Società

Arci nazionale / Sciopero della fame per lo ius soli

 

logo La Presidenza nazionale dell’Arci comunica la propria decisione di aderire allo sciopero della fame per l’approvazione dello ius soli. «La Presidenza nazionale dell’Arci parteciperà allo sciopero della fame per l’approvazione dello ius soli, raccogliendo la proposta di centinaia di insegnanti a cui hanno già aderito molti parlamentari e lo stesso ministro Del Rio.

Inizieranno domani la presidente nazionale Francesca Chiavacci e il vicepresidente Filippo Miraglia, e, a staffetta, tutti gli altri componenti della presidenza nazionale dell’associazione.

L’Arci sarà anche presente, insieme all’Italia sono anch’io e al movimento #italiani senza cittadinanza alla manifestazione promossa per il pomeriggio del 13 ottobre in Piazza Montecitorio.  Con gli insegnanti, gli alunni e i loro genitori animeremo la piazza con laboratori e flash mob chiedendo che il Senato approvi al più presto la legge che riforma la cittadinanza.

Nonostante si sia ormai quasi alla fine della legislatura, i tempi per approvarla ci sarebbero ancora se questa fosse davvero la volontà politica del governo.

Noi comunque non ci arrendiamo e continueremo a stare nelle piazze per chiedere che le migliaia di ragazze e ragazzi di origine straniera, nati e/o cresciuti in Italia, cittadini italiani di fatto, lo diventino anche di diritto attraverso una legge che introduca lo ius soli».

10 ottobre / Unindustria: Roger Abravanel presenta “La ricreazione è finita”

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Martedì 10 ottobre alle 17, il gruppo Imprenditrici di Unindustria Como ha organizzato un incontro con Roger Abravanel, editorialista per Il Corriere della sera e scrittore, su  “Scuola, lavoro e meritocrazia”, tema, quest’ultimo, su cui l’autore ha già scritto in precedenza.

Dopo l’introduzione di Gaetana Mariani e Laura Sofia Clerici (coordinatrici del Gruppo imprenditrici Unindustria), Abravanel interverrà alla sede comasca di Unindustria (via Raimondi, 1) per presentare il suo ultimo libro, La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare il lavoro (ed. Rizzoli, collana Saggi italiani, 2015), discutendo con Marilena Lualdi de La provincia sulla situazione scolastica nel territorio provinciale, sulla base di dati relativi alle scuole superiori locali.

L’incontro, a partecipazione libera – studenti, insegnanti e genitori sono caldamente invitati/e a prendervi parte – sarà seguito da un aperitivo.

Per questioni organizzative, è fatta espressa richiesta di confermare preventivamente la presenza all’incontro all’indirizzo e-mail unindustriacomo@unindustriacomo.it .

Corruzione e mafie. L’antidoto sociale e il ruolo dell’Arci

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Si è tenuto nella giornata di 23 settembre nella sala conferenze di Palazzo Reale a Milano il convegno Corruzione e mafie. L’antidoto sociale e il ruolo dell’Arci, organizzato da Arci nazionale, Arci Lombardia e Arci Milano in occasione del LX avversario della nascita dell’associazione, impegnata – lo ha sottolineato la presidente Arci nazionale Francesca Chiavacci –  nella promozione della cittadinanza attiva. Il lavori, introdotti da Luigi Lusenti, sono stati moderati da Massimo Cortesi, presidente di Arci Lombardia, e Cesare Giuzzi de Il Corriere della sera.
La scelta di Milano come città ospite non è casuale, ricordano relatrici e relatori in apertura (ha aperto l’assemblea Lorenzo Lipparini, assessore alla cittadinanza attiva del comune di Milano), sottolineando più volte la presenza stabile e prospera delle mafie nel nord Italia, e più specificamente nella capitale economica e finanziaria del nostro paese.
Il preconcetto che vorrebbe circoscrivere l’associazione mafiosa e la sua metodologia d’azione al Mezzogiorno è ormai errato e vetusto, ma non per questo eradicato dal pensiero collettivo. I fatti dimostrano invece che il potere mafioso si esercita oggi attraverso la corruzione e la collusione, ha affermato Diana De Martino, sostituta procuratrice antimafia, prima ancora che con l’uso della violenza e dell’intimidazione: pratiche oggi occasionali – gli ultimi omicidi noti a sfondo mafioso risalgono ai primi anni Duemila –  ma certo non abbandonate tout court.
Altrettanto significativa, hanno chiarito Nicola Licci (presidente di Arci Milano) e Salvo Lipari (coordinatore lotta alle mafie e alla corruzione, Arci nazionale) è la scelta di dedicare i sessant’anni di Arci a una riflessione trasversale sulla realtà “antimafia”, rinnovando un impegno quasi trentennale alla lotta – legale, giusta, pacifica, condivisa –  intrapresa dall’associazione, contro le organizzazioni italiane (ma ormai internazionali) di criminalità organizzata, per brevità chiamate “mafie”. 

