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Vittorio Agnoletto/ “Senza respiro”

Il 3 dicembre Rifondazione comunista ha animato e coordinato con Pierluigi Tavecchio, segretario provinciale del partito a Como, la presentazione on line del libro Senza respiro scritto da Vittorio Agnoletto in collaborazione con Cora Ranci e Alice Finardi e i cui diritti d’autore saranno devoluti all’Ospedale Sacco di Milano, struttura pubblica che ha svolto un importante lavoro sul Covid-19.

È un libro che, come ha dichiarato lo stesso autore, Agnoletto non avrebbe mai voluto scrivere, perché parla di una tragedia purtroppo ancora in corso. Si tratta di un lavoro rigoroso, che coniuga la ricerca scientifica con l’inchiesta giornalistica e che raccoglie la sintesi di migliaia di testimonianze di cittadini e di operatori sanitari e la rielaborazione dei dati della pandemia. Tre sono le ragioni per cui Senza respiro è stato redatto. La prima è che spesso, di fronte ad un’esperienza dolorosa, la reazione è quella della rimozione, come purtroppo si è visto nel periodo estivo quando la riapertura ha significato per molti un “liberi tutti”.  Ha prevalso il desiderio di non pensare a quello che era successo, la voglia di vivere una apparente “normalità”.  Fondamentale, invece, è non dimenticare, ma utilizzare questa esperienza per trovare un nuovo equilibrio attraverso una rielaborazione individuale e collettiva.  La seconda motivazione è che si è verificato un combinato disposto tra l’azione del virus e scelte politiche da parte di chi governa, responsabilità che hanno risvolti giudiziari, come testimoniato dalle inchieste in corso. Il libro è stato consegnato anche in procura, come testimonianza , ma anche come atto di accusa, fornendo dati e ricostruzioni molto precisi e documentati. La terza ragione è un invito a guardare avanti, pensare a come potrebbe essere riorganizzato il Sistema sanitario nazionale e regionale, realizzare una pressione molto forte affinché non si verifichino più situazioni analoghe. Altro aspetto significativo riportato nel libro è l’importanza che hanno avuto alcuni atti di disobbedienza e consapevolezza civica. Agnoletto ricorda che la dottoressa che ha eseguito il tampone a Mattia, il primo paziente  di Codogno, non ha rispettato l’ordinanza governativa che in quel momento prevedeva che i tamponi venissero effettuati solo a chi tornava o  arrivava dalla Cina. Grazie a quel tampone Codogno è diventata zona rossa e il contagio è stato parzialmente contenuto.  Altro atto di disobbedienza è stato fatto a Vo’ Euganeo, dove tutti i cittadini sono stati sottoposti a tampone, contro le indicazioni allora predisposte che prevedevano controllo solo su chi presentava sintomi. Questo ha permesso di capire meglio come si comportava il virus e quali erano le modalità di contagio, fondamentali quando ci si trova a fare i conti con un’epidemia il cui agente è sconosciuto. L’ultimo episodio si è verificato a Bergamo, quando i medici hanno deciso di fare autopsie sui pazienti deceduti, azione che non era autorizzata, e questo ha permesso di capire che il quadro patologico non riguardava solo l’aspetto respiratorio, ma anche quello cardiocircolatorio e su queste osservazioni si è potuto impostare una terapia più mirata e adeguata. Proseguendo Agnoletto ha alzato il velo sulle responsabilità di una politica che negli anni ha smantellato e indebolito la sanità pubblica a favore dei profitti privati. Il focus si è  concentrata sulla Lombardia, perché – oltre a essere stata il cuore del contagio – rappresenta la punta avanzata delle politiche di privatizzazione della sanità: un sistema spesso indicato come “eccellenza” da soggetti politici ed economici, esempio da riproporre su scala nazionale, ma che non è stato in grado di affrontare la situazione di emergenza. La nostra regione è stato il luogo con  il maggior numero di decessi e, come riportano le testimonianze di molti operatori sanitari, spesso ci si è trovati nella condizioni di fare scelte estreme: decidere quale vita tentare di salvare, perché non c’erano attrezzature sufficienti per fronteggiare le richieste. Viene riportata una metafora, secondo me molto significativa, che illustra bene cosa è successo in Lombardia. È arrivata un’onda (l’epidemia) di notevoli dimensioni che ha coinvolto tutto ciò che si trovava sulla spiaggia (il sistema ospedaliero), senza nessuna protezione da parte di una barriera frangi flussi (la medicina territoriale), che potesse dare meno potenza all’onda. È mancato completamente il coinvolgimento del territorio i cui servizi sono stati notevolmente indeboliti negli ultimi venti anni con chiusure, accorpamenti e riduzione del personale. (Basti pensare che con la Riforma Maroni il dipartimento di Igiene e Prevenzione non è più legato al territorio, non ha più ambulatori operativi, ma solo strutture di governance e controllo. I presidi multizonali di Igiene e Prevenzione sono passati da 15 a 3,  e anche questi 3 sono stati coinvolti solo marginalmente nella fase di analisi dei tamponi – n.d.a.) Sul territorio il personale della medicina del lavoro  è stato lasciato a casa in smart working, anziché essere utilizzato per i controlli sul rispetto delle regole nei luoghi di lavoro. La Sorveglianza sanitaria non ha funzionato: già a fine  novembre dello scorso anno i medici segnalavano un aumento di polmoniti interstiziali anomale, ma queste segnalazioni, anziché essere oggetto di ricerca epidemiologica, sono state lasciate nel cassetto. Su tutto il territorio sono mancati i dispositivi di sicurezza sia per i medici di medicina generale, che per  gli operatori sanitari all’interno delle RSA. Le USCA (Unità Sanitarie di continuità assistenziale), di supporto ai medici di base, non sono decollate. Questi fattori e molti altri, che vengono citati nel libro, hanno portato ad una saturazione in breve tempo dei posti letto ospedalieri disponibili.  Probabilmente quanto successo in Lombardia era evitabile, come dimostrano altre esperienze in Italia e in Europa (Veneto, Irlanda, Portogallo). Soprattutto l’epidemia ha messo in evidenza tutte le fragilità che già erano state segnalate nel 2010 dall’audit che doveva relazionare in vista di un aggiornamento del piano pandemico, aggiornamento mai effettuato. Questo ha determinato anche la mancata formazione degli operatori sanitari sulle modalità con cui affrontare e gestire una pandemia. Perché quindi viene ribadito che è importante non effettuare un processo di rimozione? Perché tutto quello che è successo non è servito per affrontare la seconda ondata, che ancora stiamo vivendo.  A questo punto si deve guardare avanti, pensare a come riorganizzare tutto il sistema sanitario, tenendo conto anche di ciò che viene citato dall’ex presidente del Brasile Lula nella prefazione : “non potrà essere riproposto lo stesso modello di sviluppo, poiché il futuro post-pandemico non è garantito per nessuno. Una grande missione si prospetta per tutti coloro che hanno a cuore un mondo senza ingiustizie”.

