La sinistra movimentista risponde con l’azione

Se l’opposizione istituzionale appare ferma e male organizzata, nei diversi territori della penisola nell’ultimo anno qualcosa si è mosso. Fuori da logiche partitiche, i movimenti territoriali escono dal localismo per abbracciare un progetto nazionale con istanze più diffuse. È riuscito al Collettivo di fabbrica Gkn, che recentemente ha occupato Palazzo Vecchio a Firenze e indetto una consultazione popolare sul futuro della fabbrica. Ma anche al Collettivo universitario autonomo (Cua) di Bologna, che, come altre realtà studentesche, occupa le aule dell’Università per far fronte all’emergenza abitativa e per una vita bella.

«Senza intervento pubblico, Gkn è spacciata. E perché l’idea della fabbrica pubblica e socialmente integrata è l’unica in campo, innovativa, il futuro di un mondo che altrimenti affoga nella povertà e nel ricatto», questo il comunicato sulla pagina del Collettivo di Fabbrica Gkn che annunciava l’ennesima, necessaria, assemblea per lunedì 28 novembre dopo aver occupato per qualche ora Palazzo Vecchio a Firenze a seguito dello sfumare degli impegni presi da Francesco Borgomeo e dalla sua Qf per far ripartire la fabbrica. «E chi oggi ci dice di smettere, forse deve terminare uno sporco lavoro, di una vile vicenda, codarda e ipocrita. Perché noi siamo azione e loro sono reazione. E conservazione. Rompiamo l’assedio».

Il 9 ottobre scorso si è tenuta l’assemblea per la fabbrica pubblica e socialmente integrata dove si è istituito un tavolo per la reindustrializzazione che ha visto anche la partecipazione di Genuino Clandestino e della Rete delle fabbriche recuperate, tra cui l’esperienza milanese di RiMaflow, oltre ad altre esperienze internazionali in collegamento. È inoltre stato sottolineato il carattere pubblico dell’impresa, socialmente integrata con la comunità tramite un piano elaborato insieme ai ricercatori del polo universitario Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e ad Artes 4.0, che mira alla transizione ecologica dell’automotive verso la mobilità sostenibile e tramite una Società di mutuo soccorso. Dall’1 all’11 dicembre Il Collettivo di Fabbrica ha avviato una consultazione popolare sull’intervento pubblico in Gkn aperta a realtà sociali, associative, sindacali, ad artiste e artisti solidali, lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, cittadine e cittadini.

Il movimento costruito intorno a una fabbrica

Insieme e oltre la fabbrica ex Gkn di Campi Bisenzio, da circa un anno si è avviato un movimento di convergenza, proprio da quel territorio fiorentino, con l’obiettivo di costruire una rete di istanze territoriali, tutte collegate dalla volontà di miglioramento della situazione di studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, e dell’ambiente. Una rete che mette al centro del discorso la lotta alle diseguaglianze, unendo le rivendicazioni operaie al diritto allo studio, delle minoranze, della comunità Lgbtqi+. La vicenda dell’ex fabbrica Gkn è qualcosa di prezioso e le manifestazioni di Firenze, Bologna, Napoli e poi Monza hanno ribadito l’importanza di questa istanza per una parte di sinistra orfana di rappresentanza. Una parte osteggiata spesso dalla politica delle istituzioni, e non solo reazionaria e di destra. Una rete che ha coinvolto diverse sigle, da Fridays for Future, ai collettivi studenteschi, ai centri sociali, all’Arci stessa, in una convergenza che ha invaso le città dando un nuovo slancio.

Uno slancio che si è trasformato anche in occupazioni sempre più frequenti seguite da sgomberi, per cui si ha la percezione che il nuovo governo abbia delle responsabilità. Tuttavia, il controllo sulle moltitudini autorganizzate e/o antagoniste del nostro paese è qualcosa di presente da tempo, indipendentemente dal colore dei recenti governi e dal loro essere migliori o peggiori – si pensi anche alle accuse di associazione a delinquere verso militanti del centro sociale Askatasuna di Torino e del Movimento No Tav, raggiunti da misure cautelari questa estate. Un disegno ben preciso che segue le logiche di ordine, sicurezza e decoro e taccia queste realtà di essere pericolose per la sicurezza dei cittadini, in piena retorica neoliberista. È successo a Roma – alla Sapienza, poi occupata – con la manifestazione contro Daniele Capezzone del 25 ottobre, dove feriti e insanguinati ne sono usciti gli studenti e le studentesse ma la vittima è parsa l’intellettuale di destra, difeso in nome della libertà di espressione (e di manganello?). È successo anche con la norma cosiddetta anti-rave che non si limitava a colpire le feste musicali tanto demonizzate ma anche le manifestazioni spontanee e altri momenti di socialità.

Il caso del Cua di Bologna

La chiara differenza, rispetto al passato, è che questo governo ha una limpida identità politica e ideologica, attraverso cui rivendica ordine e disciplina. Lo ha fatto anche il ministro degli interni Piantedosi, con l’attacco alle Ong e ai naufraghi salvati dalle navi delle stesse. Ma lo ha confermato anche il ministro dell’istruzione e del merito Valditara, che tenta di riscrivere la storia, brandisce la retorica del merito senza analizzarne le problematicità e riconosce l’utilità dei lavori socialmente utili per gli studenti indisciplinati, perfino meritevoli di essere umiliati. Contro questa posizione ideologica lottano anche gli studenti del Collettivo Universitario Autonomo (Cua) di Bologna.

