Bassa adesione allo sciopero
Lunedì 14 maggio solo il 10,55 per cento dei dipendenti del Comune di Como ha aderito all’astensione del lavoro indetta dalla Cgil e la raccolta dei rifiuti è stata effettuata (altro…)
Lunedì 14 maggio solo il 10,55 per cento dei dipendenti del Comune di Como ha aderito all’astensione del lavoro indetta dalla Cgil e la raccolta dei rifiuti è stata effettuata (altro…)

Mercoledì 4 aprile astensione del lavoro di 8 ore a Progresso Casa e un’ora di assemblea con sciopero alla Polti dalle 10.30 alle 11.30 davanti ai cancelli (altro…)
«Lo sciopero generale dei servizi di nettezza urbana proclamato per le giornate del 26 e del 27 marzo è stato revocato – assicura Palazzo Cernezzi –. Il servizio di raccolta del sacco nero e del sacco viola sarà pertanto svolto regolarmente»
Dal pomeriggio di mercoledì 21 marzo i lavoratori «hanno deciso di entrare in sciopero istantaneo, a fronte della decisione dell’azienda (che conta 96 dipendenti) di dichiarare fallimento e portare i libri in tribunale», e di organizzare un presidio permanente nella piazza antistante la ditta (altro…)
Nelle due giornate è stato proclamato uno sciopero generale nazionale degli operatori dei servizi di nettezza urbana e la spazzatura potrebbe non venire recuperata. Per questo Palazzo Cernezzi invita i comaschi «a ritirare i rifiuti eventualmente non raccolti e ad esporli nei giorni di recupero» (altro…)
Lunedì e martedì 16 e il 17 gennaio difficoltà per la raccolta della spazzatura, sacco nero e viola, pulizia di strade e marciapiedi, pulizia dei cestini a Como. Per il primo giorno un’adesione fino al 70 per cento (altro…)
Le docenti e i docenti dell’Istituto liceale statale Teresa Ciceri di Como bloccano gli scrutini lunedì 14 e martedì 15 giugno per protestare contro i tagli alla scuola (41 mila posti di lavoro spariscono da settembre, migliaia di precari saranno espulsi dopo anni di onorato servizio scolastico e la finanziaria prevede pesanti provvedimenti a cominciare dal blocco per tre anni degli scatti anzianità e riduzioni del salario accessorio).
I lavoratori chiedono un forte intervento pubblico e un cambio di strategia industriale, mentre Villa Saporiti si trincera dietro il contratto d’appalto e non sembra intenzionata a entrare nel merito della vertenza.
Una trentina di autisti e cinque cartelli contro l’amministratore delegato di Asf Annarita Polacchini hanno accolto lunedì 23 settembre gli amministratori provinciali a Villa Gallia. Una settimana dopo l’incontro con il sindaco di Como, i lavoratori in agitazione hanno chiesto ed ottenuto un incontro con gli amministratori provinciali, riuniti per il primo Consiglio dopo la pausa estiva. Nonostante la giornata ormai autunnale il clima all’interno della sala era caldo, anzi bollente. Lo si è potuto intuire da subito, quando Patrizio Tambini, assessore ai trasporti, ha annunciato che il presidente Carioni non sarebbe stato presente perché impegnato nel suo ufficio: un autista Asf in prima fila si alza e urla «Vogliamo il presidente! È sua la responsabilità!». Calmato dai colleghi è potuto iniziare il faccia a faccia. Il primo a prendere la parola è stato Amleto Luraghi, segretario generale della Cgil di Como, che dopo aver riassunto le motivazioni dell’agitazione, ha delineato il futuro del trasporto pubblico chiedendo un intervento della Provincia: «Nel nuovo piano industriale stilato da Asf non ci sono investimenti nel settore pubblico, mentre i costi del risanamento sono caricati sulle spalle dei lavoratori. La Provincia dovrebbe intervenire nella vicenda perché altrimenti, anche se si risolvesse questa vertenza, a breve potremmo avere una nuova crisi». Dal canto suo Fausto Tagliabue, segretario della Cisl di Como, ha sottolineato che «mentre Asf persegue giustamente l’obiettivo di realizzare il maggior profitto nel minor tempo, l’Amministrazione provinciale dovendo rappresentare gli interessi della comunità non può seguire questa politica, ma anzi deve proporre un piano di risanamento importante. Un risanamento che non deve però pesare sulle spalle dei lavoratori, ma dovrebbe puntare ad aumentare i clienti».
«Noi siamo disposti a fare la nostra parte – ha aggiunto un autista – alzando di dieci punti percentuali la nostra produttività e facendo risparmiare all’azienda circa 800 mila euro l’anno. Ma la politica deve fare altrettanto, ad esempio perché non eliminate l’affitto dei depositi, che costa ad Asf 1 milione e 200 mila euro l’anno?».