Partendo dalle sollecitazioni di Vittorio Agnoletto, Matteo Mandressi, segreteria Cgil Como, e Francesco Angelini, giornalista della Provincia hanno contribuito con altre riflessioni. In particolare Mandressi si è soffermato sulla necessità di riprendere una dimensione sociale della medicina, che non sia solo cura del paziente, ma cura della collettività. La sanità deve intersecarsi con gli aspetti sociali e socio-assistenziali e con gli aspetti territoriali e ambientali. Quindi anche i Comuni e le comunità locali devono essere messi nella condizione di poter aver maggior voce in capitolo. Non poteva mancare un riferimento alle RSA (residenze sanitarie assistenziali), la cui organizzazione deve essere ridefinita, favorendo strutture di piccole dimensioni e privilegiando l’assistenza domiciliare. Anche Angelini ha sottolineato il nesso tra pandemia e rapporto tra il genere umano e la natura, richiamando la necessità di un cambiamento nel modello di sviluppo. Sono emerse anche considerazioni rispetto alla situazione attuale, che vede Como molto più coinvolta rispetto alla precedente ondata  essendo la seconda città italiana in termini di contagio rispetto alla popolazione. Adesso si sta puntando molto sul vaccino, ma questo presidio, seppur importante, non può modificare la fragilità del sistema sanitario lombardo e nazionale. Questa pandemia non sarà probabilmente l’ultima e quindi è indispensabile continuare a sostenere un cambio di paradigma, tornando a dare alla prevenzione un ruolo primario e favorendo l’attivismo e la partecipazione dei cittadini. Nell’immediato alcune questione sono ancora aperte. In Lombardia sono state raccolte 100.000 firme per chiedere il commissariamento della Regione; queste firme sono state inviate al ministro Speranza che non ha dato ancora nessuna risposta. Infine ad agosto è scaduta la sperimentazione della Riforma Maroni, prorogata fino a dicembre. Questa riforma era stata contrastata e criticata da alcuni attivisti, senza che la popolazione e neppure i mass media ne valutassero fino in fondo le criticità. Come Comitato Cittadella della salute, sul territorio comasco, abbiamo spesso denunciato la mancata valorizzazione dell’ex Ospedale S. Anna come  presidio territoriale, tra l’altro previsto da un accordo di programma. E la pandemia ha dimostrato come strutture di questo tipo, non solo a Como, ma su tutto il territorio, avrebbero avuto un ruolo importante. Infatti si è evidenziata la completa inadeguatezza delle sedi fisiche di molti ambulatori di medici di base (per i quali tra l’altro erano stati finanziati dallo Stato dei fondi per la costituzione di ambulatori collettivi, per un’assistenza di primo livello, fondi mai utilizzati da Regione Lombardia). Molte di queste si trovano in spazi abitativi e non prevedono percorsi differenziati  e questo è uno dei motivi per cui i medici di base non hanno potuto prendersi cura del territorio, anche in presenza di presidi di sicurezza. È auspicabile che, nella fase di dibattito sulla valutazione della Riforma Maroni,  tutte le contraddizioni emerse rimangano vive nella memoria delle persone, non vengano rimosse e si sviluppi una massa critica sempre più forte che porti al Commissariamento della sanità lombarda poiché la soluzione non può provenire da coloro che hanno creato il problema. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]

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