Università dell’Insubria

Now Festival 2017

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Il programma della seconda edizione di Now – festival del futuro sostenibile, iniziativa inaugurata lo scorso anno al polo fieristico di Villa Erba a Cernobbio e organizzata dall’associazione L’Isolache c’è e da Cooperativa Sociale Ecofficine, con la collaborazione di Fondazione Cariplo, Fondazione Cogeme Onlus, Green know how community, Università degli Studi dell’Insubria, Confcooperative Insubria, Fondazione Alessandro Volta, Rete Clima, Luminanda, Coblanco Film & Communication e il contributo di Acsm- Agam. Patrocinano il festival: Camera di commercio di Como, Consiglio regionale della Lombardia, Provincia di Como, e i comuni di Como e di Cernobbio. (altro…)

Strategie per un mondo nuovo/ migrazioni, sviluppo e strategie tra Africa ed Europa

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Un convegno assai partecipato – in tutti i sensi – quello ospitato dal Teatro Sociale di Como la mattina di sabato 18 febbraio. Curato da Massimiliano Mondelli, moderato dai giornalisti Alessio Brunialti e Andrea Quadroni de La provincia e Michele Luppi de Il settimanale della diocesi, e dedicato alla memoria di Gian Paolo Calchi Novati, grande esperto di storia del colonialismo recentemente scomparso, Strategie per un mondo nuovo.  Prospettive di gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa ha inteso offrire ad abitanti, istituzioni e associazioni di Como una visione ragionata del fenomeno migratorio di provenienza africana e di destinazione europea, dato che proprio dall’Africa proviene la maggior parte delle persone che hanno raggiunto la città negli ultimi sei mesi, attivando la cittadinanza nell’ormai noto sistema d’accoglienza (in parte) spontanea e trasversale che è stato più volte citato come esempio positivo. Già on line tutti i video.

Hanno aperto l’incontro tre rappresentanti politici – Chiara Braga, deputata e responsabile nazionale Ambiente Pd, Bruno Corda, prefetto di Como, e il sindaco della città Mario Lucini, affiancati da Barbara Pozzo, professora di Diritto privato comparato presso l’Università degli studi dell’Insubria. Sono stati riconosciuti i meriti della “bella Como” nell’allestire e coordinare un’ accoglienza strutturata, che superasse una logica “emergenziale” per offrire ai migranti mezzi concreti di integrazione in loco, mentre l’Italia si distingue per un carico di responsabilità e un atteggiamento costruttivo che pochi altri paesi europei si sono assunti. Corda ha osservato che nessuno degli enti e delle persone coinvolte ha negato il proprio contributo, scongiurando così il rischio di un’esacerbazione della tensione associata, sia pure irrazionalmente, ai “migranti”(una definizione che il prefetto evita in quanto irrispettosa dell’aspetto individuale).

Unitamente alla cittadinanza, alla politica e al terzo settore, è intervenuto alla gestione dell’accoglienza un quarto grande attore: il settore accademico, per definizione legato all’avanguardia, al progresso e, in generale, al miglioramento della condizione umana per mezzo della conoscenza. Proprio quest’ultima, ha sottolineato Lucini, permette di affrontare gli inevitabili cambiamenti sociali con atteggiamento positivo e innovatore, traslando in un più ampio contesto esperienze e insegnamenti maturati a livello locale. Scuole e università hanno la funzione di aprire la strada al cambiamento e gettarne le basi: per fare ciò, è impensabile che insistano nell’isolarsi dalla realtà materiale senza interagire con essa.