È in seguito alle stragi dei primi anni Novanta (nel 1992 a Palermo e poi nel 1993 a Firenze, Roma e Milano) che Arci Lombardia ha cominciato ad attivarsi in sostegno alle già avviate attività antimafia in Sicilia. Bergamo, ha ricordato Cortesi, fu la prima città settentrionale, nel 1994, ad accogliere la Carovana antimafie; da allora, l’attenzione verso la fenomenologia del crimine organizzato si è andata diffondendo, aprendo la strada all’impegno delle istituzioni, della giustizia e del terzo settore nel contrasto attivo alle mafie.
Non prendere coscienza di una presenza e di un’attività criminali, o peggio: negare l’evidenza in tal senso, scegliendo  di non agire e non parlare,consente infatti la loro proliferazione pressoché incontrastata delle stesse. Pasquale La Torre, rappresentante del circolo Arci di Monte Sant’Angelo, nei dintorni di Foggia, lamenta una diffusa, erronea percezione del locale clan mafioso Libergolis come “mafia minore” e poco minacciosa, nonostante lo stesso clan disponga di cellule armate paramilitari. E proprio l’incapacità o il rifiuto di riconoscere il progressivo radicamento delle mafie nel nord del paese ha consentito a queste di intessere una rete di relazioni strategiche con l’impresa locale. Autori di Appunti di antimafia, Dominella Trunfio (anche rappresentante dell’Arci provinciale di Reggio Calabria) e Francesco Filippi individuano la principale causa del potere delle ‘ndrine in Lombardia nella sottovalutazione della  “mafia calabrese” rispetto alla siciliana Cosa Nostra e alla camorra campana. Ancor oggi, non a caso, la ‘ndrangheta rimane la principale struttura di crimine organizzato a Milano e in generale in Lombardia, benché anche qui persistano cellule camorriste e di Cosa Nostra, come nel caso dei siciliani Matteo Messina Denaro o Michele Sindona (boss di Castelvetrano trapiantato a Milano il primo, imprenditore colluso con la mafia il secondo, il cui nome è legato all’omicidio di Piergiorgio Ambrosoli).
Va in ogni caso precisato che le mafie, di qualsiasi provenienza, non si sono fatte strada “da sole” nella prosperosa Italia settentrionale degli anni Sessanta e Settanta: al contrario, esse hanno facilmente accresciuto la propria influenza – politica, economica, sociale, culturale – grazie alla compiacenza di diversi soggetti della finanza, dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione locali, disposti a “sporcarsi le mani” pur di assicurarsi affari vantaggiosi e protezione.

Non è in alcun modo fattibile contrastare una realtà vasta, complessa e pervasiva come la criminalità organizzata (e i suoi collaboratori) agendo in modo isolato e incoerente: se è vero che le mafie prendono forza dalle relazioni costruite dentro e soprattutto fuori dai circuiti propriamente criminali, relazioni e sinergia sono altrettanto importanti per gli attori dell’antimafia.
A questo scopo, diventa essenziale ristabilire un rapporto di trasparenza e di fiducia tra i cittadini e le istituzioni, e (ri)creare i presupposti perché questo accada. Di nuovo, il perseguimento coerente e coeso di comuni obiettivi è un presupposto necessario, ed è qui che entrano in gioco realtà associative  come Arci, Avviso Pubblico o Libera, in grado di esercitare una pressione politica decisiva: Pierpaolo Romani di Avviso Pubblico ha ricordato come quest’ultima realtà si sia fatta promotrice attiva di sei provvedimenti legali e di un osservatorio parlamentare; Luigi Lusenti ha invece citato l’impegno del progetto europeo Icaro 
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Per intraprendere un dialogo costruttivo tra istituzioni e società, è fondamentale risolvere le ambiguità di una cosa pubblica che “c’è” e che “non c’è”, che da una parte subisce o cerca collusioni mafiose, e dall’altra spende risorse ed energie nel tentativo di debellarle.  Rosy Bindi, deputata Pd intervenuta al convegno in qualità di Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie, è consapevole delle collusioni della politica nelle attività criminali; pur ricordando che la forte incidenza della delinquenza organizzata in Italia ha implicato sviluppi significativi dei mezzi giuridici, politici, sociali in contrasto alle stesse; risorse che in altri paesi europei non sono altrettanto avanzate. Allo stato delle cose, rimangono comunque delle criticità: prima fra tutte, la diffusa impunità dei soggetti della “zona grigia”, non formalmente illegale, ma implicata nelle attività delle associazioni criminali.  Persiste poi una percezione astratta della corruzione come “tratto culturale” italico, pericolosa nella misura in cui questa porti a un’autoindulgenza deresponsabilizzante.
Per contrastare attori, obiettivi e strategie della criminalità organizzata, ha riassunto Bindi, non basta intervenire  in senso repressivo e punitivo: altrettanto imperativa è un’azione preventiva, che coinvolga la società civile, l’apparato legislativo (con l’elaborazione, approvazione e applicazione di un codice antimafia organico e attualizzato) e il mondo delle imprese e dei mercati, riparandone le fragilità e i vuoti normativi che la criminalità organizzata e i suoi intermediari sono ancora in grado di manipolare a proprio vantaggio.
Sono già stati mossi importantissimi passi avanti nella persecuzione legale e politica delle attività di stampo mafioso, quali l’art.416 bis del codice penale (introdotto dalla legge 646/82 Rognoni – La Torre, definisce il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso), la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, e l’introduzione del carcere duro per i mafiosi (art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario italiano); quest’ultima misura in particolare, ha evidenziato De Martino, è stata decisiva nel limitare (non debellare, comunque) il potere delle organizzazioni camorriste del casertano. A tali provvedimenti vanno aggiunte disposizioni più severe nell’assegnazione di appalti, che però, dati i tempi stretti, non sempre trovano un’attuazione pratica.
Rimane comunque incoraggiante l’impegno delle imprese (di cui è stato portavoce in sede di dibattito Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda, oltre che giornalista e scrittore) e dei sindacati (rappresentati da Vincenzo Moriello, Cgil), sempre più attenti e attivi nel contrasto alle mafie nelle rispettive aree di competenza: nelle parole di Calabrò, infatti, «essere attivi in antimafia a Milano e in Italia significa tutelare lo sviluppo della città e del paese».

