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Contrastare la xenofobia/ Tutelare i diversamente visibili e rompere l’isolamento

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Contrastare la xenofobia si è tenuto la sera di venerdì  23 febbraio, nella Sala civica di Vighizzolo di Cantù. Introdotta da Marco Lorenzini (Coordinatore insieme a Emilio Russo e Paolo Sinigaglia di Liberi e Uguali della provincia di Como), la serata ha visto la partecipazione di Kossi Komla-Ebri presidente onorario dell’associazione Redani (Rete della Diaspora Africana Nera in Italia, e Kalongo Vicky Tshimanga, candidato di Liberi e Uguali alla Camera nel collegio plurinominale di Como, Lecco e Sondrio. Tra il pubblico, composto da una ventina di persone, alcuni dei candidati e delle candidate della lista al Parlamento e alle elezioni regionali per il gruppo LeU della provincia di Como, che ha curato l’organizzazione dell’incontro.
«L’intento di questo incontro riflette gli obiettivi della nostra rete: tutelare i “diversamente visibili”, contrastare il razzismo istituzionale e normalizzato, restituire valore all’immagine dell’Africa contemporanea» esordisce Kossi Komla-Ebri, chirurgo e scrittore di origine togolese che risiede in Italia da 44 anni. «Invece non c’è spazio per una rappresentazione del dinamismo e della varietà del continente africano. Con un certo machiavellismo, ci si ricorda – peraltro a intermittenza – dell’Africa dei bambini denutriti, dell’Aids, delle carestie, di tutti quegli aspetti che vanno a vantaggio del profitto delle Ong di malafede, senza alcun rispetto per la dignità e la privacy delle persone di cui si sta parlando: per questo, Redani ha istituito con l’Università di Roma un osservatorio per il monitoraggio della condotta delle realtà attive nella cooperazione internazionale e la segnalazione dei casi più negativi. Con Amref, nel frattempo, stiamo lavorando al progetto Voci di confine per contrastare la xenofobia, che sta conoscendo una fase di “riabilitazione” nel discorso e nelle pratiche pubbliche».
Una tendenza che, come sottolinea Tshimanga, originario della Repubblica Democratica del Congo, medico specializzato in malattie respiratorie e candidato Leu alla Camera per Como, Lecco e Sondrio, «fa spesso leva su dati errati, o erroneamente contestualizzati, i quali acuiscono un senso diffuso di paura e di tensione che, come la storia ci insegna, spianano la strada alle dittature.  Di ciò sono direttamente responsabili le destre più o meno apertamente xenofobe, ma le forze di sinistra non hanno saputo o voluto opporre la resistenza necessaria a frenare queste derive oggi sempre più esasperate. A una rappresentazione allarmista della migrazione o “immigrazione” africana concorrono non solo la retorica dei già detti movimenti xenofobi, ma anche i media, colpevoli di scelte lessicali deliberatamente connotate in senso negativo». Concorda Komla-Ebri: «Parole e immaginario si condizionano, inevitabilmente, a vicenda. I media, che pure avrebbero una responsabilità etica (regolamentata dalla Carta di Roma), utilizzano sistematicamente termini tendenziosi, di fatto proibiti e fuorvianti: pensiamo per esempio a “extracomunitario” – con i vari eufemismi che ne derivano, e che sperimento di persona – , o a”invasione” in riferimento all’afflusso di migranti italiani in Italia». Una scelta sbagliata a diversi livelli, non soltanto quello etico, ma anche strettamente fattuale. Tshimanga procede a sfatare molti dei falsi miti razzisti veicolati dalla politica e da molti dei  mezzi di comunicazione di larga diffusione: «Chi parla di “invasione” fa riferimento a numeri decisamente limitati, in senso relativo e assoluto, senza tener conto di dati come il tasso di migrazioni intrastatali o intracontinentali, decisamente superiore a quello degli spostamenti internazionali e intercontinentali; o dimenticando a bella posta che il rapporto tra rifugiati e popolazione in Italia è senz’altro inferiore a quello della Svezia, i cui cittadini sono un sesto rispetto a quelli italiani. Impropria anche la pretesa di attribuire all’Italia il ruolo di eroica vittima della conclamata “invasione”: dei dieci principali paesi di accoglienza a livello mondiale, la Germania è l’unico paese dell’Unione europea. Né si capisce come sia possibile conteggiare il numero di “clandestini” sul suolo internazionale, dato che si parlerebbe di persone interessate a eluder il controllo delle autorità locali, o quale sia il rapporto causa-effetto tra espulsione dei migranti – un processo spettacolarizzato, ma di per sé assai costoso – e risoluzione di problemi di più lungo corso della cosa pubblica italiana, quali l’occupazione, gli alloggi e l’accesso ai servizi».
La percezione del fenomeno migratorio in Italia soffre di un grave vizio di approssimazione per eccesso, per cui il tasso percepito di migranti nella popolazione totale viene amplificato fino a otto volte (dal 5-6 per cento fino al 40, peraltro di origine prevalentemente europea), spesso strumentalmente; mentre si pretende di individuare una proporzionalità diretta tra presenza di migranti e criminalità, sebbene i dati citati da Tshimanga rivelino che quest’ultima è andata diminuendo nel 2015 a fronte di un effettivo aumento di stranieri, secondo quanto riportato dalla Polizia di Stato. «Ovviamente – precisa il candidato – la regolarizzazione dei migranti e un più agevole accesso alla cittadinanza permetterebbero di contrastare la marginalità sociale e la presenza di stranieri nelle carceri, spesso l’unica soluzione per chi è impossibilitato ad accedere a un vero e proprio alloggio, ma anche a uscire concretamente dal paese. A questi aspetti va aggiunto quello della salute: «Che i migranti siano visti come pericolosi portatori di malattie gravi dipende anche dalla loro reticenza a esporsi alle autorità pubbliche richiedendo di farsi curare: così facendo, finiscono per mettere a rischio la propria salute e quella degli altri, temendo l’espulsione dal territorio», ricorda Komla-Ebri. I relatori discutono inoltre la questione lavorativa e fiscale: «Il contributo degli stranieri alla ricchezza dello Stato italiano è, di per sé, non indifferente: essi pagano il 7,5 per cento dell’Irpef a livello nazionale. Falso che gli stranieri “rubino il lavoro” agli italiani, visto che la maggior parte di loro ricoprirà occupazioni umili, solitamente evitate dalla popolazione italiana; grave che l’accesso regolare al paese sia veicolato alla sussistenza di un contratto di lavoro che difficilmente può essere stipulato prima dell’arrivo, come vorrebbe la legge Bossi-Fini della quale chiediamo l’abrogazione, che non è avvenuta a seguito delle politiche di cinque anni fa, nonostante l’impegno elettorale in tal senso» afferma Tshimanga. Non meno illogiche le leggi sull’accesso alla cittadinanza dei “migranti di seconda generazione”, termine ritenuto improprio poiché essi, a differenza dei genitori, non hanno vissuto l’esperienza migratoria, ma solo un’esperienza di crescita in Italia “mutilata” nei diritti rispetto a quella dei loro coetanei; peraltro, l’accesso alla cittadinanza è spesso veicolato alla detenzione di un patrimonio personale che rimane inverosimile per persone appena maggiorenni. Persone che, pur interagendo socialmente con la comunità locale dalla nascita, non hanno nessun concreto diritto di partecipazione politica, nemmeno a livello locale, con la possibilità di partecipare alle elezioni amministrative.
Infine, l’annosa questione dell'”Aiutiamoli a casa loro”, non più un appannaggio delle sole destre xenofobe, ma anche da parte di forze più moderate, che con la scusa degli aiuti alla cooperazione perpetrano di fatto condizioni di guerra, corruzione e sfruttamento delle risorse, non molto diversamente da quanto avveniva in epoca coloniale. L’articolo 11 della Costituzione, quello per cui “l’Italia ripudia la guerra”, sembra non precludere al paese la compravendita di armi, costringendo altre migliaia di persone a trasferimenti forzati, in paesi limitrofi oppure verso l’Europa. Una proposta alternativa di aiuti allo sviluppo, illustrata da Komla-Ebri, è quella della cosiddetta “Migrazione circolare”: individuare giovani migranti laureati/e da mandare nei paesi d’origine per realizzare, opportunamente retribuiti, progetti di cooperazione allo sviluppo, permettendo loro, nei fatti, di “aiutare a casa loro” ed entrare in contatto con una dimensione dell’Africa ancora sconosciuta a livello europeo, e cioè quella di un continente giovane, dinamico e proiettato verso il futuro, non più bendisposto verso i regimi di corruzione e sfruttamento che gli interventi dall’occidente contribuiscono a perpetuare. Una realtà a cui già altri hanno fatto riferimento in diverse occasioni locali d’incontro, e che faremmo bene a non sottovalutare.