Precisamente dall’ambiente universitario appartiene una parte significativa degli ospiti del convegno (Fabio Rugge, rettore dell’Università di Pavia, e Gian Battista Parigi, professore di Chirurgia Pediatrica presso lo stesso ateneo, non hanno potuto presenziare fisicamente, intervenendo però “in differita” con un messaggio scritto e una registrazione), nel tentativo di “decostruire” il fenomeno migratorio afro-europeo.
Per ammissione di  Paolo Sannella, presidente del Centro relazioni con l’Africa della Società geografica italiana e già ambasciatore italiano in Costa d’Avorio e Angola, “la migrazione è un tema difficile”, per la sua complessità irriducibile. Trovare una soluzione adeguata a essa non è e non può essere semplice, ma resta comunque un’urgenza.
Sannella ha ricordato come alla base delle migrazioni di africani e africane verso l’Europa stiano cambiamenti di segno positivo: un rapidissimo aumento demografico determinato da un miglioramento delle condizioni di vita, l’abbondanza di risorse reali o potenziali nel continente africano, tra cui, se non soprattutto, quella umana, complementare all’inarrestabile invecchiamento della popolazione europea. Il problema non sta, dunque, nella dotazione di risorse, ma nella gestione e distribuzione di esse, in larga parte per effetto della colonizzazione europea. Per “dovere morale” storico, ma anche per interesse reciproco, l’Europa dovrebbe cooperare con l’Africa in ognuna delle fasi della migrazione: non soltanto nell’accoglienza, cioè, ma anche nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo nei paesi d’origine dei migranti, a cui approcciarsi con atteggiamento paritetico, restituendo agli africani il ruolo di architetti e protagonisti del cambiamento. Per rendere più armoniosi ed efficaci i rapporti tra il Nord e il Sud del Mediterraneo, è altrettanto necessario che la società europea sia disposta a rimettersi in discussione, accogliendo trasformazioni inevitabili, ma non necessariamente fatali o sconvolgenti. Del resto, prima di questa nuova ondata xenofobica, l’Europa ha già conosciuto e consentito diversi casi di inclusione positiva, come nel caso della fortunata commistione tra la comunità capoverdiana e la società italiana, citata da Manuel Amante Da Rosa, ambasciatore di Capo Verde in Italia e responsabile Commissione degli affari migratori per il gruppo degli ambasciatori africani accreditati e residenti in Italia.

Tale esempio non è casuale, perché la vicinanza linguistica e i comuni valori cattolici rivelano quanto, molto spesso, la distanza che ci separa dagli altri sia più percepita che reale, e di come sia dunque possibile cooperare “simmetricamente” per convergere a soluzioni da cui ognuna delle parti possa trarre beneficio. In quest’ottica, la cooperazione non è da intendersi come spesa a perdere, bensì come investimento sul lungo periodo – ha affermato Jean-Léonard Touadi, titolare della cattedra di Geografia dello sviluppo in Africa dell’ateneo di Roma Tor Vergata -, coinvolgendo il settore della formazione e permettendo un’interazione continua tra operatori pubblici e privati, locali e “d’importazione”, nello scenario di un mondo sempre più interconnesso in cui le somiglianze sono più delle differenze, e in cui si possa trarre vantaggio bilaterale anche (soprattutto?) da queste ultime.

Certo è sbagliato, e nocivo, ignorare le criticità politiche, economiche, sociali nei rapporti tra Europa ed Africa. A parte la questione della xenofobia e la retorica dell’emergenza, tanto più preoccupanti quanto più si fa caso alle loro illogiche premesse, resta il dato di fatto di una distribuzione asimmetrica delle risorse, con le conflittualità che ne derivano. Per evitare ulteriori sbilanciamenti aggravati da una corruzione spesso endemica, ha argomentato Alberto Majocchi (già professore di Scienza delle finanze a Pavia), è opportuno evitare finanziamenti diretti, formando, in Europa, specialisti che possano applicare le conoscenze acquisite alla realtà dei paesi d’origine, creando condizioni favorevoli agli investimenti. Anche Anna Rita Calabrò, in cattedra presso il dipartimento pavese di Sociologia, si è detta favorevole a un’apertura delle università a giovani migranti di talento, perché possano investire le competenze acquisite per migliorare la realtà di provenienza.