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Misure di tipo punitivo, in effetti, non possono funzionare al meglio senza una sistematica campagna di (ri)sensibilizzazione alla giustizia, alla legalità e alla responsabilità civica, e di prevenzione nei confronti di soggetti e azioni che intendano contrastare tali valori, privando la società onesta di ricchezza materiale e morale.
Decisivi a questo scopo sono i campi della legalità, promossi da Arci e Libera, inizialmente in Sicilia e poi in altre regioni italiane, a Sud come a Nord. Essi richiamano ogni anno centinaia di volontarie e di volontari, che spesso, conclusa la permanenza settimanale o bisettimanale del campo, proseguono il proprio impegno sociale gettando le basi per un’attività antimafiosa condivisa sul territorio locale [per fare un esempio, il coordinamento comasco di Libera è nato nel 2012 su iniziativa di giovani volontarie e volontari dei campi antimafia in Calabria, Campania e Sicilia, molti dei quali avrebbero poi ripetuto l’esperienza, nda].
Calogero Parisi, presidente della cooperativa Lavoro e non solo di Corleone, e alcuni partecipanti, riportando alla platea la propria esperienza personale, hanno sottolineato l’impatto positivo dei campi, che combinano ad un’attività di lavoro agricolo volontario momenti di confronto, di formazione storico-sociale e, com’è giusto, di divertimento responsabile [chi scrive, che ha vissuto di persona l’esperienza del campo della legalità proprio nella cooperativa corleonese cinque anni or sono, conferma]. Proprio questo coinvolgimento personale, nelle parole di Nando Dalla Chiesa (professore di Sociologia della criminalità organizzata presso l’università degli studi di Milano e presidente onorario di Libera) può essere un importantissimo veicolo di comprensione e promozione delle attività promotrici di legalità e di giustizia, anche al nord, anche nella vita quotidiana, e non solo nell’antimafia meridionale più “eroica” veicolata dai media e dall’istruzione, pure imprescindibile nella storia recente e contemporanea del nostro paese.

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Consapevolezza e responsabilità sociali possono sortire risultati concreti e significativi, ed è quanto si cerca di fare con i territori e le proprietà confiscate alle associazioni mafiose. Questo avviene nei terreni destinati al riuso sociale e gestiti dalle cooperative come Lavoro e non solo, s’è detto, o in immobili prima destinati ad attività magari lesive del tessuto sociale, come il gioco d’azzardo. Trunfio cita il caso della sala giochi-bowling di Reggio Calabria, situata nei pressi di istituti scolastici, che è stata sottratta al controllo del “re del videopoker” Gioacchino Campolo e riabilitata all’utilizzo collettivo; esperienze analoghe avvengono però anche qui al nord, e per attività apparentemente “normali” come la ristorazione. Davide Ronzoni, di Arci Lecco, ha portato l’esempio positivo della pizzeria un tempo denominata Wall Street e di competenza di Coco Trovato, e poi (seppure con un clamoroso ritardo da parte delle istituzioni locali) restituita alla società come Fiore – cucina in libertà. È però essenziale che la “riabilitazione” di beni confiscati abbia ricadute positive sulla società: diversamente, il senso di “dipendenza” dal crimine organizzato inteso come sostituto necessario di istituzioni “assenti” o inefficienti ne uscirebbe, paradossalmente, fortificato.

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Non da ultimo – anzi, prima di tutto – bisogna insistere su legalità, giustizia e responsabilità civile nel percorso educativo, anche fuori dalle mura scolastiche. Vincenza Rando, vicepresidente di Libera, cita con soddisfazione la partecipazione di ragazze e ragazzi a processi penali a soggetti implicati in attività mafiose, e le associazioni d’antimafia civile conducono molte attività di formazione e sensibilizzazione negli istituti scolastici; non di rado coinvolti in iniziative come i già detti campi della legalità, la carovana antimafie, o la Nave della legalità in occasione del 23 maggio, anniversario della strage di Capaci che costò la vita (tra gli altri) al magistrato Giovanni Falcone, senza contare il 21 marzo, giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Formazione e informazione sui soggetti e sulle strategie d’azione della criminalità organizzata hanno una valenza doppiamente positiva. Per prima cosa, perché permettono di “prendere le misure” della fenomenologia mafiosa, nella sua specificità e nei suoi elementi ricorrenti, permettendo di sviluppare contromisure mirate ed efficaci. Inoltre, e questo è forse l’aspetto più importante, l’avvicinamento ai giovani a tematiche e realtà tutt’altro che remoti nel tempo e nello spazio, con le lezioni e soprattutto con il confronto e la partecipazione diretta – permette di riattivare valori positivi e condivisi – giustizia, responsabilità, onestà, coraggio – motivando al confronto e alla collaborazione nella difesa degli stessi.
[articolo e foto di Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line sul sito di Arci Lombardia i video della diretta integrale facebook di Daniel Lo Cicero e Vincenzo Colelli. Presto on line su canale di Arci Lombardia, video hd e  foto di ecoinformazioni per Arci Lombardia.

 

 

 

 

 

 

“L’economia della ciambella” / Kate Raworth apre la rassegna di incontri di Now!Festival 2017

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Si è tenuto a Villa del Grumello  nel pomeriggio di martedì 18 aprile il primo incontro del ciclo previsto dall’edizione 2017 di Now! Festival del futuro sostenibile, che ha visto l’intervento di Kate Raworth, Senior Associate Visiting Research presso la Oxford University, in Italia per promuovere la traduzione del su nuovo libro L’economia della ciambella: sette mosse per pensare come un economista del 21°secolo, edito in Italia da Edizioni Ambiente [la versione originale dell’opera, Doughnut Economics: Seven Moves to Think Like a 21st-Century Economist, è invece edita da Chelsea Green Publishing]. L’incontro è stato realizzato in collaborazione con la fondazione Alessandro Volta. Marzia Loria (Now, Ecofficine) e Giulio Casati, coordinatore scientifico della fondazione Alessandro Volta, hanno aperto l’incontro presentando la relatrice, della traduzione simultanea si è occupata Beatrice Biblioteca.