Attivo dal 2005, le sue rivendicazioni sono di stampo sociale e riguardano i disagi che studentesse, studenti, precarie e precari devono sopportare quotidianamente. Al momento la lotta principale del Cua è quella legata alla campagna vogliamo una vita bella, che ha lo scopo di riappropriarsi di condizioni di vita migliori che non riguardano esclusivamente il raggiungimento di una vita dignitosa ma di una realmente bella, riappropriandosi del lusso, della cultura, della tecnologia e di tutti quei diritti goduti da un numero esiguo di persone. Sull’onda di questa campagna il collettivo porta avanti la lotta per il diritto all’abitare, in una città che, come molte altre, vive una condizione di speculazione edilizia che rende gli immobili inaccessibili ai più. «Il centro storico è in mano ad AirBnB e l’unica alternativa offerta dalla città sono gli studentati di lusso, dove una stanza singola viene a costare dagli 800 euro in su. Sono presenti degli studentati pubblici che però non rispondono neanche in minima parte alla domanda e per accedervi serve l’idoneità e far parte di una graduatoria, mantenendo un certo numero di Cfu l’anno, pena lo sfratto», racconta ad Ecoinformazioni uno studente e attivista del Cua che ha chiesto di restare anonimo. «Ora come ora in assemblea siamo in media 30 persone ma nel giro allargato siamo anche di più. Abbiamo anche un laboratorio transfemminista (Laboratorio Cybilla) che lotta contro il patriarcato».

Occupazioni, sgomberi e solidarietà

La giornata della convergenza sotto lo slogan Insorgiamo con il Collettivo di Fabbrica Gkn e Fridays For Future è stata preceduta da due occupazioni temporanee: di uno studentato di lusso e quindi del n. 38 di via Zamboni, della facoltà di lettere e filosofia, per avere un punto logistico e per garantire ospitalità agli attivisti venuti da fuori per il corteo. «I privati titolari dello studentato ci avevano promesso un dialogo per calmierare almeno in parte il costo degli affitti, ma ancora non c’è stato». L’occupazione vuole ribadire che l’università non si sta facendo carico del problema abitativo e sottolineare l’insufficienza di aule nelle quali fare lezione. «Successivamente al corteo del 22 ottobre abbiamo occupato uno stabile in via Oberdan, inutilizzato da diversi anni, per creare una soluzione temporanea al problema abitativo riportandolo al centro del dibattito pubblico», racconta ancora l’attivista e studente. «Durante questa occupazione ci siamo presi cura di un immobile del 1400, rivitalizzandolo e aprendolo per fare conoscere il suo valore culturale. Ci sono stati diversi momenti di confronto e di assemblea, abbiamo istituito uno sportello abitativo per fare fronte alle esigenze di studentesse, studenti, precarie e precari, ascoltando le loro esperienze nella ricerca di una casa, cercando di trovare una soluzione al problema». Un servizio che è stato portato avanti anche con l’aiuto di Plat, una piattaforma per l’intervento sociale che ha diversi sportelli (antisfratto, contro il caro vita, immigrazione e Caf), mettendo a disposizione una consulenza legale gratuita.

Quanto alla città «ha risposto, durante la giornata del 22 ottobre, con grande entusiasmo e partecipazione, ma a livello istituzionale la posizione riguardo al passante [una delle rivendicazioni cittadine tema della manifestazione con il Collettivo Gkn, ndr] è rimasta invariata». L’esperienza di occupazione di via Oberdan è stata conclusa con uno sgombero giovedì 17 novembre tra proteste e violenza della polizia. Le richieste che il Cua definisce lecite e non difficili da applicare, poiché riguardano spazi inutilizzati dell’università da adibire ad alloggi accessibili a studentesse e studenti, secondo l’università sono impossibili da praticare. Successivamente allo sgombero c’è stata una grande risposta di solidarietà cittadina, con un presidio solidale e un corteo per le vie del centro che ha visto diverse centinaia di persone mobilitarsi. «Il giorno successivo siamo passate in corteo al rettorato dove abbiamo chiesto un confronto con il rettore dell’Università, che ovviamente non si è fatto nemmeno vedere anche dopo le sue dichiarazioni di dialogo. Gli abbiamo ricordato che siamo al 38 e che quando vorrà ci saremo per un confronto pubblico».

Sulla falsa riga dell’esperienza di Campi Bisenzio, e proseguendo quanto già fatto prima del corteo del 22 ottobre, il Cua ha lanciato un’assemblea pubblica per creare un momento di partecipazione trasversale che dovrebbe vedere coinvolte diverse realtà politiche, le persone solidali contro lo sgombero e tutti coloro che vogliono mettersi in gioco e solidarizzare con le diverse lotte. «Vogliamo creare coesione e un movimento forte qui a Bologna, convergendo in un momento di piazza a inizio/metà dicembre, per poi cercare di portare questa convergenza su un piano nazionale come si sta già facendo con i movimenti di lotta ambientale e il collettivo di fabbrica Gkn», ha continuato la nostra fonte. «Il 26 novembre siamo andati a Roma per il corteo nazionale di Non Una di Meno per mantenere la convergenza attiva e portare complicità e solidarietà alla lotta femminista e transfemminista. Per continuare il discorso per una vita bella. Infine, porteremo solidarietà in Val di Susa alla lotta contro il Tav nella giornata di chiamata popolare l’8 dicembre», ha concluso, ribadendo il rapporto reciproco di solidarietà attiva con altre vertenze. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

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