Giorno: 15 Febbraio 2016

Proteste a Palazzo Cernezzi

sdr

I lavoratori di Acsm-Agam chiedono il rispetto della clausola sociale del 2011.

 

Sospesa la seduta consiliare di lunedì 15 febbraio per incontrare una delegazione di una ottantina di lavoratori di Acsm-Agam, molti con pettorine, in Sala Stemmi a Palazzo Cernezzi. La protesta nasce, come si legge in un volantino distribuito dai manifestanti, dal «prossimo passaggio dei lavoratori del gruppo Acsm-Agam alla società 2i Rete Gas, aggiudicatrice della gara gas dai Comuni di Como e di S. Fermo della Battaglia».

Nel 2011 il Comune di Como aveva siglato con i sindacati una clausola sociale per garantire il passaggio dei lavoratori, ma ora c’è il rischio «per i lavoratori che passeranno dall’Inpdap all’Inps, di dover sostenere la ricongiunzione onerosa delle prestazioni previdenziali (con importi che potrebbero arrivare a decine di migliaia di euro!)» e «di essere assunti con le norme previste dal cosiddetto Job Act per i nuovi assunti (“contratto a tutele crescenti”), perdendo alcune tutele e in particolare quelle di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori».

La clausola sociale disattesa determinava «l’obbligo per l’azienda che subentra di riconoscere il passaggio automatico dei rapporti di lavoro – senza soluzione di continuità – attraverso l’assunzione di tutto il personale sia operativo che amministrativo del gestore uscente alle medesime condizioni, normative, economiche professionali e previdenziali».

Per questo i lavoratori chiedono «di fare in modo che il passaggio dei lavoratori interessati avvenga solo dopo ce sia stata trovata una soluzione positiva alle problematiche evidenziate».

Che «non si rispetti nel bando in modo efficace la clausola sociale» è una responsabilità del sindaco precedente, ha respinto ogni accusa il primo cittadino attuale Mario Lucini al termine dell’incontro con i lavoratori. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Diritti violati/ Tel Aviv/ Comasca cooperante, interrogata, arrestata, detenuta e respinta

silviaQuesta è la storia di Silvia A., una ragazza della provincia di Como. Appena laureata voleva trascorre una settimana in Palestina. Arrivata a Tel  Aviv è stata interrogata per ore, poi rinchiusa  nel carcere dell’aeroporto per due giorni, quindi rimpatriata perché “pericolosa” e dichiarata non gradita per dieci anni. Contro di lei nessuna accusa, nessuna imputazione,  salvo quella di essere amica di persone conosciute nel campo di Aida in Palestina. Una storia esemplare di come, anche per chi è italiana, in Israele non ci sono diritti umani né leggi internazionali che dovrebbero proteggere cittadini italiani dagli abusi della polizia locale. Nel seguito ,il racconto di Silvia A. della sua terribile avventura.

«Sono carichissima, felicissima, mi sento anche bellissima, fortunatissima e tantissime altre cose che finiscono in issima perché sto per tornare in Palestina. Una settimana e tantissimi amici da abbracciare, un intero campo profughi da salutare, una laurea e un compleanno da festeggiare, un pieno di sorrisi all’asilo, incontrare finalmente degli amici che erano in carcere, poter ricevere un’importante chiamata dal carcere, insomma mi aspetta una settimana pienissima ma riuscirò a fare tutto!

