Video/ A colloquio con la memoria

Venerdì 1 ottobre 2021 alla Società Umanitaria in via San Barnaba a Milano si è tenuto l’ultimo appuntamento per ricordare la Carovana per la pace del 1991. Andrea Caira, laureato con Master in Public and digital history presso l’Università di Modena, ha passato anni a raccogliere la memoria prettamente orale dei protagonisti di quelle iniziative e di chi la guerra l’ha vissuta sulla sua pelle, raccolte nel volume La resistenza oltre le armi. Sarajevo 1992-1996.

Non è un caso che sia la mostra fotografica di Gin Angri e Luigi Lusenti a fare da cornice a quest’ultimo incontro (la mostra resta aperta fino a domenica 3 ottobre) che ha voluto dare importanza a quella parte di storia che non si può leggere sui libri: le testimonianze delle persone. In procinto di pubblicare tutto via web, con tanto di mappa interattiva che ripercorrerà tappe, incidenti, tragedie della stagione della guerra nel ’91, Andrea Caira ha raccontato prima da un punto di vista accademico e poi più da vicino la propria esperienza con le testimonianze orali raccolte e con la memoria dei suoi intervistati. Una storia, secondo il ricercatore, fatta non solo di aneddoti (da ricordare un prete che, un po’ alticcio, volle provare a sparare alla luna), ma anche di contraddizioni interne e eventi temporali sovrapposti o addirittura invertiti: è proprio questo il fascino della memoria orale rispetto a quella scritta. Più difficile da condurre su binari rigorosi proprio per la sua natura intimamente legata al vissuto umano, eppure altrettanto indispensabile per ricostruire la storia (soprattutto delle classi sociali non egemoni, come ad esempio quelle operaie, per le quali costituisce una possibilità di autorappresentazione).
Ed è proprio questo valore, così umano, ad aver mostrato al ricercatore l’assoluta centralità del movimento, mai «secondario o ancillare», sia nella propria forza politica che nelle voci, così plurali e difformi da risultare un meraviglioso unicum osservato (ed ammirato) da tutta Europa.
Una delle domande che il ricercatore fa durante i colloqui, come preferisce chiamare le sue interviste, era «Cosa erano i Balcani per te prima del ’91?». Le risposte sono molteplici (lavoro, famiglia, casa vacanze), sia da parte di chi in Bosnia ci vive che da parte di quegli italiani che parteciparono alla Carovana, eppure parlano tutte di un «panorama familiare», tragicamente e violentemente scardinato dalla guerra.
Delle risposte che fanno capire come il conflitto abbia colpito un lato molto intimo delle persone, scatenando in questo modo una serie di «azioni umanitarie totalmente spontanee e disorganizzate: c’erano persone che lavoravano tutta settimana e poi partivano il sabato, passavano il confine con la Slovenia carichi di beni di prima necessità e andavano a dare conforto alle popolazioni stremate».

La parte più interessante, però, è stata quando ci si è chiesti che cosa ne sia rimasto di quel movimento eterogeneo che nel ’91 portò conforto a molti e che forse cambiò anche il corso di alcune azioni di guerra, proponendosi come soggetto diretto con cui dialogare durante il conflitto.
Caira individua Genova 2001 come la spaccatura fondamentale tra due generazioni: quella di dieci anni prima e quella nuova, con un, a suo detto, «mancato passaggio di testimone». Insomma, secondo il ricercatore è stato l’aver avuto a che fare col trauma ingombrante di Genova ad aver causato il dissolvimento dell’idea pacifista che abbracciava praticamente tutta la società civile. È sicuramente una visione da prendere in considerazione, ma proprio per questo non bisognerebbe lasciare l’analisi del percorso dei movimenti in Italia in sospeso: capire come nel giro di trent’anni la Carovana per la pace abbia lasciato un segno e se questo segno sia ancora presente nel nostro paese. Quel che è certo, ha concluso Caira, è che quel movimento rappresentava un preciso momento storico e culturale del quale sarebbe meglio non perdere traccia. [Sara Sostini e Dario Onofrio, ecoinformazioni]

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