che vide la partecipazione di migliaia e migliaia di operai e operaie nelle fabbriche italiane (a Como scesero in sciopero sia la Tintoria Comense che la Tintoria Castagna, mentre alla Bruno Pessina di Borgovico la protesta fu sventata dalla repressione fascista all’ultimo momento). Furono non meno di 1200 le persone deportate in Germania come misura di rappresaglia, ma nonostante l’altissimo prezzo pagato per quel gesto di protesta quegli scioperi assunsero il ruolo di saldatura tra l’opposizione civile e la resistenza armata antifascista, segnando un vero punto di svolta verso la Liberazione.

[FC, ecoinformazioni]

“Non siate indifferenti”/ L’appello di Ines Figini per la Giornata della Memoria

«L’indifferenza uccide: bisogna vivere con partecipazione, parlando con il cuore e con le nostre azioni». Le parole di Ines Figini, ultima superstite comasca dei Lager nazisti, ben riassumono il senso della Giornata della Memoria, ricorrenza istituita il 27 gennaio in corrispondenza con la liberazione dei prigionieri del campo di Auschwitz-Birkenau nel 1945  e ufficialmente commemorata, a Como, con un incontro alla Biblioteca comunale in mattinata, il cui pubblico era per la metà composto da studenti di scuola superiore.

Come la neo-senatrice a vita Liliana Segre, Figini ha molto a cuore il confronto con i giovani sui temi della memoria e della responsabilità civile, perché quanto vissuto da loro e da milioni di altre persone durante la seconda guerra mondiale non si ripeta mai più, nemmeno quando mancherà ogni testimonianza diretta. Un obiettivo tanto più importante quanto più si inaspriscono le tensioni razziste e sedicenti “patriottiche” in giro per il paese, anche nella stessa città di Como, città di frontiera che svolse un ruolo fondamentale negli anni di persecuzione degli ebrei (e degli altri gruppi “scomodi”) e degli oppositori politici al regime fascista. Le ragioni dell’arresto e della deportazione della stessa Figini sono ancora diverse: poco più che ventenne, manifestò solidarietà ai colleghi operai in sciopero, senza che nessuno prendesse le sue parti. Fu questa diffusa indifferenza a costarle la libertà: Figini fu arrestata, poi deportata a Mauthausen, Auschwitz, Birkenau, Ravensbrück. I ricordi dell’internamento sono vivi oggi come allora, conferma lei stessa, visibilmente commossa, ringraziando studenti e insegnanti per la numerosa e interessata partecipazione.

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Qual è la consapevolezza dei giovani sull’impatto dei totalitarismi e della Shoah? Un video realizzato dalla Consulta provinciale degli studenti, presentato dal vicepresidente Lorenzo Pedretti, mostra una gamma di risposte assai variabili da parte degli intervistati. C’è chi risponde puntualmente e con dovizia di particolari, citando casi di genocidio meno discussi, come quello tra Tutsi e Hutu in Ruanda negli anni Novanta o quello perpetrato ai danni degli Armeni nella fase finale dell’impero ottomano. C’è però chi esita, chi si chiude in un imbarazzato mutismo. Certo, il 2018 segna già l’ottantesimo avversario del Manifesto della Razza , della Notte dei cristalli, e insomma del picco di violenza antisemita che si abbatté sull’Italia e sull’Europa negli anni del nazifascismo; eppure, l’impatto di questa tragedia rimane devastante, oggi forse più di qualche anno fa, ora che la xenofobia, la paura dei “diversi”  – ora stigmatizzati, ora censurati, secondo convenienza –  sembra normalizzarsi pericolosamente, complice una non meglio specificata “libertà di espressione” veicolata dai social media.
Dal palco, i rappresentanti delle istituzioni – Bruno Corda, Prefetto, Mario Landriscina, sindaco di Como, Maria Rita Livio, presidente della Provincia, e Roberto Proietto, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale, esortano soprattutto i giovani a assumersi personalmente la responsabilità della memoria e a mantenerne viva la trasmissione, senza tirarsi indietro, poiché, come ricorda Livio, a permettere la barbarie della Shoah in Italia non furono solo i più accesi sostenitori del nazifascismo, ma anche o soprattutto la ben più ampia “zona grigia” degli indifferenti, in parte (non del tutto) inconsapevoli del corso degli eventi. Oggi, tale ignoranza è – almeno in  teoria e solo in parte- scongiurata dallo studio della storia, spesso coadiuvato da percorsi di approfondimento; tuttavia, ricorda Proietto citando una scena di Schindler’s List, la cultura da sola non basta, se non è accompagnata da un costante esercizio di responsabilità civile e morale da parte di tutti e di ciascuno.

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La conoscenza e la trasmissione della storia non passano solo dalla scuola dell’obbligo: il territorio e la sua amministrazione devono farsi custodi e portavoce della propria stessa memoria. Si è già accennato al ruolo strategico di Como, per molti perseguitati l’ultima tappa prima dell’espatrio in Svizzera. La presenza ebraica stanziale, sul territorio lariano, era e rimane esigua, mentre l’arrivo di centinaia di profughi divise le coscienze dei locali: alcuni presero la giusta ma difficile decisione di aiutarli, molti altri optarono per la delazione e la collaborazione attiva a operazioni di rastrellamento, come ricordano Valter Merazzi del Centro di ricerca Schiavi di Hitler e Fabio Cani, che attesta il costante impegno dell’Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta”  – di cui è vicepresidente –  nel documentare la Shoah a Como, studi a cui le storiche Elisabetta Lombi, Roberta Cairoli e Rosaria Marchesi hanno apportato un ricco e preciso contributo.
Tuttavia, di queste tragiche vicende c’è ancora poca consapevolezza civica, prosegue Cani, auspicando l’introduzione in città di una Casa della Memoria e delle Stolpersteine, le “pietre di inciampo” ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig per commemorare le vittime delle persecuzioni nazifasciste, non soltanto perché appartenenti a minoranze discriminate, ma anche per motivi di carattere politico e sociale. Proprio per onorare i prigionieri comaschi dei Lager nazisti, nel corso della mattinata sono state consegnate altrettante medaglie ai familiari di Sebastiano Avogadro, Luigi Giudici, Angelo Zanfrini, Rizzieri Franco Mattaboni, Eliseo Gronzella, Vittorio Ugo Colombo e Nando Dellera.

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La memoria è un concetto più ampio, più attivo del ricordo: attraverso la testimonianza del passato, offre una chiave di lettura del presente e una “cassetta degli attrezzi” per costruire un futuro diverso, migliore. Inaccettabili l’indifferenza, il delegazionismo o ogni atteggiamento di censura, rifiuto, manipolazione del passato. Ci è ancora possibile, per fortuna, ascoltare le testimonianze di chi ha vissuto di persona gli orrori nazifascisti, ma il tempo stringe. L’anziana età degli ultimi superstiti coincide purtroppo con una congiuntura critica, nella quale diventa fin troppo facile trovare nuovi capri espiatori, e che ciascuno di noi ha il dovere di contrastare attivamente, con lo studio e con la pratica di valori da non dare per scontati, tra cui Figini sottolinea l’amore, la giustizia e l’onestà. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

On line sul canale di ecoinformazioni i video di Daniel Lo Cicero di tutti gli altri interventi della manifestazione.

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