Raworth si definisce un’economista eretica, nel senso che la formazione accademica ricevuta l’ha colpita negativamente per l’anacronismo e l’inesattezza dei modelli economici proposti, tanto da volersene allontanare. In seguito, prendendo atto di come l’economia sia in grado di plasmare la società e l’epoca in cui viviamo, ha elaborato la teoria da cui il suo libro prende nome. Raworth è fermamente convinta del potere esplicativo delle immagini e degli schemi, e infatti la sua presentazione si è soffermata sull’interpretazione di diversi modelli economici nella loro forma grafica, a partire dalla fondamentale “curva della domanda e dell’offerta”.
Rimane però l’imperativo di aggiornare la formazione ricevuta dagli attuali studenti di economia, che “governeranno il mondo nel 2050, studiando su libri scritti nel 1950, basati su teorie elaborate nel 1850”, e che sono reduci dal deleterio modello neoliberista adottato nella seconda metà del Novecento (specie dagli anni Settanta-Ottanta) le cui conseguenze rimangono visibili nell’economia internazionale odierna. Per superare tali premesse  – insiste Raworth – c’è bisogno di nuovi pattern, che tengano conto anche degli attori economici tradizionalmente esclusi da teorie concentrate sull’interesse individuale dell’homo oeconomicus razionale, ma non sulla dimensione sociale e solidale.
Nel buco centrale della ciambella, la studiosa ha collocato proprio tali soggetti “esclusi” dall’economia nel suo senso tradizionale, o perché vivono al di sotto delle proprie necessità, oppure perché l’economia mainstream non tiene conto del loro contributo non-monetizzabile, nonostante azioni quotidiane come i lavori domestici, l’affettività familiare, la creatività, il volontariato abbiano un concreto impatto sulla vita collettiva. Ecco perché “gli esclusi” – che non a caso stanno al centro dell’economia, parola che significa in fondo “gestione dei beni familiari”! – devono trovare spazio nella parte concreta della ciambella. Senza però spingersi oltre ai limiti esterni, determinati dai limiti delle risorse ambientali già messe a rischio dalla continua crescita demografica ed economica.
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Raworth esita ad associare la propria teoria al movimento della decrescita felice, poiché il concetto di “decrescita” ha una connotazione negativa nel discorso politico; al tempo stesso riconosce la fallibilità dell’attuale sistema economico, che dipende – nel senso negativo della parola – da una crescita continua, che dovrà necessariamente misurarsi con la sostenibilità ambientale, verso una più equa distribuzione di risorse limitate e il riciclaggio delle stesse, prediligendo, dove possibile, l’utilizzo di materiali naturali.
Per trasformare un’economia di tipo distruttivo (Raworth usa la formula take, make, use, lose : prendi, crea, usa, perdi) in un sistema rigenerativo (perciò “circolare”) ed equilibrato, bisogna riconsiderare la natura flessibile e cooperativa delle persone, intese come gruppi, individui e comunità, i quali, più che controllare l’ambiente, sono di esso parte integrante, adattandovisi secondo le proprie esigenze e la disponibilità di risorse. Di questa flessibilità, Adam Smith aveva già parlato, ma questo tipo di osservazioni fu accantonato, nel tentativo di rendere l’economia una disciplina razionale, prevedibile e fondamentalmente invariabile, sulla falsariga della fisica e delle altre scienze naturali.
Raworth è di tutt’altro avviso: l’economia, semmai, è in continua trasformazione, proprio come un giardino, di cui l’economista è chiamato a prendersi cura e progettarne la forma, che potrà (e dovrà) variare nel corso del tempo, adattandosi alle necessità condivise. Creatività, solidarietà e spirito di adattamento, insomma, saranno i motori del cambiamento, e se è vero che la storia parla per immagini, una matita rappresenta il primo e più importante strumento che abbiamo nelle nostre mani. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Il prossimo appuntamento di Now Festival, Green Jobs: la sostenibilità incoraggia i giovani e il lavoro, è previsto per mercoledì 10 maggio, alle 10, alla Camera di Commercio di Como. Interverranno Andrea Trisoglio (Fondazione Cariplo), gli studenti dell’Isis Paolo Carcano di Como, Immacolata Tina (Camera di commercio, coordinatrice del bando Idea impresa), Aurora Magni (Liuc). L’incontro sarà moderato da Marilena Lualdi de La Provincia.

La prossima Como : il sogno… e la realtà

luca-micheliniMolte le persone intervenute all’incontro indetto da ecoinformazioni la sera di giovedì 11 novembre alla sala del Cna, La prossima Como – il sogno, introdotto da Fabio Cani, co-direttore della testata. A ognuno dei relatori e delle relatrici sono stati lasciati circa cinque minuti per esporre le proprie considerazioni sull’impatto dell’amministrazione uscente e le proprie aspettative sul futuro di questa città, intesa come urbs – cioè nella sua dimensione spaziale – e anche, soprattutto, come civitas, ossia come comunità al contempo  aggregata e pluriversale: una distinzione concettuale che Cani, citando le Etimologie di Isidoro da Siviglia, ha voluto sottolineare.

