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Il desiderio del migrante

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La cosa ha del paradossale: mentre la parte oggi più popolosa (e, nostro malgrado, popolare) dello spettro politico fa riferimenti alle pretese dei migranti/ “clandestini” con una dedizione che ha qualcosa di isterico, i cosiddetti “buonisti” sembrano più spesso riferirsi ai bisogni dei migranti – qui intesi in senso lato, con quel participio presente ambiguo, scivoloso, non sempre gradito ai diretti interessati. Sorge allora spontaneo l’interrogativo: di cosa ha bisogno una persona che migra, e cosa costituisce, invece, un desiderio?

Proprio su questa sottile, ma necessaria distinzione si è soffermato il partecipato dibattito Il desiderio del migrante, che si è tenuto all’Ostello Bello di Como nel tardo pomeriggio di martedì 16 ottobre: sono intervenuti come relatori e relatrici Andrea Gravano e Roberto Pozzetti, psicanalisti della  Scuola lacaniana di psicoanalisi di Milano (di cui Gravano è anche segretario, e che ha organizzato l’incontro insieme a Movida Zadig) e, tra gli e le esponenti delle realtà locali vicine ai migranti, Manuela Bovolenta (comitato Unicef di Como), Chiara Bedetti (Refugees Welcome Como), Fabio Cani (rete Como senza frontiere) e Don Giusto Della Valle (parrocchia San Martino di Como – Rebbio); hanno partecipato attivamente al dibattito molte delle circa quaranta persone intervenute ad ascoltare.

Dell’odierno concetto di “vita”, il greco antico coglie le due diverse accezioni di zoé – l’esistenza naturale, biologica – e di bíos, intesa invece come vita sociale, civilmente attiva, più specificamente umana. Di nuovo, la scelta lessicale è tutt’altro che accessoria, tenendo conto che l’essenza stessa della psicoanalisi lacaniana, sottolineano Gravano e Pozzetti, si basa sulla parola e sulla libera associazione. C’è di più: lungi dal costituire un nuovo sviluppo della disciplina dettato da contingenze demografiche, il rapporto tra migrazione con la psicoanalisi è storicamente radicato, se si pensa alle persecuzioni subite da diversi dei suoi maggiori esponenti , costretti a rifugiarsi all’estero per sfuggire alle persecuzioni naziste (Sigmund Freud e Bruno Bettelheim, per fare due arcinoti esempi), o al trattamento riservato negli anni di dittatura militare agli psicoanalisti argentini, a cui venivano estorte informazioni sensibili relative ai pazienti, in un estremo intervento di repressione degli oppositori (o presunti tali).

Al netto delle attuali restrizioni politiche e/o giuridiche rispetto al “diverso”, la psicoanalisi ha perciò il compito di colmare la distanza tra “la necessità” e “il desiderio” di persone familiari all’esperienza migratoria, di per sé portatrice di traumi spesso insanabili, ma “accolta” (si fa per dire) con un senso di titubanza, di rifiuto: come ricorda Pozzetti, « al primo impatto, il “diverso” fa paura; affrontato con fiducia [non come un certo esponente della politica comasca, apertamente criticato dallo stesso Pozzetti al forum Lo Straniero dello scorso settembre a Roma, ndr], tuttavia, apre a nuove possibilità, a una conoscenza più completa della realtà».  Tale distanza, tuttavia, non è sempre facile da individuare, e non sempre è segnata da una linea netta: superare il limite del bisogno primario e sconfinare nel “desiderio”, per comprenderlo e – quando possibile – per aiutare la persona a soddisfarlo, è una questione difficile e delicata, riconoscono Don Giusto, Chiara Bedetti e Fabio Cani. I primi due fanno riferimento a un problema ben noto a chi si occupa di accoglienza e assistenza ai migranti: per quanta determinazione possano mostrare nel trasferirsi, anche a carissimo prezzo, dal luogo di origine a quello di destinazione, questi si mostrano spesso vaghi e confusi riguardo a un possibile progetto di vita, sia per oggettive difficoltà “esterne” che per una collocazione indefinita di molti migranti, nel tempo e nello spazio, rispetto alla comunità locale. Tale indeterminatezza al tempo stesso causa e conseguenza di una difficoltà, o perfino a una non-volontà (almeno apparente) di inserimento e partecipazione alla città, intesa come urbs e come civitas (di nuovo, le sfumature contano), a cui concorrono iter legali a dir poco contraddittori. Quello dell’integrazione (piaccia o meno il termine) è un processo graduale e spesso faticoso, che non può prescindere da un apprendimento non proprio basilare della lingua locale [e magari da un percorso educativo e formativo di più ampio respiro, ndr]. Cani ammette peraltro un certo imbarazzo riguardo allo stesso concetto di “desiderio”, ipotizzando che, nei fatti, solo chi ha già ottenuto ciò che gli serve per sopravvivere possa andare in cerca di ciò che “vuole”. Il portavoce di Como senza frontiere solleva poi una seconda domanda: a cosa ambisce chi si opera per aiutare i migranti? A Como, i soggetti attenti e attivi rispetto alla “questione migratoria” allo stato attuale comprendono realtà laiche e religiose, politiche e civili, singole e collettive: «coordinare approcci ed esigenze così diversi e numerosi non è sempre facile – riassume Cani – ma le difficoltà non devono intaccare il diritto di tutte e di tutti a esprimere i propri desideri».

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Aiutare ogni migrante ad “aiutarsi”, e magari ad abbandonare un giorno questa dicitura così liminale e scomoda, presuppone uno sforzo reciproco, una condivisa disponibilità all’ascolto e all’azione. Il primo passo è quello di creare uno spazio di dialogo sicuro: l’intervento psicoanalitico, psicologico, psicoterapeutico (e, talvolta, anche psichiatrico), l’accoglienza in famiglie locali predisposta da realtà come Unicef (per i minori stranieri non accompagnati) e Refugees Welcome (per rifugiati già maggiorenni), la formazione di tutori legali volontari, e molti altri progetti, già varati ma, forse, ancora poco conosciuti possono gettarne le basi. In una situazione di fiducia, sarà poi possibile confrontarsi per individuare insieme una soluzione fattibile di pieno inserimento.
Non bisogna però illudersi che, da qui in avanti, lo sforzo del migrante debba farsi unilaterale: sebbene sia giusto assistere la persona nella sua progressiva emancipazione, infatti, quest’ultima sarà concretamente possibile solo a patto di superare un atteggiamento di chiusura (e spesso di condiscendenza)  nei confronti del “diverso” e una rassegnata accettazione di norme che devono prendere atto di un cambiamento inevitabile, piuttosto che rinnegare i diritti fondamentali pur di reprimerlo e punirlo, come invece troppo spesso accade. [articolo e foto di Alida Franchi, ecoinformazioni]

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