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Migranti/ Vincere l’odio con i diritti e la verità

IMG_2653.JPGSala piena, al circolo Arci La Lo.Co. di Osnago (LC), per Migranti politici o migranti economici? Diritto di cittadinanza o respingimenti? l’incontro della sera di giovedì 12 luglio con Raffaele Masto, scrittore esperto di migrazioni e giornalista a Radio Popolare, e Filippo Miraglia, consigliere responsabile della migrazione per l’Arci nazionale (promotore della campagna Ero straniero – l’umanità che fa bene). Di moderare la serata si è incaricato Emanuele Manzoni, segretario a Lecco di Liberi e uguali, che ha contribuito all’organizzazione insieme al circolo ospitante, all’Arci regionale della Lombardia e ai coordinamenti delle province di Como e Lecco. Il dibattito aperto al pubblico è stato preceduto da una fase di confronto partecipata da una ventina di rappresentanti di circoli Arci e associazioni lombarde attive nell’accoglienza (soprattutto quella “diffusa”, operata da famiglie, soggetti religiosi e laici e dagli Sprar) e nella promozione di una società inclusiva, nel corso della quale si è fatto il punto della situazione e sono stati sollevati importanti spunti di riflessione e proposte di azione, tra cui la campagna Welcoming Europe, lanciata a livello comunitario nel mese di aprile per presentare alla Commissione europea una proposta di riforma della gestione dei flussi migratori.
Premessa necessaria: la scelta di ospitare un incontro su migrazione e accoglienza non in città, ma in provincia, si è rivelata appropriata, non soltanto in termini di seguito (il pubblico è accorso dal lecchese e oltre) ma anche nel suo valore intrinseco. Troppo a lungo, infatti, le “periferie” sono state trascurate nella loro specificità, segnata da elementi di fragilità e da una posizione di forte svantaggio rispetto ai centri del potere, situazione visibile anche in un territorio tradizionalmente agiato e industrioso come è quello brianzolo. Di questa grave lacuna è stata ampiamente responsabile una sinistra segnata da imitazioni “annacquate” delle destre, quelle neoliberiste e quelle, meno moderate, delle frontiere esternalizzate, degli accordi di respingimento/ rimpatrio/ riammissione dei migranti con paesi non proprio benevolenti e sicuri e dell’ossessione per la sicurezza e il “decoro”; e, più a sinistra del Pd, dalla prolungata mancanza di un’alternativa sufficientemente convincente e (per brutto che sia il termine) pragmatica da contrastare la marginalità, cinicamente sfruttata dall'”uomo forte” dell’attuale governo e dai suoi seguaci e alleati, ma certamente predisposta da meccanismi di più lungo corso e di natura complessa.
La responsabilità dell’attuale corso politico-culturale è dunque ampiamente condivisa, e si inserisce in una congiuntura particolarmente critica per l’Italia e per “l’Europa” (cioè per l’Unione europea, ma sull’Unione si preferisce tacere), segnata dall’onda lunga della crisi e interessata da fenomeni internazionali più remoti e/o più ampi, dalle conflittualità in Africa e Medio Oriente alla propagazione incontrollata di informazioni distorte, espresse in un linguaggio semplice e viscerale che è difficile contrastare con l’argomentazione logica e documentata.
Siamo al paradosso: mentire è diventato semplicissimo, mentre dire la verità è un affare complicato, perfino sospetto. Nella narrazione mainstream sulle migrazioni, che insiste asimmetricamente su quelle “in entrata”, pesano i moltissimi, decisivi “non detti”, come la responsabilità degli Stati occidentali delle attuali conflittualità che spingono (almeno) 68,5 milioni di persone a fuggire dai propri paesi [i dati citati da Miraglia sono dell’Unhcr in riferimento al 2017], non tanto verso l’Europa e tantomeno verso l’Italia, quanto in aree più geograficamente vicine al luogo di origine (50 milioni nel solo continente africano), dove rimangono spesso bloccati in condizioni precarie e insostenibili (pensiamo alla Libia, dove il ministro degli interni si è ben guardato dal mostrare le reali condizioni dei centri di detenzione per migranti, minimizzando le accuse di tortura). O come il fatto che l’Italia, pur penalizzata dal criterio del “primo paese di approdo” e da un sistema d’accoglienza erede di una logica “emergenziale” (già strumentalizzata almeno dai tempi di Maroni), non figura tra i primi 10 paesi al mondo per accoglienza dei rifugiati: la Germania è l’unico paese europeo, e che il numero di migranti rispetto alla popolazione complessiva è risibile, in senso relativo e assoluto, con 181 000 sbarchi nel 2016 a fronte di una popolazione di 60,6 milioni di abitanti, 5,5 dei quali di origine straniera. Questi ultimi “non-italiani” sono mediamente più giovani di una popolazione in rapidissimo invecchiamento, le cui pensioni dipenderanno (presto) dai loro contributi; ma anche questa verità viene sommariamente camuffata dietro al sintetico tormentone “ci rubano il lavoro”.