E’ l’11 Febbraio, salgo sul mio volo per Tel Aviv e alle sette puntuale decolla. Quattro ore di volo tra sonno e ansia da visto, perché in Israele non si è ben accetti e tanto meno si può essere liberi di andare dove si vuole ed avere gli amici che si vuole, anzi per loro la Palestina non esiste. Atterro in anticipo alle 11.30, con il mio zainetto e un sorrisone mi metto in coda agli sportelli per richiedere il visto. «Sei già stata qua?» mi domandano, «Si» rispondo io, inutile mentire. Da quel momento sono iniziate una serie di domande a raffica: «dove sei stata le altre volte? Cosa hai fatto? Chi conosci? Conosci qualcuno in Israele? Impossibile che tu non conosca nessuno. Cosa vuoi fare qua ancora? Ormai conosci il paese non ha senso, perché vuoi rientrare?»
Tono imperativo e tempi stretti che a fatica lasciavano tempo alle mie risposte che cercavano di deviare su una vacanza che sarebbe durata solo sei giorni, la guardia si è tenuta il mio passaporto e mi ha detto di aspettare nella stanzetta verde. Ci sono tante altre persone, tutte dell’Europa dell’Est fermate per motivi di possibile immigrazione illegale, sono l’unica Italiana. Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo da indolenzirmi il sedere, mi chiamano in un ufficio. Bandiere israeliane giganti e un santino di Bibi  Netanyahu dietro il ragazzo del mossad che mi interroga.
Sei ore. Sei ore di interrogatorio. Ha iniziato chiedendomi i motivi della mia visita, quante volte ero stata li, dove ero stata, quante notti avevo trascorso in una città e quante in un’altra, chi era entrato con me, cosa avevo fatto le volte precedenti, chi conoscevo, cosa studio e dove faccio volontariato, in che città della West Bank ero stata. Silenzio. Lo guardo negli occhi e lui con tono carino tra un colpo di tosse e l’altro mi dice di star serena, che sa tutto perché lui lavora per il governo e fa parte della polizia segreta. Vuole che gli racconti tutto, ma tutto cosa? Io nomi non ne faccio. Mi dice in che manifestazioni sono stata, cosa ho visto, mi chiede se sono stata a delle manifestazioni per la Palestina in Italia a Milano, mi dice che ho fatto del volontariato con i profughi e allora mi chiede anche se conosco qualcuno in Siria, se voglio andare in Siria, se ho dei numeri di persone siriane, mi richiede se quindi conosco dei siriani, degli eritrei e dei nigeriani che ho conosciuto non gliene frega nulla! Aspetto ancora. Vengo richiamata nuovamente da una ragazza in un altro ufficio questa volta.
Ripartiamo con le domande: «dove sei stata? Hai amici a Nablus? Chi conosci? Cosa hai fatto? Che città della West Bank hai visitato?» Poi gli ordini: «dammi il tuo numero di cellulare, dammi tutte le mail, come si chiama tuo padre, come si chiama tuo nonno, dimmi i nomi delle persone che conosci.» Papà Giovanni, nonno Antonio ma io non conosco nessuno.
Di nuovo nella sala d’attesa. Il tempo passa ed inizio ad aver sonno oltre ad essere sempre più convinta che il democratico stato d’Israele non mi rilascerà mai il visto anche se il ragazzo del mossad prima aveva cercato di convincermi a parlare in cambio del visto. Ha provato a farmi parlare facendo pressione psicologica, ripetendo più e più volte domande per farmi crollare e parlare, sosteneva che io avessi lanciato pietre, che io fossi sempre stata in prima fila a tutte le manifestazioni del venerdì, che io avessi urlato durante delle manifestazioni e al mio silenzio e alla mia perplessità ha deciso di dirmi: «Silvia se vuoi essere democratica tornatene in Italia qui non lo puoi essere».
Se vuoi essere democratica? Qui non lo puoi essere? Io non avevo mai avuto dubbi su questo perché Israele non è una democrazia, è un regime sionista.

Chiedo a tutti di fare una sforzo e provare a capire che paese continuiamo a sostenere, un paese che porta avanti da anni la pulizia etnica della Palestina con il silenzio complice di molti e la voce dei sostenitori dei nostri politici.

Dopo l’ennesimo interrogatorio e l’ennesima attesa mi hanno portato in un altro ufficio, parlandomi sempre a comandi mi han detto di sedermi. Mi hanno fatto una foto, hanno preso le mie impronte dopo di che il verdetto.
«Sei un soggetto pericoloso per la sicurezza di Israele, quindi ora torni in Italia e non potrai più entrare da qui e dalla Giordania per dieci anni.»
Dieci anni della mia vita, di amicizie, di famiglia, di amore. Dieci anni di vita rubata, rovinata che non mi daranno di certo indietro. Dieci anni per aver gli amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele.

Chiedo di chiamare in Italia per avvisare e di voler sapere l’ora del mio volo: «se hai soldi nel cellulare chiama pure, il volo lo stiamo cercando». Se hai soldi chiama pure? Follia pura, dopo otto ore tra interrogatori ed attese, dopo la decisione di rimpatrio non mi permettono di chiamare a casa. Urlo e guardandoli ripeto più volte “democratici”, inizia quasi a farmi ridere questa parola. Mi concedono la password del wi-fi. Torno ad aspettare e mentre mi sento morire dentro provo ad avvisare mamma che risponde felice credendomi arrivata al campo circondata dalla famiglia e da infiniti abbracci. «Mamma sono ancora in aeroporto, mi rimpatriano ma non so ancora quando».
Odio, pianti, forza, resilienza, tutti [gli amici palestinesi]  mi passano davanti agli occhi pieni di rabbia mentre lo stomaco mi si chiude. Mi portano un panino e una bottiglietta d’acqua.

Aspetto, nuovamente, ormai me ne sono fatta una ragione, ma l’attesa non è essa stessa il piacere. Chiedo del mio volo e non rispondono, richiedo. «Dopodomani». Dopo domani? E che giorno è dopo domani? È lontanissimo dopo domani.