Numerosi gli interventi, preceduti (oltre che dal breve video introduttivo Bread and Roses, un omaggio al cinema di Ken Loach e alla solidarietà mostrata dalla popolazione comasca nei mesi estivi), dall’introduzione di Cani,  imperniata su sette punti fondamentali: la complessità irriducibile del concetto di città, a cui abbiamo già accennato, i fallimentari – e talvolta decisamente visionari – piani urbanistici del passato, l’impossibilità di pianificare e applicare un modello di città alla di per sé multiforme dimensione urbana, l’irrealizzabile (e inauspicabile) “brandizzazione” di Como verso un modello “monodimensionale”, nella fattispecie turistico, quando è ovvio che una città non è fatta (solo) dei turisti che la visitano; l’apertura della città verso la realtà circostante (ed esterna), a scongiurare l’auto-percezione di una “città-fortezza” che protegge dal resto del mondo senza interagirvi; l’inarrestabile fenomeno dell’invecchiamento (più in generale, della ulteriore diversificazione)  della popolazione urbana, che altrove in Europa ha già portato a una riconsiderazione degli spazi cittadini: un processo che in Italia, o perlomeno a Como, sembra faticare ad avviarsi. Infine, in considerazione della sempre minor distanza spazio-temporale che ci separa dalla “prossima Como”, Cani rimarca la necessità di concentrarsi sul processo, piuttosto che sul risultato finale. La stessa complessità di una dimensione cittadina rende impossibile applicare qualsiasi piano alla lettera, senza aspettarsi sviluppi almeno in parte imprevisti.

Anche Alberto Bracchi, architetto, ha presentato in sette punti le proprie idee relative all’innovazione urbana che potrebbe, e dovrebbe, interessare Como nel prossimo futuro. Processi di rimodernamento dovrebbero riattivare la città intesa, appunto, come organismo complesso. Visto il fallimento delle grandi opere urbanistiche, appare preferibile orientarsi su piccoli progetti diffusi, utili e concretamente realizzabili (opinione condivisa da Gianluigi Fammartino di Paco, anch’egli architetto, che sottolinea come una buona amministrazione urbana si riconosca dalla capacità di rendere utile ciò che ha già ha disposizione), attenti all’ambiente e alle risorse che esso offre, nel rispetto della poliedricità intrinseca della dimensione cittadina (che, peraltro, è in grado di accogliere innovazioni in scala ridotta). La realizzazione di tali “micro-opere” dovrebbe, secondo Bracchi, ricorrere alla sperimentazione, intesa come banco di prova della loro fattibilità e fruibilità e come “antidoto” a quelle che l’architetto definisce “esplosioni di scontentezza”, provenienti o da grandi opere rivelatesi controproducenti, o da opere riuscite, ma essenzialmente superflue, o percepite come tali. Esempi “positivi” potrebbero essere la riqualificazione del cineteatro Politeama, una valorizzazione dello spazio Gloria che è penalizzato da una situazione periferica lungo una via dal traffico piuttosto intenso, o ancora la realizzazione di una stazione unica a Camerlata. Per attuare questi piccoli interventi, certo, è necessario rilanciare la dimensione del dialogo tra l’amministrazione e la cittadinanza: un aspetto essenziale su cui, forse, non si è sufficientemente insistito nel corso degli ultimi quattro anni.

In effetti, nel corso dell’incontro, diverse persone hanno denunciato, in varie declinazioni, un diffuso senso di esclusione che colpisce soprattutto le aree periferiche, con particolare incidenza su alcune categorie sociali. Gli studenti, rappresentati la sera di venerdì da Lorenzo Baldino, sono un esempio: il ponte recentemente realizzato all’incrocio tra via Badone e via Pasquale Paoli, non sembra soddisfare una reale necessità, tanto più che è stato realizzato senza un precedente confronto con i diretti interessati; spostandoci dal particolare al generale, Como appare carente in termini di welfare studentesco: i trasporti sono scarsi, la tessera “Io Studio” offre in pratica scarsi vantaggi, la specificità degli studenti è complessivamente tenuta in scarsa considerazione. Tutto questo non aiuta a tamponare il tasso di abbandono precoce dell’istruzione scolastica (17,33%), un record negativo in Lombardia, conclude Baldino. Ida Sala (Como dal Basso) mette in luce un’analoga situazione di esclusione per quanto riguarda le persone con disabilità, alle quali (ancora troppo spesso) sono negati l’accesso e la fruibilità di spazi aperti al pubblico, come nel caso del multisala (per non ripetere l’esempio del ponte di Rebbio). Soluzioni o situazioni ghettizzanti nei confronti di persone con disabilità fisiche o mentali non devono e non possono essere ammissibili, e devono essere superate dove, ad oggi, sussistono. Questo imperativo diventa ancora più pressante tenendo in considerazione il rapido invecchiamento della popolazione cittadina, non soltanto a Como, come ha affermato, dati Oms alla mano, Manuela Serrentino: o si interviene tempestivamente per rendere lo spazio urbano più accessibile, o questo si rivelerà gravemente inadeguato in un futuro non molto lontano. Due giorni dopo l’elezione di Donald J. Trump negli Stati Uniti (certo non il primo populista eletto negli ultimi anni, e probabilmente non l’ultimo), i rischi politici di un’emarginazione diffusa appaiono evidenti, come ha constatato Enzo d’Antuono (Arci): bisogna prevenire o contrastare lo scontento che spinge gli “esclusi” a votare “con la pancia”, spesso in modo miope.
E gli “invisibili” a Como sono tanti, hanno osservato Luca Michelini e Manuel Tavares Azevedo. Troppi, per rimanere tali, riapparire nei momenti di maggior criticità ed essere, erroneamente, identificati come “fonte di problemi”. Il picco di migrazioni che ha interessato la nostra città nell’estate 2016 non ha introdotto a Como la questione migratoria, che esisteva da tempo: semmai, ha contribuito a svelare una prolungata negligenza nei confronti di essa. Una débacle non indifferente che, nonostante la buona volontà e i concreti risultati delle centinaia di persone intervenute a sostegno dei e delle migranti, tradisce la persistente resistenza verso il confronto, il dialogo e l’inclusione. Pessimista Bruno Saladino, che fa riferimento alla frustrazione accumulata intorno alla questione delle paratie e a una difficoltosa, insufficiente interazione tra la giunta e la cittadinanza. Una condizione già esistente nel 2012, beninteso, ma che l’amministrazione Lucini non ha saputo cambiare di segno.

