Le sfumature della Liberazione a Milano

Dal corteo per il 25 aprile più grande del nord-Italia, quello che si è svolto nel pomeriggio di lunedì da porta Venezia fino al Duomo, a Milano, arrivano due conferme: sempre più persone riconoscono l’importanza della pratica di piazza, ma al contempo stiamo vivendo il fenomeno geopolitico più divisivo dalla caduta del Muro. Oltre settantamila persone, dicono gli organizzatori, ma la manifestazione ha trovato unità praticamente solo sul piano antifascista; il resto, l’attualità, è tutta da discutere.

(Foto di Alessandro Magni, amici del Parco Trotter, da Pressenza]

Il numero di partecipanti alle manifestazioni è nettamente in ascesa negli ultimi mesi. Si scende in piazza più spesso e in di più, e non si può non collegare questo fatto alla vicina guerra in Ucraina, che soprattutto riporta in auge un pacifismo che si fa concetto e progetto sulla bocca di tutti (la quasi concomitante marcia Perugia-Assisi ha nel 2022 un significato particolare), con sfumature che influenzano e portano a ripensare anche altre lotte.
L’antifascismo in particolare, in un’epoca storica in cui i media, fonte inesauribile di pseudo-conoscenza, sono accessibili a tutti ed i paragoni risultano facili, è uno dei valori più citati nel cercare parallelismi con la guerra russo-ucraina. E dunque tutti, da Mattarella ai politici ucraini, citano Bella ciao, perché il 24 febbraio anche il popolo azzuro-giallo ha trovato, proprio di mattina, l’invasore. Ma allora la resistenza di Zelenskyi è Resistenza? Domande difficili ma necessarie, a cui nemmeno la piazza di Milano ha saputo unanimemente dare risposta.

Nel frattempo, però, tutte le contraddizioni di portare in piazza una memoria che è troppo spesso legata alle ricorrenze più che alle critiche: percorrendo il corteo, si trovano (tra le tantissime realtà) sì l’Anpi, ovviamente, i sindacati (che il fascismo chiuse, l’ultimo nel ’27; senza dimenticare che il giorno della Liberazione si apre con uno sciopero generale), poi non in quest’ordine Emergency, Arci, leninisti, maoisti, comunisti, partiti della sinistra, gli studenti con tutte le loro sigle. Si sono viste anche numerose bandiere palestinesi, kurde, cubane e, chiaramente, ucraine; ma c’erano anche tantissime e tantissimi cittadini venuti come singoli; ma anche Pd, bandiere Nato e bandiere degli Stati Uniti. Al che, se è vero che “il 25 non è una ricorrenza, ora e sempre Resistenza”, citando il coro, non si può evitare di ragionare sul fatto che nella piazza milanese il fascismo di ieri non piaceva a nessuno, ma forse l’imperialismo di oggi sì, le violenze sioniste sì, il mercato delle armi anche, così come la logica blocchista alla radice del conflitto quasi-europeo che stiamo vivendo.

La delicatezza di questo 25 aprile non si può negare nemmeno a fronte del fatto che le bandiere Usa fossero una netta minoranza perché il messaggio implicito in quella presenza è chiaro e, se è vero che la Liberazione è di tutti, dovrebbe anche essere maneggiata con cautela. Non a caso il discorso di Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi intervenuto in piazza Duomo, si è aperto rispondendo alle critiche di filoputinismo mosse contro di lui da diverse testate giornalistiche, dopo che si era espresso contro l’invio di armi in Ucraina, in virtù di quelle che ha definito infiltrazioni nazistoidi nel suo governo.
Sarebbe bello, ma non si può, tornare indietro nel tempo e chiedere partigiano per partigiano se è partigianato anche quello degli ucraini contro le forze russe e, soprattutto, se nel ’43 e ’45 si combatté per un futuro senza armi.

[Foto Giulio Franchini]

Nell’impossibilità di farlo, l’antifascismo di oggi (che, dicendola con uno degli interventi dal carro dell’Arci, ha da lottare contro patriarcato, razzismo, omobitransfobia e imperialismo sfrenato) deve riflettere sulle sue declinazioni, militari o pacifiste che siano. Finché non si scioglie programmaticamente questo nodo è comprensibile che, nello sconvolgimento collettivo per una nuova guerra che minaccia risvolti globali, si discuta sulla definizione della battaglia degli ucraini.

Il progetto della maggioranza delle realtà e delle persone presenti lungo le strade milanesi, ad ogni modo, sembra essere quello di un pacifismo globale che includa la linea terzomondista, antimilitarista ed antimperialista, tanto che i fischi e i cori contro la Nato, gli Usa e chi ne sventolava le bandiere non sono mancati.
Ora che una nuova guerra come quelle della prima metà del ‘900 non fa più parte della pura virtualità immaginativa, anche Liberazione e Resistenza rientrano nella logica della cessazione totale di tutte le guerre e di tutti i conflitti. Forse allora, nel momento in cui in una piazza antifascista viene anche chi finanzia invii di armi che alimentano conflitti sia pur combattuti in nome di una certa resistenza, il vero passo avanti sarebbe riflettere se queste sigle e figure sono effettivamente antifasciste per ciò che antifascismo ha significato nell’Italia della guerra civile e occupata. [Pietro Caresana, ecoinformazioni] [Foto Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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