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Maurizio Ambrosini/ Migrazioni tra falsi miti e buona volontà

Una cinquantina le persone che hanno assistito all’incontro, nel tardo pomeriggio di venerdì 26 gennaio alla Libreria Feltrinelli di Como, con Maurizio Ambrosini, professore di Processi migratori e Politiche migratorie alle università di Milano e Nizza, direttore della rivista Mondi migranti e autore di Migrazioni [Egea edizioni, 2017, 11,90 euro, e pub 6,99 euro], in una conversazione introdotta da Chiara Bedetti di Refugees Welcome e condotta da Michele Luppi de Il settimanale della Diocesi di Como.

Il volume presentato è piuttosto breve, ma denso di contenuti: «un antidoto», nelle parole di Luppi, contro la diffusa ignoranza sull’immigrazione, tra i più critici e dibattuti aspetti della nostra epoca.
Tale disinformazione è alimentata da un discorso politico colpevolmente viscerale, che trascura o manipola l’evidenza statistica di un fenomeno che è, come ammette lo stesso Ambrosini «serio e profondo, ma in buona misura ancora ignoto», proprio perché non possiamo coglierne una visione d’insieme. Questo, sia chiaro, non impedisce di raccogliere  – e interpretare onestamente –  una serie di dati circa la realtà migratoria in Italia, utili a demistificare una serie di false nozioni a riguardo e a dissipare una paura che non è irrazionale solo in quanto stato emotivo, ma anche come frutto di conoscenze sbagliate o perfino inesistenti.

Nel dibattito sulle migrazioni, la paura si combina a una percezione alterata della realtà, di cui è insieme causa e conseguenza. Poiché facciamo caso a ciò che è più sensibilmente diverso da noi, “il migrante” archetipico è un uomo africano o arabo, di fede musulmana, violento, istintivo e scaltro, inconfondibilmente “non europeo”. I numeri rivelano però una diversa versione dei fatti, e cioè che le immigrazioni che interessano l’Italia sono prevalentemente intra-continentali e provenienti da paesi di tradizione cristiana (i musulmani rappresentano circa un terzo della popolazione straniera) e che le immigrate superano i propri “omologhi” maschi, in un contesto di frequenti ricongiungimenti familiari.

Spaventa la differenza etno-culturale, prosegue Ambrosini, ma anche quella di status, sociale e soprattutto economico. Come accade con i poveri, basta vedere pochi “stranieri” su un territorio circoscritto per gridare all’invasione, il che concorre a spiegare perché, nell’immaginario dell’uomo della strada, immigrazione, miseria e criminalità rappresentino un tutt’uno. A ben vedere – qui l’autore cita Tito Boeri  – gli immigrati (che sono perlopiù stanziali, e in misura minore “di passaggio”) hanno sull’economia italiana un significativo impatto. Di segno positivo: l’8,9 per cento del Pil italiano è attribuibile al lavoro degli stranieri, che rappresentano circa il 10,5 per cento della forza lavoro (regolare) complessiva, e a causa di un’età media inferiore a quella della popolazione italiana, comportano spese inferiori per quanto riguarda le pensioni e la sanità. Vero è che gli immigrati “fanno molto” per il bilancio di Stato, mentre le stesse risorse, una volta accentrate, più difficilmente saranno reinvestite a livello locale.

Uno slogan ricorrente nella retorica anti-immigratoria, se non proprio xenofoba, è il famigerato Aiutiamoli a casa loro, oramai sdoganato come luogo comune nella cultura popolare italiana, rammenta Luppi, interrogando Ambrosini sull’impatto degli aiuti allo sviluppo sui flussi migratori. Anche in questo caso, afferma quest’ultimo, ci troviamo davanti a una falsa correlazione: «Se investiamo nei loro paesi, se diamo loro dei soldi, non avranno scuse per venire da noi a chiedercene». Convinzione perpetrata non solo dalla disimpegnata chiacchiera da bar, ma anche dalla politica, e non necessariamente dai fautori del “Prima gli italiani”, oltre che errata nei presupposti, poiché le migrazioni, processo intrinsecamente selettivo, tendono ad aumentare nella fase iniziale dello sviluppo, in proporzione diretta con la crescita economica. Solo poco più del 3 per cento della popolazione globale è “migrante” («E se fosse proprio tale eccezionalità a disturbarci?» , ipotizza Ambrosini) e prima di paventare un assedio africano dovremmo tenere presente che l’80 per cento delle migrazioni subsahariane avvengono a livello regionale. Bisogna poi darsi una risposta onesta su cosa rientri nella definizione di “aiuti allo sviluppo”, spesso adottata strumentalmente come legittimazione di interventi militari e accordi di rimpatrio (o riammissione) di migranti “irregolari”. Esiste, chiarisce il relatore, una cooperazione allo sviluppo efficace e costruttiva, che però agisce secondo i propri scopi, e non funzionalmente alla regolazione dei flussi migratori.

Del resto, c’è una solida evidenza empirica della “fallibilità” di ogni pretesa di repressione dei flussi migratori. Posto che molte persone  – si parla qui in senso assoluto – raggiungono e raggiungeranno comunque l’Europa, non si può prescindere dalla doppia responsabilità dell’accoglienza e dell’integrazione, la prima in fase di crescita, sia pur con molte e gravi criticità, la seconda in fase di stallo, condizionata da un discorso generalizzante, che amplifica la portata dei flussi e ne annulla la varietà. Se invece si applicasse un approccio più analitico, la categoria “migrante”, e le ossessioni a essa collegate, rivelerebbero la propria infondatezza. Manca, intanto, una certa lungimiranza, un progetto d’ampio raggio di “incorporazione” degli stranieri nella società, situazione di cui faranno le spese anche i figli di migranti, ora, e la senescente società italiana, in un futuro non remoto.

Non esiste, ammette Ambrosini, una exit strategy dall’attuale stallo, a cui ha contribuito una prolungata crisi “trasversale”, la stessa che aizza all’individuazione e alla condanna di un capro espiatorio. Esistono però le buone pratiche, che passano dalla comunicazione, dalla concretezza e dalla dimensione locale nella quale si collocherebbe ogni immigrato. Sono esempi noti le associazioni e i gruppi di volontari impegnati nell’accoglienza e nel sostegno di stranieri, alcune delle quali “pioniere” nel loro metodo. Tra queste, Refugees Welcome, che a Como, dall’anno scorso, ha avviato fortunate esperienze di accoglienza di titolari di protezione internazionale o permesso umanitario presso famiglie del posto, come raccontano Chiara Bedetti e Olivia Molteni Piro. Percorsi da cui tutti possono trarre vantaggio: i rifugiati, avviati all’integrazione, all’autonomia e alla conoscenza della realtà locale, i loro ospiti volontari, che imparano a misurarsi con una prospettiva diversa di un contesto noto; la società, persuasa della possibilità di una convivenza, se non priva di sfide, certamente possibile e arricchente. Rimane aperto l’invito delle referenti a unirsi a questo progetto. [Alida Franchi, ecoinformazioni] [Foto Claudio Fontana per ecoinformazioni]

On line sul canale  di ecoinformazioni i video di Gabriela Yescas, ecoinformazioni di tutti gli interventi dell’iniziativa.

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