Bruno Magatti, assessore alle politiche sociali e all’ambiente, ammette la disparità che sussiste tra la domanda e l’offerta di welfare a Como. Tuttavia, non solo di amministratori è fatta una città, ma anche di strutture pubbliche (da riadattare) e capitale umano (da valorizzare). C’è molto su cui è ancora necessario intervenire, e intervenire in modo puntuale, in particolare sul fronte lavorativo. Allo stato delle cose, però, i mezzi appaiono limitati, messi alla prova da poche, impegnative sfide.
L’uscente amministrazione Lucini, è pur vero, ha registrato anche alcuni importanti successi: pensiamo per esempio al settore ambientale. La giunta uscente ha introdotto importanti innovazioni in tal senso, quali l’ampiamento della Ztl, la messa a disposizione di un servizio di bikesharing e, soprattutto, l’introduzione della raccolta differenziata in città nel 2014. Partendo da un 78° posto  tra le città italiane più attente all’ambiente, Como ha guadagnato nel 2015 la quarantacinquesima posizione in classifica, riporta Chiara Bedetti, a capo del presidio Legambiente Angelo Vassallo, facendo riferimento al rapporto ecosistema urbano emanato da Legambiente lo scorso anno. Un progresso significativo, afferma Bedetti, che evidenzia tuttavia la necessità di investire maggiormente sui trasporti pubblici, ancora poco o per niente vantaggiosi per chi abita in quartieri periferici come Sagnino e, in mancanza di autobus, si trova di fatto costretto a fare affidamento sull’auto per raggiungere Como in serata. «Nella loro “inconsistenza”, i sogni mettono tutti d’accordo», osserva Bedetti, «ben più difficile è parlare di ambiente in modo concreto». Se Como intende raggiungere un punteggio ancora migliore, pertanto, bisognerà prefiggersi obiettivi raggiungibili in pratica, e non soltanto in teoria.

Concordi nella sostanza con Bedetti, Riccardo Gagliardi e Stefano Martinelli differiscono però nell’approccio, molto più propenso all’immaginario e al “sogno”, verso la Como del prossimo futuro.
Secondo Gagliardi, che ha paragonato la realtà urbana di Como a quelle “analoghe” di Verbania e Lugano, le idee non sono meno importanti delle risorse materiali e finanziarie nel portare avanti un progetto e, da questo punto di vista, Como ha mostrato segnali incoraggianti e innovativi. Si potrebbe addirittura pensare, azzarda Gagliardi, di traslare il modello della “grande Lugano” al territorio di Como e limitrofi; per farlo, però, si ripresenta la necessità di potenziare i servizi pubblici di una città che non si esaurisce nello spazio della città murata. L’obiettivo è ambizioso ma, secondo Gagliardi, più ancora che il raggiungimento degli obiettivi conta la tensione verso di essi. Dello stesso parere Martinelli, che ha ricordato l’importanza dei sogni propriamente detti, anche quelli dei bambini, che non conoscono le barriere del materiale e del razionale, re-insegnando agli adulti a guardare oltre e a riacquistare la speranza nel futuro.

Ultimo ma non ultimo l’intervento (video) di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete nazionale per il disarmo. Secondo lui, una città non può limitare la propria azione entro i confini municipali: bisogna guardare oltre, come fece a suo tempo Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, invitando i primi cittadini di grandi e importanti metropoli a dialogare per la pace internazionale. Le città sono contemporaneamente attrici e destinatarie della guerra o della pace: un esempio calzante ne è la situazione dei migranti che ha coinvolto “frontalmente” Como, anche in conseguenza di una risposta politica (non solo locale, non solo italiana) polarizzata sull’aspetto della sicurezza. Una scelta che non penalizza soltanto il settore dell’accoglienza in senso stretto, ma anche il welfare in senso lato, nel momento in cui le risorse economiche vengono canalizzate verso le spese militari. La città di Como non è rimasta chiusa in se stessa, e può davvero giocare un ruolo decisivo nel cambiamento, non soltanto (ma anche) in termini di amministrazione locale. L’augurio con cui Vignarca ha concluso il ciclo di interventi di venerdì è quello che la futura amministrazione comasca non sottovaluti il ruolo che questa città può rivestire, attivamente, nello scenario internazionale. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Guarda i video di tutti gli interventi

Lavavetri. Il prossimo sono io

Il problema del razzismo parte dal collaborazionismo dei media con le politiche governative e locali, ma solidarietà, riconoscimento dei diritti, conoscenza e uso di un linguaggio corretto possono sconfiggere le paure. Presentato giovedì 11 febbraio a Cantù il libro Lavavetri. Il prossimo sono io del giornalista Lorenzo Guadagnucci.