Ovviamente non mi è concesso vedere il biglietto per realizzare che giorno sia dopo domani e l’ora del volo per poter avvisare in Italia, dopo mamma e amici si erano già mesi all’opera per contattare l’ambasciata e gli organi competenti.
Ed ora controllo sicurezza, mi rassicurano che in ogni caso si prenderanno cura di me mentre mi smontano lo zaino e mi controllano tutta, capelli e dita dei piedi compresi. Mi rifanno altre domande alle quali mi rifiuto di rispondere se non dicendo che dopo sei ore di interrogatorio e un rimpatrio ero anche stufa di dover dare spiegazioni. Il mio volo partirà il 13 febbraio alle ore 12.55 da Tel Aviv.

Sono stata quindi portata su una camionetta insieme ad altri tre uomini nelle prigione governative dello stato israeliano all’interno del complesso dell’aeroporto. Sbarre, filo spinato e telecamere regnano sovrane, quasi come a un check point. Per due notti sono stata detenuta nelle prigioni governative dell’aeroporto. Per due notti sono stata chiusa dietro delle sbarre, su un lettino dove il tempo era scandito dall’arrivo dei pasti e dalla luce del sole. Con me solo una maglia di ricambio e una chiamata in Italia che potevo effettuare rigorosamente stando seduta sul divanetto.
Pavimenti e bagni sporchi, cibo scadente e sbarre. Con me donne dall’est Europa e dalla Mongolia. Durante la notte i poliziotti sono entrati più e più volte urlando, chiamando, sbattendo le porte, la mattina un panino per colazione e stop. Niente aria aperta, niente spazzolino prima delle otto di sera.

La mattina del 13 febbraio alle 12.30 sono stata ricaricata sulla camionetta e sono stata accompagnata all’aereo e scortata sino al mio posto. Mi hanno deportata. Proprio così mi hanno chiamata, deportata, anche se poi non avevo la polizia a farmi la scorta sul volo, risultando così un soggetto indesiderato da rimpatriare; in compenso in Italia c’era la polizia ad accogliermi sul ciglio della porta dell’aereo che confusa dal fatto che fossi italiana e che non aveva senso che mi scortasse mi ha lasciata prendere il pullman come tutti gli altri passeggeri.

Tutto questo per cosa? Perché ho amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele, perché sono un soggetto pericoloso, perché ho visto delle manifestazioni, perché sono stata in West Bank, perché per me la Palestina esiste e credo nella sua lotta, perché credo nei diritti umani e non nel sionismo. Due giorni di detenzione, il rimpatrio/deportazione e dieci anni di ingresso negati. Un vita rovinata.
E le autorità italiane? Niente, non fanno niente.
Hanno le mani legate, dicono, Israele è più forte e comanda e così non ci tutelano, non come dovrebbero nonostante il diritto internazionale continui ad essere violato.
Ora, fino a che erano i miei amici palestinesi trovate delle scuse ed ora, come giustificate?
La mia vita è rovinata, distrutta ma ora lotterò più di prima, me lo hanno insegnato loro, me lo sono tatuata “lottare fino alla vittoria”, lo devo a loro anche se per ora è difficile mettere insieme i pezzi. Condividete la mia storia ed aiutatemi a far conoscere a più persone possibili quello che succede». [SIlvia A.]

15 febbraio/ Lavoratori Acsm-Agam a rischio jobs act a Palazzo Cernezzi

acsm-agam gas-acquaGli effetti nefasti del jobs act e la riduzione dei diritti dei lavoratori a esso connessa sono tra le cause della protesta dei lavoratori  Acsm-Agam che annunciano la presenza al prossimo Consiglio comunale di lunedì 15 febbraio a Palazzo Cernezzi. I 32 lavoratori dell’Acsm-Agam che passeranno dal gruppo alla società 2iReteGas,vincitrice della gara  del gas bandita dal Comune di Como e da quello di  San Fermo passando a un’altra azienda perdono molti diritti perché corrono il rischio di essere vittime della tagliola del jobs act. Ciò accade nonostante il Comune di Como abbia sottoscritto con i sindacati una clausola sociale tesa a far mantenere ai lavoratori tutti i diritti pregressi. Ma con il jobs act quei diritti sono stati cancellati per tutti, non solo per i giovani, ma anche per coloro che cambiano azienda. Quindi ai lavoratori non resta che la lotta e la richiesta al Consiglio di Como di intervenire per evitare gravissime conseguenze per tante persone.

Quale futuro per il Venezuela?/ Incontro con Geraldina Colotti

colottiPiù che un incontro o una lezione è stato un momento di confronto e di riflessione quello che si è svolto sabato 13 febbraio alle 15,30 nella sala Soci Coop di via Lissi a Como-Rebbio nell’ambito della conferenza organizzata dal circolo comasco dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba dal titolo Quale futuro per il Venezuela?