«Questo non è possibile – ha risposto l’assessore ai trasporti Tambini – perché l’affitto è una clausola del contratto che Asf ha potuto firmare vincendo una gara d’appalto». L’assessore ha quindi ribadito la necessità che Asf si doti di un piano aziendale «che sia capace di stare sul mercato per non finire come Alitalia, in vista della prossima normativa europea che rivoluzionerà il trasporto pubblico affidando la gestione pubblica ad agenzie locali»
«È giusto coprire il normale lavoro con lo straordinario?» ha dichiarato Tambini, come ad individuare nel pagamento degli straordinari la causa della crisi. Gli autisti, che fino ad allora erano rimasti silenziosi e seduti, hanno ricordato all’assessore, tra urla e sobbalzi sulla sedia, che Asf è ed è sempre stata sotto organico. Luraghi ha calmato gli animi ed ha riportato il discorso iniziale: «Comune e Provincia sono soci di maggioranza di Asf e devono intervenire, altrimenti il rischio è di una soluzione tampone della crisi». Si sono susseguiti numerosi interventi degli autisti che con toni forti hanno sottolineato l’arroganza dell’azienda che vorrebbe modificare il contratto senza l’ok dei sindacati, mentre qualcun’altro ha criticato il fiorire delle varie società pubbliche a Asf, principalmente Spt holding e Cpt, di cui gli amministratori, di nomina politica, sono pagati per riscuotere gli affitti che paga Asf. Lavoro per cui basterebbe un ragioniere.
L’assessore ha continuato a trincerarsi dietro il contratto firmato da Asf, che prevede la gestione dell’azienda da parte dei soci privati di minoranza (Arriva e Ferrovie Nord) senza che la maggioranza pubblica possa intervenire in alcun modo nella scelte strategiche.
Ha chiuso l’incontro l’intervento di un autista che ha sottolineato il peso dei lavoratori: «Noi siamo l’azienda, noi abbiamo in mano tutto: il controllo dei biglietti, l’uso corretto dei mezzi, il consumo dei carburanti e i rapporti con l’utenza. Se la vertenza non si sblocca tanto vale far fallire Asf!». Puntuale la risposta di Tambini: «Bravi! Così l’azienda finirà in mano di qualche multinazionale straniera!». «Ma l’Arriva è una multinazionale straniera!» hanno ribattuto rumorosamente gli autisti. [Francesco Colombo, ecoinformazioni]
Durante lo sciopero indetto dalle Rsu per informare la popolazione comasca sulla difficile situazione degli stipendi dei lavoratori della sanità privata, aspettando un rinnovo economico in ritardo di 30 mesi.
Mentre a Roma i lavoratori della sanità privata chiedono con un corteo alle associazioni datoriali di aprire un tavolo di trattativa per il rinnovo del contratto, anche a Como è stata organizzata una iniziativa di protesta. Oltre allo sciopero nazionale, le Rsu comasche si sono date appuntamento la mattina di giovedì 18 settembre per un presidio con volantinaggio davanti all’ospedale Valduce, fiore all’occhiello della sanità privata comasca, nonché «l’ospedale dei comaschi – tiene a sottolineare un delegato che lavora nella struttura – quello a cui i cittadini si rivolgono per le emergenze e gli esami».
Nulla è cambiato quindi negli ultimi 30 mesi, dal 2005, anno in cui si sarebbe dovuta rinnovare la parte economica del contratto che interessa in tutta Italia 150 mila persone. E mentre gli adeguamenti di stipendio si sono concretizzati per i colleghi della sanità pubblica, i salari di Asa, Oss e infermieri professionali che operano nel campo privato sono fermi al 2003, ultimo anno di rinnovo del contratto.
I sindacati puntano il dito contro le tre associazioni datoriali (Aris, Aiop e Fondazione Don Gnocchi) ree di non volersi nemmeno sedere al tavolo delle trattative. «I padroncini della sanità privata – hanno spiegato Germana Fani della Uil Fpl – propongono tavoli di contrattazione regionali o addirittura fanno offerte unilaterali nei singoli istituti, con lo scopo di indebolire la forza dei lavoratori. Noi crediamo fermamente nel contratto nazionale e siamo disposti ad aprire tavoli locali solo per la contrattazione di secondo livello».
«Questi signori della sanità – sbotta un delegato del Valduce – che si dichiarano cattolici e non perdono occasione per evidenziare l’importanza della famiglia, dovrebbero ricordarsi anche delle famiglie dei propri lavoratori, che senza un adeguato reddito faticano a sopravvivere». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]