«Lorenzo Guadagnucci non è  un semplice giornalista perché da ogni suo articolo e libro si sente la passione che lo spinge ad agire». Ci tiene a presentarlo così Emilio Novati, presidente della cooperativa Altraeconomia, che ha introdotto la serata Lavavetri. Il prossimo sono io, presentazione del libro sull’immigrazione in Italia scritto dall’autore toscano nel 2009.
La serata, organizzata dal Centro di ascolto di Cantù, coordinata da ASPEm, dall’associazione Spazio Donne e dall’associazione Il ponte, rientra nel progetto Quale integrazione: una, nessuna, 100.000 ed ha visto la presenza di una cinquantina di persone nella sala Zampese del CRA a Cantù.
Il libro è nato dalla voglia di approfondire il tema dell’immigrazione e di come questa realtà viene affrontata dalla politica italiana.
«Alcune esperienze personali – ha raccontato Guadagnucci – mi hanno portato ad essere anche un attivista, non solamente un giornalista, fondando tra l’altro i comitati Verità e giustizia per Genova e Giornalisti contro il razzismo».
E proprio da un episodio che lo ha coinvolto in prima persona nasce la riflessione sull’emergenza immigrazione raccontata nel libro. L’ordinanza comunale contro i lavavetri del comune di Firenze nel 2007 ha segnato il punto di svolta nelle politiche del centro-sinistra, che progressivamente sono passate dal piano sociale a quello penale. A questo proposito è chiaro il commento del giornalista: «Non accetto il terreno strumentale della sicurezza legata all’immigrazione perché credo che non si debbano combattere i poveri, ma la povertà».
Nonostante sia stato dimostrato come il provvedimento avrebbe riguardato solo 35 rom rumeni, quella scelta ha avuto come conseguenza la percezione di una maggior tranquillità da parte dei cittadini fiorentini.
Da qualche anno si svolge  in Italia una campagna mediatica che collega l’aumento della criminalità alla presenza di immigrati, ma la realtà è ben diversa: il rapporto Caritas Migrantes 2009 dimostra che non c’è correlazione statistica probabile tra criminalità e immigrazione, ma il potere politico ha scelto di dare risposte securitarie a insicurezze di altro tipo come il futuro incerto e l’economia fragile, usando una scorciatoia di tipo populistico per creare il «governo della paura, in parte reale e in parte procurata».
La percezione dell’insicurezza è direttamente proporzionale all’enfasi data dai media alla cronaca nera, prendendo ultimamente come bersaglio esemplare la comunità dei rom rumeni, sopratutto in seguito all’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma nel 2007.
Per capire sino a che punto siamo arrivati Lorenzo Guadagnucci propone di «sostituire la parola rom con la parola ebrei» scoprendo così che il governo attuale ha dichiarato “l’emergenza ebrei” a Milano, Roma e Napoli e ha scelto di censire e chiudere in ghetti controllati dalla polizia i rom residenti in queste città.
«La posta in gioco è molto alta – è la denuncia del giornalista -, è il senso stesso della nostra democrazia» perché sta saltando il principio di uguaglianza in Italia, dove gli immigrati sono ridotti a cittadini di serie b ai quali sono riservati percorsi differenziati per l’accesso ai diritti sociali fondamentali che vengono spesso negati.
Esiste però un altro modo di intervenire in materia di integrazione con i nuovi italiani con gli strumenti della solidarietà, dei diritti civili, sociali e di lavoro, agevolando i progetti di conoscenza e togliendo il velo di ipocrisia che troppo spesso ricopre questi rapporti.
Nella parte finale del libro sono raccolte le testimonianze di don Alessandro Santoro, prete che viveva nella Comunità delle Piaggie alla periferia di Firenze, e di Paola Reggiani, sorella di Giovanna, che aiutano a svelare le ipocrisie legate alla paura dell’immigrazione e mostrano delle possibili alternative.
Rispondendo alle numerose domande dei presenti, Lorenzo Guadagnucci ha poi spiegato come sia importante l’utilizzo esatto di termini il cui significato è cambiato come “sicurezza” e “decoro” perché il lessico è fondamentale per permettere al potere di creare consenso ed attuare politiche di divieto e repressione.
Nella stessa direzione l’appello di Giornalisti contro il razzismo per mettere al bando termini come nomade, negro, clandestino, extracomunitario poiché, secondo Guadagnucci, il problema del razzismo parte dal collaborazionismo dei media con le politiche governative e locali.
Nessuno di noi è esente dal fastidio nei confronti dei diversi, che può portare all’intolleranza ed alla xenofobia per questo occorre partire dall’attenzione alle relazioni personali e combattere il disinteresse e l’apatia che ci spingono a pensare solamente ai nostri problemi favorendo indirettamente il consenso per politiche intolleranti e repressive. Lorenzo Guadagnucci, Lavavetri. Il prossimo sono io, Terre di Mezzo, p. 180, 2009, 7 euro. [Tommaso Marelli, ecoinformazioni]

Appiano Gentile, Olgiate Comasco e San Fedele Intelvi mercati storici e tradizionali

In tempi di non luoghi dello shopping e cloni di negozi in franchising tre mercati in provincia di Como (Appiano Gentile, Olgiate Comasco e San Fedele Intelvi) sono stati giudicati di valenza storica e di tradizione e beneficeranno di stanziamenti stabiliti dalla Regione Lombardia per supportare il commercio al dettaglio.

Il contributo regionale stanziato con un bando finanzierà interventi relativi alla pavimentazione e alla delimitazione delle aree di mercato e dei posteggi, all’accessibilità e alla sicurezza delle aree e alla logistica delle merci. I contributi serviranno, inoltre, per finanziare impianti per la raccolta dei rifiuti, impianti  di illuminazione e allacciamenti alle reti idrica, elettrica e fognaria e per la qualificazione dell’arredo urbano e del verde pubblico.
Nel dettaglio ad Appiano Gentile andranno 55.999 euro, ad Olgiate Comasco 7.195 euro e a San Fedele Intelvi 2.971 euro.

No ai rifiuti bruciati nella Cementeria di Merone!

Il Circolo ambiente Ilaria Alpi afferma la propria contrarietà al protocollo d’intesa siglato tra le istituzioni e la Holcim.