Attraverso l’intervento della giornalista e corrispondente dell’America Latina de Il Manifesto, Geraldina Colotti, il circolo ha voluto portare una testimonianza diretta sulla situazione in Venezuela e sugli avvenimenti che ne stanno ridefinendo l’assetto politico a pochi mesi dalle ultime elezioni ( dicembre 2015 ) che hanno visto assegnare il Parlamento in mano alle destre ed ai ceti privilegiati.

Presente anche il Consolato generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, rappresentato da Alessio Arena, il quale oltre a portare i saluti del Console del Venezuela a Milano, Giancarlo Di Martino, ha magistralmente introdotto le argomentazioni ribadendo subito come la Rivoluzione Bolivariana sia stata la prima trincea contro il colonialismo di allora ed il capitalismo di oggi.

Geraldina Colotti ha voluto innanzitutto riportare alla luce la figura di Oscar Arnulfo Romero, a cui è dedicato il suo ultimo libro Oscar Arnulfo Romero, Beato fra i poveri [Edizioni Clichy, Firenze, 2015, Pag. 115, euro 7.90] , un uomo di chiesa, ucciso dagli squadroni della morte a causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare del suo Paese, El Salvador. Ha precisato in seguito come la diplomazia venezuelana, che fa della partecipazione e del protagonismo del popolo il suo cardine, sia stata possibile prima di tutto grazie a Cuba, esempio di un socialismo che non si è piegato alle potenze occidentali e non si è pentito né sottratto ai suoi ideali. Ha ricordato la figura del leader carismatico Hugo Chavez, che oltre ai progressi sociali introdotti (la destinazione del 60% del PIL al campo sociale; l’emanazione nel 2011 della Ley contra el silencio y el olvido, volta a sanzionare crimini, sparizioni, torture e altre violazioni dei diritti umani per ragioni politiche, compiuti tra il 1958 ed il 1998, per citarne alcuni) fu il primo a farsi carico del fallimento della rivolta del 4 febbraio 1992 quando commentò, seguito all’arresto, «l’insurrezione è fallita, per ora» entrando già così nella storia di un paese poco abituato all’assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente; e di come questa assunzione di responsabilità sia mancata nelle altre sinistre , impedendo cosi di riconoscere e “digerire” una sconfitta da dove invece ripartire. [Ilaria Belloni, per ecoinformazioni – foto Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

16 febbraio/ Il sentiero della felicità al Gloria

awake_main_imageMartedì 16 febbraio alle 21, lo Spazio Gloria di Arci Xanadù in via Varesina 72 a Como, invita ad un appuntamento unico: la proiezione del film Il sentiero della felicità. Awake: The Life of Yogananda di Paola Di Florio e Lisa Leeman. Il film è la biografia dello swami indiano che negli anni ’20 ha fatto conoscere lo yoga e la meditazione al mondo occidentale. Questo film-documentario parla della vita e degli insegnamenti di Paramahansa Yogananda, autore di Autobiografia di uno Yogi [prima edizione 1946, Philosophical Library], un classico della letteratura spirituale che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ancora oggi costituisce un riferimento essenziale per ricercatori spirituali, filosofi e cultori dello yoga. La serata sarà introdotta da Vincenzo Bosco della Sathya Ananda Yoga di Bulgarograsso (Co). Ingresso riservato ai soci Arci 7 euro, ridotto 5 euro. Info http://www.spaziogloria.it

 

Luce dalle stelle/ Riflettere con la fisica

_MG_4312Un’occasione per riflettere sulle problematiche della divulgazione scientifica e insieme un momento per affacciarsi sulla quotidianità con uno spirito di osservazione nuovo, imbracciando quegli occhiali da fisico di cui spesso si diffida; questo lo spettacolo Luce dalle stelle di martedì 9 febbraio allo Spazio Gloria, promosso dall’Università degli studi dell’Insubria e realizzato dai tre ricercatori dell’Univeristà di Milano Marina Carpineti, Marco Giliberti e Nicola Ludwig, con la regia di Flavio Albanese e la collaborazione di Stefano Sandrelli.

Lo spettacolo, accolto dalla platea a braccia aperte, ha visto come protagonista assoluta la luce e le sue peculiarità, indagando in modo trasversale anche i temi sociali della discriminazione in ambito scientifico, del razzismo e del sessismo, con l’intento di sottolineare quanto siano nefasti  e paradossali.

Parallelamente al viaggio fra la luce di nebulose, galassie e buchi neri, affrontato con ritmo incalzante dai tre ricercatori, si è innestata la critica alla divulgazione scientifica, altro punto cardine dello spettacolo: volontariamente sono stati inseriti degli errori nella trama, svelati solo in seguito, per evidenziare la facilità di manipolazione delle informazioni e l’importanza dello studio, della specializzazione, dell’acquisizione di saperi; il messaggio è dunque diffidare e studiare, senza mai delegare.

Galleria fotografica

[m.b., ecoinformazioni]

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