Nel frattempo, persiste il problema di “rompere l’isolamento” della popolazione consapevole delle effettive dimensioni e modalità dei fenomeni migratori per come essi stanno interessando l’Italia, non solo come “paese d’arrivo” ma anche come terra di transito e – cosa di cui non ci si ricorda mai abbastanza – di emigrazione, dinamica non certo nuova nella storia del paese. Anche la conoscenza dei dati non è però sufficiente di per sé, perché le reali difficoltà incontrate quotidianamente da una vasta parte dei cittadini italiani non fanno che alimentare un senso di astio e rivalsa nei confronti di quei migranti o rifugiati ai quali è comunque garantito un livello minimo di sussistenza; tanto più che i discorsi razzisti fanno presa soprattutto sulle fasce economicamente più modeste della popolazione. La sfida non è soltanto intellettuale, dunque, ma anche, soprattutto pratica: alla politica che prenderà il controllo del paese dopo il 4 marzo spetterà il compito di colmare divari sociali ormai drammatici, alleviando le tensioni sofferte soprattutto dagli anni della crisi (o facendo esattamente il contrario, per errore o intenzionalmente); la popolazione stessa, intanto, è richiamata alla propria responsabilità di superare falsi miti e false notizie, misurandosi con migrazioni e migranti per ciò che essi realmente sono. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Presto on line sul canale di ecoinformazioni i video del’iniziativa di Alida franchi.

 

 

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