In lotta per la libertà da violenze, guerre, povertà

Non basta una giornata sola in un anno, la lotta per l’eliminazione della violenza di genere è quotidiana. Ma fino a quando i diritti non saranno per tutte, in tutto il mondo, fino a quando il corpo delle donne continuerà a essere usato come luogo di potere maschile e campo di battaglia ovunque noi donne cerchiamo di manifestare il desiderio di libertà-liberazione: nelle case, nelle piazze, nelle strade, nelle guerre, avremo purtroppo ancora bisogno di date simboliche come l’8 marzo e il 25 novembre.

Noi di Arci, Donne in nero, ecoinformazioni, Women in White Society abbiamo pensato di parlarne, proprio il 25 novembre alle 21, con Monica Lanfranco, giornalista, scrittrice, formatrice, autrice per Erickson del libro Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo. Vi aspettiamo. Per partecipare. L’incontro sarà proposto in diretta anche suelle pagine fb di Arci Como e ecoinformazioni.

Sono orgogliosamente femminista. Lo sono da bambina, prima ancora di essere capace di definirmi. Dal 1968, a 14 anni, ho imparato a nominarmi femminista. Come per le altre mie coetanee, il mio essere femminista è evoluto con il passare degli anni e con il mutare del contesto. Questo di me sono riuscita a capire.
Rebecca West, invece, nel 1913, in Mr Chesterton in Hysterics ha scritto: «Io stessa non sono mai riuscita a capire che cosa significhi con precisione femminismo. So soltanto che mi definiscono femminista tutte le volte che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino o da una prostituta».
Sono passati più di 100 anni, ma ancora oggi le donne con “autorevolezza femminile” nello spazio privato e in quello pubblico e che prendono parola su tutto, non solo su questioni considerate “femminili”, convinte che ogni questione riguardi tutto il genere umano, vengono definite femministe con disprezzo. Noi femministe facciamo paura perché siamo una marea e cambieremo il mondo con le nostre idee.

Sull’ultimo numero del 2019 di Internazionale, Ida Dominijanni scrive del femminismo di ultima generazione che è «una rivolta dentro la rivolta, come da sempre il femminismo si presenta, ad ammonire che non c’è ribellione contro la finanza, contro il capitalismo delle piattaforme, contro i dittatori, contro le polizie, contro i fondamentalismi, contro il razzismo, contro lo sfruttamento mortifero della natura, che non passi per lo smantellamento delle strutture profonde del dominio sessuale e per la tessitura di una diversa trama dell’io, del noi, delle relazioni umane».
Parole illuminanti che mi risuonano nella mente, mentre ci apprestiamo a ricordare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Non a caso, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999 decise di dedicare la giornata proprio a tre donne “in rivolta”, Aida Patria Mercedes, Maria Argentina Minerva e Antonia Maria Teresa Mirabal, attiviste nell’opposizione a Rafael Leónidas Trujillo, per 30 anni dittatore della Repubblica Dominicana. Le tre sorelle, prima di essere strangolate, il 25 novembre del 1960, furono torturate e stuprate. Perché lo stupro, allora come oggi, è strumento di sottomissione delle donne da parte del potere maschile.
È proprio lo spazio pubblico che in questa giornata vorremmo fosse illuminato perché più spesso resta in ombra, perché, anche nel nostro paese, molti giornalisti e, purtroppo alcune giornaliste, preferiscono puntare lo sguardo solo sulla violenza domestica (non solo sessuale), enfatizzando l’aspetto relazionale privato (non solo all’interno delle case) delle violenze di genere, confinandole quasi esclusivamente all’interno del rapporto uomo-donna.
In una società malata, come quella occidentale, che tenta di far coincidere la libertà femminile con la disponibilità delle donne a concedersi, fin quando non riusciremo a esplicitare la rilevanza sociale e politica, connessa alla violazione dei diritti umani delle donne, non saremo in grado di trasformare sofferenze individuali in lotte collettive per cambiare i ruoli sociali e i rapporti di potere, responsabili delle violenze di genere.
Certo è giusto e fondamentale continuare a prendere parola per rompere il silenzio sugli stereotipi e le violenze di genere che arrivano perfino al femminicidio (in Italia ogni due giorni una donna viene uccisa dal marito o dal compagno), ma le nostre lotte, le nostre denunce, i nostri racconti, pur importanti e liberatori, non sono sufficienti. Sono violazione dei diritti umani delle donne anche le violenze che si verificano in una caserma di polizia o durante gli accertamenti di routine su una donna agli arresti domiciliari, o tenendo sotto minaccia di ritiro dei documenti donne immigrate, o palpeggiando le manifestanti No Tav o stuprando donne in stato di fermo.
Dunque ci tocca ancora lottare contro la violenza maschile in tutte le sue forme, a partire dai fondamentalismi (non solo religiosi), e dalla guerra, massima espressione del patriarcato che da sempre semina morte e distruzione, colpendo le donne con povertà, migrazioni, violenze, abusi sessuali, tratta, stupri, usati come armi per l’affermazione del potere maschile su corpi e menti.

E, senza arrivare a queste manifestazioni estreme, ci tocca ancora ricordare che nella Convenzione di Istanbul «Con l’espressione violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”.
E ci tocca ancora lottare contro la violenza che passa attraverso il linguaggio sessista che si continua ad usare anche nelle istituzioni. Come è avvenuto a luglio negli Usa.
«In questo paese succede ogni giorno. Perfino chi lo serve nei ranghi più alti insulta con violenza le donne. È accaduto di nuovo proprio qui: sui gradini del Campidoglio della nostra gloriosa nazione». Ha affermato Alexandria Ocasio-Cortez, la trentenne deputata alla Camera Usa, dopo aver rifiutato le scuse del collega repubblicano Ted Yoho, che le aveva rivolto un volgare insulto sessista, fucking bitch (fottuta puttana). «Non posso lasciar stare […] Quello che è accaduto non è una novità. È frutto di una cultura dell’impunità. E dell’accettazione della violenza e pure del linguaggio violento contro le donne. C’è un’intera struttura di potere a proteggere questa impunità. […] Mister Yoho ha ripetuto che ha moglie e figlie. Ebbene sono qui anche per loro. Ho due anni meno di sua figlia più giovane. Anche io ho una famiglia. Devo battermi per loro. Per fortuna mio padre non è più qui, non è costretto ad assistere all’abuso che sua figlia, una deputata degli Stati Uniti, ha appena subito».
Fare luce sulla determinazione di una donna come Alexandria Ocasio-Cortez e di tantissime donne straordinarie che, in tutto il mondo, lottano per trasformare le relazioni tra generi, e sul numero crescente di uomini che a loro si sono affiancati, scegliendo di rompere le gabbie in cui il potere patriarcale ha rinchiuso anche loro, ci fa intravedere strisce di futuro, anche in questo difficile presente in cui stiamo vivendo.
E il futuro si costruisce oggi con bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Ma come possono le ragazze e i ragazzi di oggi, in assenza di percorsi di accompagnamento trasformare radicalmente le relazioni personali e tra i generi? Come noi figure adulte di riferimento, madri, padri, insegnanti, educatrici, educatori, cittadine e cittadini possiamo aiutarli a interrogarsi per imparare a riconoscere quanto è pericolosa per le donne e per gli uomini la confusione tra violenza e virilità?
[Celeste Grossi, coordinatrice del gruppo regionale Arci Diritti umani, pace, disarmo, politiche internazionali]

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