Non si intende  – come chiarisce Miraglia – negare l’importanza di fonti di diritto internazionale come la convenzione di Ginevra e i suoi successivi protocolli, che hanno definito e tutelato come specifiche categorie migratorie lo  status di “rifugiato”  e del suo preludio, quello di “richiedente asilo”, chiamando la comunità internazionale alla responsabilità di proteggere persone messe in pericolo da una persecuzione messa in atto dalla politica nei loro confronti. Tuttavia, è necessario prendere atto che le distinzioni tra una persecuzione politica (quale che ne sia il “movente”) e una situazione di insostenibilità politica e sociale che spinge milioni di persone a spostarsi per la sopravvivenza propria e della propria famiglia è oggi assai più labile di quanto faccia comodo ammettere. Peraltro, la disciplina e l’applicazione del diritto di asilo, dopo essersi  fatte più complesse per questioni molto spesso di natura elettorale, con la periodica emanazione di visti temporanei e/o di leggi in qualche misura paradossali, eventualmente seguiti da sanatorie, si sono più di recente amalgamate in un fronte anti-immigrazione monolitico, che vorrebbe negare l’accoglienza a prescindere e che, senza troppi formalismi, invoca l’espulsione, il dirottamento, la chiusura dei porti a centinaia di persone in pericolo di vita.
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Se il Viminale e il suo accessorio governo rendessero un poco più approfondita la propria strategia di storytelling, parlando alla testa e non alla pancia delle persone, magari attingendo ai fatti, emergerebbero quei retroscena difficili (ma non impossibili) da comprendere e da accettare, quelle storie, condivise ma uniche, di viaggi costosissimi, percorsi e pagati un pezzo alla volta, in una situazione di rischio costante che non si esaurisce al momento dell’approdo (se all’approdo si arriva), su cui pesano le persecuzioni e i rapimenti, i ricatti e lo sfruttamento, lo stupro e il pericolo di naufragare, o di essere arrestati e detenuti a tempo indeterminato, oppure respinti, o ancora di “farcela”, di arrivare in un paese “sicuro” perdendo però ogni libertà, diritto, quasi ogni identità.
Diventa allora imperativa e improrogabile, per l’opposizione politica, culturale e civile, una contronarrazione schietta, documentata, e al tempo stesso facilmente recepibile di tutto ciò che è la migrazione: il risultato di una somma, si è detto, ma anche di una sottrazione. Di responsabilità, da parte di Stati e governi corresponsabili di questi squilibri, che eludono una concreta assunzione di responsabilità nell’accoglienza e perfino nel tanto decantato intento di “aiutarli a casa loro”, e anche da parte della società civile, chiamata ad avviare buone pratiche, fosse anche “nel piccolissimo”, contrastando il facile odio fomentato da una destra così aggressiva come quella contemporanea, non soltanto italiana. Di coraggio, da parte di una minoranza sociale e culturale che troppo a lungo si è rannicchiata in una comfort zone di progressismo astratto, senza azzardarsi troppo al confronto con una maggioranza sempre più esasperata e insofferente per mettere a fuoco le reali cause di tale scontento e intervenire di conseguenza. Di diritti, sanciti da norme internazionali e riprese dagli ordinamenti nazionali e locali ma non sufficientemente compresi nella loro attuale validità, fino a essere accantonati e ridicolizzati insieme alle Ong in blocco. E di quello che in troppi hanno preso a vedere come “buonismo”, mentre si tratterebbe, più nello specifico, di umanità, intesa non soltanto di “carità” – concetto che viene facilmente associato a una visione verticale, condiscendente, “determinista” tra salvatori e salvati – ma di quel delicato equilibrio tra empatia e buonsenso, difficile ma necessario da raggiungere e da mantenere. Tutti elementi, questi, a cui urge cambiare di segno. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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