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Lavoreremo ancora? Innovazione o turbocapitalismo?

36318524_10216228260838715_5832800819031834624_nL’accademia Aldo Galli in via Petrarca 9 a Como ha ospitato, nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 giugno, un incontro organizzato dal circolo Willy Brandt (rappresentato da Giuseppe Doria, che ha introdotto i lavori). Lavoreremo ancora? questa la domanda che ha dato il titolo alla conferenza e che ha avviato una riflessione condivisa da pubblico (di una trentina di persone) e relatori (Alfredo Biffi, professore del dipartimento di Economia dell’Università dell’Insubria, e Claudio Negro, ex sindacalista e rappresentante della fondazione Anna Kuliscioff di Milano; assente Salvatore Amura dell’Accademia Galli) sul futuro di un mercato lavorativo in cui le risorse umane cedono il passo alle macchine con sempre maggior frequenza.

La transizione dal lavoro umano a quello delle macchine di vario tipo procede per tappe storiche, seguendo un andamento a scala – illustrato da Biffi con un grafico  –  in cui ciascuno dei “gradini” rappresenta un’evoluzione tecnologica in grado di trasformare, anche radicalmente, il rapporto tra il lavoratore, il mezzo, il prodotto e i fruitori di quest’ultimo. Nella storia moderna e contemporanea, si possono così citare la rivoluzione industriale di origine britannica, il trasporto in larga scala (favorito da mezzi grandi e in grado di coprire lunghe distanze in tempi sempre minori), poi l’invenzione di macchine in grado di sostituire – o quantomeno accelerare –  non soltanto lo sforzo fisico dell’essere umano, ma anche quello intellettuale, da cui il necessario distinguo tra meccanizzazione e automazione. Negli ultimi decenni, e soprattutto negli ultimissimi anni, un’ulteriore trasformazione è stata veicolata dall’evoluzione dell’industria digitale, in grado di creare e diffondere grandi volumi di dati in tempo reale.

 

L’ottimizzazione dei metodi produttivi, commerciali e comunicativi è stata segnata dalla già detta “sostituzione” dall’umano alla macchina (una sostituzione che potrebbe farsi “ibridazione” nei prossimi anni, con l’impianto di chip sottopelle, suggerisce qualcuno). Questo comporta una progressiva contrazione del mercato del lavoro che si farà tanto più drastica quanto più aumenterà la popolazione mondiale, che si prevede raggiungerà i 10 miliardi di persone nel 2050. Questa tendenza coinvolgerà anche il settore educativo e quello finanziario: sono già stati condotti esperimenti di digital education in cui un singolo docente è arrivato a impartire la stessa lezione a 10 000 studenti, e anche il settore bancario-finanziario si presenta sempre più digitalizzato: la “mano invisibile” del mercato di memoria liberista, si potrebbe dire, sta diventando un concetto sempre meno metaforico.
Tutto questo volume di lavoro “delegato” ha  – almeno per il momento – ancora bisogno di persone in grado di progettare, mantenere (o riparare) e controllare le macchine: «Allo stato attuale, sono così proprio quelle le industrie altamente digitalizzate ad avanzare maggior domanda di lavoro, fino a cinque volte più delle altre: in Italia sono poche – circa il 5 per cento – ma il 30 per cento di queste ha un personale numeroso, sopra i 250 dipendenti» afferma Negro, citando dati Istat relativi  a quest’anno e a quello precedente. (Biffi precisa però che i profili richiesti sono perlopiù altamente specializzati: «Non tutti riescono a raggiungere un così alto livello di competenze, che non si sa per quanto a lungo rimarranno necessarie»). Parallelamente, prosegue Negro, il mercato del lavoro contemporaneo assorbe molta occupazione umana poco specializzata, non sempre regolare, tutelata e sindacalmente attiva, secondo uno schema “a clessidra” che penalizza la fascia intermedia e abbassa la guardia rispetto ai diritti dei lavoratori.
A tutti i livelli, le competenze informatiche minime richieste ai vari profili registrano comunque un aumento del Dsr – Digital Skills Rate, tasso di competenze digitali – che va da una “base” di 2,83 per le professioni meno specializzate in senso tecnologico a un superamento del 60 per cento per gli operatori delle Ict [Information and Communication Technologies]. Vanno intanto diminuendo gli orari di lavoro, tendenza in qualche modo riflessa dalla proliferazione di contratti precari, spesso part-time, e dall’erosione dei contratti collettivi evidenziata dai sindacati [presenti in sala Giacomo Licata, segretario generale Cgil Como, e Salvatore Monteduro, segretario generale Uil, oltre che da rappresentanti del Cna e di Confindustria, tra quelli espressamente menzionati da Doria].
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Prendendo le distanze sia dagli entusiasmi acritici verso la tecnologia “sostitutiva”, sia da atteggiamenti allarmisti, Biffi, mostrandosi generalmente bendisposto verso una (ben gestita) rivoluzione digitale, raccomanda una generale ristrutturazione dell’attuale mercato del lavoro e della stessa percezione dello stesso, tenendo conto delle trasformazioni radicali che l’inesorabile (benché, in Italia, rallentata e malgestita) innovazione tecnologica potrebbe produrre nel giro di circa dieci anni, sfumando la distinzione tra otium e negotium, tra organizzazione manageriale ed expertise tecnologica, e accompagnando alla formazione tecnica lo sviluppo delle competenze trasversali, che restano prerogativa umana. Sottolinea, in particolare, la necessità di incorporare una preparazione digitale nel piano formativo  scolastico e accademico, che preveda anche nozioni di programmazione: il relatore è critico verso il sistema lavorativo dell’Italia di oggi, che «ostacola l’inserimento e avanzamento professionale di giovani altamente istruiti e propositivi, spesso costringendoli a emigrare per un posto di lavoro all’altezza, non mostrandosi così incoraggiante verso il completamento della carriera universitaria; e manifesta perplessità verso il concetto di “reddito di cittadinanza”, preferendo la dicitura di “reddito di impegno”, a scanso di parassitismi.
Nel complesso, le posizioni sostenute da Biffi hanno sollevato diverse polemiche tra il pubblico: più persone hanno espresso contrarietà e preoccupazione rispetto a un’ulteriore avanzata del “turbocapitalismo” (nelle parole di Giorgio Fontana) a scapito dei diritti dei lavoratori, rivendicato la centralità delle risorse umane in alcuni settori professionali (Pasquale De Feudis ha citato il settore primario), ridimensionato (Clemente Tajana) l’impatto negativo della burocrazia; nel corso del dibattito, il tema del reddito di cittadinanza (comunque lo si voglia intendere) è stato discusso in modo relativamente più circoscritto rispetto alle trasformazioni dettate dalla digitalizzazione del lavoro, e necessiterà forse di un ulteriore approfondimento più ad hoc. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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