Siglato un protocollo d’intesa per l’utilizzo dei rifiuti nei forni del cementificio meronese tra i Comuni di Merone e Monguzzo, le Province di Como e Lecco e la multinazionale svizzera che definisce il monitoraggio continuo delle emissioni dai forni, analisi quadrimestrali per alcune sostanze inquinanti e la creazione di una commissione tecnica, formata dai rappresentanti delle quattro istituzioni pubbliche e dalla Holcim stessa, non si fa attendere la risposta dell’ambientalismo comasco.
«Il Protocollo non aggiunge niente di nuovo a quanto già esiste» afferma Roberto Fumagalli, presidente Circolo ambiente «Infatti il monitoraggio continuo è imposto dalla legge e a Merone esiste già da anni. Le analisi quadrimestrali saranno eseguite da un laboratorio privato pagato dalla Holcim stessa! Anche la commissione tecnica esisteva già da anni (senza la Provincia di Lecco) e finora non ha prodotto alcun risultato».
Categorico il noto ecologista comasco ha aggiunto «per noi questo accordo è scandaloso: il protocollo non servirà a nulla, se non ad avallare l’incenerimento dei rifiuti» e ricordato che «la Regione ha autorizzato la cementeria di Merone a bruciare più di 100.000 tonnellate all’anno di “rifiuti” di diversa origine tra cui peci e oli provenienti dall’industria chimica, farine e grassi animali, fanghi da depurazione ed altri ancora. Con la stessa autorizzazione, la Regione ha concesso alla Holcim deroghe per alcuni inquinanti contenuti nei fumi emessi dal cementificio, che hanno permesso alla multinazionale di emettere in atmosfera alcuni inquinanti oltre i limiti prescritti dalla normativa europea, tra cui ossidi di Zolfo (quattro volte oltre il limite), ossidi di Azoto (50 per cento oltre il limite), Carbonio organico (cinque volte oltre il limite!)».
In conclusione Fumagalli ha dichiarato che «le istituzioni, anziché sottoscrivere questo inutile Protocollo, devono impedire l’incenerimento dei rifiuti. La Holcim non può continuare a bruciare i rifiuti in un territorio già pesantemente inquinato!».

Rifondazione aderisce a Diritti in piazza

Il Prc aderisce all’iniziativa Diritti in piazza della Cgil che si svolgerà sabato 27 settembre dalle 9 alle 13 a Como in piazza della Pace, già piazza Vittoria.

In una nota diffusa venerdì 26 settembre la Federazione di Como del Prc invita a costruire l’opposizione dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, per questo aderisce e sarà presente alla mobilitazione indetta dalla Cgil.

Anche il Pd di Como contro i tagli alla scuola decretati dalla Gelmini

Per Chiara Braga quella imposta dal centro destra è una scuola impoverita, invecchiata e inadeguata.

Anche a Como è partita la campagna nazionale di mobilitazione del Partito democratico, che si svolge nelle giornate del 26, 27 e 29 settembre, sui temi della scuola. «Un’azione forte e di contrasto delle misure intraprese dal decreto Gelmini – ha dichiarato la deputata Chiara Braga – che è un vero e proprio attacco alla scuola pubblica ed in particolare alla scuola elementare».
«Parafrasando le famose tre i della riforma Moratti – ha proseguito la parlamentare comasca – possiamo parlare di una scuola impoverita, invecchiata e inadeguata».
I dati presentati sono un taglio nel trienno 2009-2011 di 8 miliardi di euro, la riduzione di 83 mila docenti e 43 mila Ata e fino a 4 mila scuole a rischio chiusura «anche nella nostra provincia dove c’è una componente significativa di Comuni piccoli o medio piccoli».
Una scuola che invecchia, per gli esponenti del Pd, a causa del blocco del turnover con l’espulsione dei giovani precari e che ritornando al maestro unico ridurrà il tempo scuola da 27-30 ore a 24, mettendo in difficoltà le famiglie con entrambi i genitori che lavorano finendo i bambini la scuola alle 12.30. «Una difficoltà oggettiva per gli enti locali che dovranno sopperire a queste mancanze» ha spiegato Braga che ha promesso una battaglia parlamentare con emendamenti correttivi a partire dalla settimana prossima quando il decreto inizierà il suo iter.
Per quanto riguarda il territorio comasco Patrizia Di Giuseppe, responsabile dell’area istruzione del Pd comasco, ha spiegato che la campagna nazionale si articolerà con «incontri fuori dalle scuole e serali di approfondimento» e che sono stati presi contatti con insegnanti, in previsione si stanno prendendo accordi per un incontro pubblico con Francesco Casati, presidente della Commissione istruzione, e Sergio Mattarella, ex ministro della pubblica istruzione che ha firmato la legge 148 del ‘90 che ha introdotto il tempo pieno. «Una legge nata alla fine di una lunga stagione di sperimentazioni» ha chiarito Rosalba Benzoni, già dirigente scolastica ed ex deputata, una modalità che a Como, per le primarie, è ancora ferma al 5 per cento, mentre la media regionale è del 44 e a Milano si parla del 91 per cento.
Il Pd comasco non ha ancora preso una posizione sulla raccolta firme contro l’introduzione del maestro unico, anche se singoli esponenti come Rosalba Benzoni hanno dichiarato di aderire, ma sostiene la petizione Salva l’Italia per la manifestazione del 25 ottobre a Roma.
Il segretario provinciale del Pd comasco Luca Corvi ha duramente criticato le iniziative del governo sulla scuola: «Si tratta di scelte di carattere meramente finanziario per avere fondi a disposizione, o per recuperare quanto perso con l’abolizione dell’Ici; si vuole tagliare e si è scelta la strada più semplice, assai simile a quanto accade con Asf, per rimettere in sesto i bilanci di aziende labour intensive si tagliano posti di lavoro, ma così non tornano altri conti, quelli della nazione». [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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