La guerra a teatro/ Per una stella

La guerra a teatro: è una sfida ardua, che in questi tempi di celebrazione e di memoria della prima guerra mondiale si ripete spesso, e che – proprio per questo – è degna di qualche riflessione.

L’occasione è quella fornita dalla prima nazionale, al Teatro Sociale di Como il 4 novembre 2015, di Per una stella, drammaturgia su testo di Anna Maini, con la regia di Stefano De Luca, prodotta da ArteVox Teatro in collaborazione con LupusAgnus.

La guerra del 1915-1918 è una frattura epocale, che segna in modo drammatico il passaggio a un nuovo ordine mondiale, a un nuovo tipo di modernità, tanto che uno degli storici fondamentali per la conoscenza del Novecento, Eric J. Hobsbawm, da lì fa iniziare il XX secolo, che appunto per questo sarebbe un “secolo breve”. Quella guerra è dunque uno snodo fondamentale, tuttavia si fatica a metterla a fuoco con precisione e tuttora, nonostante grandi sforzi di indagine, manca una definizione convincente. Forse quello di prima guerra “mondiale” è un nome fuorviante, poiché essa fu soprattutto europea. Forse sarebbe più corretto chiamarla prima guerra “moderna”, poiché per la prima volta venne dispiegata tutta la potenza distruttiva della più aggiornata tecnologia. Ecco, quella guerra – in massimo grado – fu guerra di distruzione di massa, immane tragedia, dopo di cui nulla fu più uguale a prima.

È questa dimensione di tragedia epocale, intimamente connaturata con quegli avvenimenti storici, che – ovviamente – è difficile mettere in scena.

Si sopperisce in genere con il mettere in primo piano le tragedie intime, personali e private, cercando un approccio parziale e poetico, in grado in qualche modo di evocare anche il non detto (e, probabilmente, il non dicibile).

Non fa eccezione Per una stella: la messa in scena è elegante, i pochi elementi scenografici ben sfruttati, il testo curato, l’interpretazione di Tommaso Banfi e Marta Comerio notevole. Eppure alla fine qualcosa resta inespresso. Un po’ perché lo sforzo di dare ritmo alla narrazione, con l’alternanza tra le due narrazioni, maschile e femminile, dell’adulto e della bambina, risulta piuttosto meccanico, un po’ perché l’aspirazione a costruire un’atmosfera con l’insistito sottofondo musicale solo in pochi passaggi si eleva da scelte di maniera, con un utilizzo decisamente troppo sentimentalistico e scontato degli archi e dei tamburi…

Ma sopratutto perché, alla fine, è difficile ricavare da questo racconto – tratto, si assicura, da una storia vera – un’idea complessiva di quella tragedia. Come in altri esempi (tutti molto alti, per carità: uno per tutti, il film di Ermanno Olmi Torneranno i prati), la guerra è troppo pulita, i soldati troppo coscienti, le popolazioni troppo comprese nel loro ruolo. Un soldato uccide (quasi per sbaglio, si noti) un “nemico” e ne soffre per la vita… Forse ci si è dimenticati che su quel fronte furono uccise centinaia di migliaia di persone (non solo soldati) in massa, senza troppi ripensamenti. Qualcuno le avrà pur ammazzate, da una parte e dall’altra…

C’è un po’ troppo buonismo, un’eccessiva delicatezza politically correct. Trattandosi di guerra, un pizzico di teatro della crudeltà potrebbe non essere fuori luogo.

Lo spettacolo si propone come un momento di approfondimento per le scuole (anche alla prima comasca sul palcoscenico del Sociale c’erano numerosi ragazzi e ragazze), l’auspicio è che gli stimoli della drammaturgia vengano sviluppati e contestualizzati, facendo tesoro degli elementi di riflessione, ma anche evidenziando i nodi problematici che restano tra le righe.

Il secolo passato dalla Grande guerra non può stingerne la memoria nella poesia. La guerra è guerra, cento anni fa come oggi.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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