Non bisogna tuttavia ridurre il contributo scientifico a un'”inversione di tendenza” dei flussi migratori, orientata allo sviluppo “anziché” all’inclusione. Lino Panzeri, professore di Diritto delle migrazioni presso Uninsubria, ha ricordato l’importanza degli enti locali come “laboratori di convivenza”, in cui il concetto stesso di cittadinanza è trasformato dai cambiamenti in atto nella società, compreso l’arrivo di nuovi soggetti che interagiscono con la comunità autoctona. A Como, per esempio, l’Università dell’Insubria sta offrendo agli studenti del corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale di affiancare operatori dell’accoglienza presso il centro di accoglienza di via Regina Teodolinda; più in generale, la risposta data dalla città all’arrivo di nuovi e voluminosi flussi migratori conferma che la spinta a migliori modelli d’accoglienza passa dal locale per arrivare, forse, al nazionale e al comunitario. L’emanazione di leggi a partire dai primi anni Ottanta in Italia e interventi mirati della Corte costituzionale hanno riconosciuto, ex-post, l’effettivo protagonismo dei comuni nel superare la concezione delle migrazioni come mera questione di ordine pubblico.
E del resto, ha sottolineato Luca Deidda, che è intervenuto dall’Università degli studi di Sassari di cui è prorettore e dove insegna Economia, come possono trarre vantaggio i migranti dall’inclusione nella società ospite, ne può trarre vantaggio quest’ultima. C’è di più: Deidda ha affermato che le migrazioni “devono” essere compatibili con la possibilità dell’inclusione sociale, e gli istituti di formazione possono contribuire a creare tale compatibilità. L’esperienza di Deidda, prorettore e docente presso un ateneo di dimensioni relativamente piccole, in una regione poco popolosa  e “anziana” quale è la Sardegna, ben dimostra la “complementarietà” tra gli ospitanti e gli ospitati. Peraltro, incentivare l’accoglienza integrata alla formazione universitaria potrebbe spianare la strada per un percorso educativo finalizzato a un’accoglienza “a tutto tondo”, comprensiva dell’aspetto “inclusivo” e di quello più legato alla sicurezza.

Per ultima, ha preso parola Elly Schlein, europarlamentare Possibile. Schlein ha constatato che l’obiettivo europeo di un sistema d’asilo comune (ed efficace) non ha, ad oggi, portato a risultati concreti. A un anno e mezzo dall’approvazione in sede di Consiglio europeo di una distribuzione ponderata di 160 000 rifugiati tra i 28 Stati dell’Unione, soltanto 12 000 sono stati effettivamente riassegnati, alleviando l’onere dell’Italia e di altri cinque paesi che, da soli, si fanno carico dell’accoglienza dell’80% dei richiedenti asilo in Europa, complice il sistema messo in piedi dagli accordi di Dublino, che attribuisce tale responsabilità al “primo paese d’arrivo” (il significato ultimo di tale espressione rimane ambiguo); per non parlare del fatto che l’86% dei rifugiati mondiali è effettivamente ospitato in Paesi in via di sviluppo. Procede, al contrario, il processo di “esternalizzazione” dei controlli di frontiera, rendendo l’accoglienza europea esclusiva più che inclusiva, benché  migranti e rifugiati in arrivo in Europa costituiscano una percentuale minima della popolazione complessiva dell’Unione. Accordi di reinsediamento o rimpatrio come quello, assai controverso, siglato con la Turchia sono presi in considerazione anche per paesi tutt’altro che sicuri, mentre le frontiere esterne della “fortezza Europa” in disgregazione  – le isole greche, i Balcani, le coste e i confini italiani – si trasformano in “bacini di raccolta” per un numero di migranti e richiedenti asilo che, pur gestibili in una dimensione comunitaria, certo non lo sono a livello locale. Si è detta scettica, Schlein, riguardo al New Migration Compact per come esso si presenta, privo com’è di coerenza rispetto alla cooperazione finalizzata allo sviluppo. L’Unione Europea sembra dare con una mano ciò che toglie con l’altra, considerando che i 1000 miliardi di dollari persi in cinquant’anni di evasione ed elusione fiscale equivalgono ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo (come riportato da uno studio dell’African Union). E se manca la volontà di collaborare nell’includere migranti, richiedenti asilo e rifugiati, sembra esserci un consenso assai robusto per quanto riguarda l’esclusione degli stessi. In altre parole, una politica comune di asilo sembra raggiungibile in Europa a condizione di eliminarne, a priori, la materia prima.

Un dibattito così ricco di interventi e spunti di riflessione ha dunque trovato un fil rouge nel coinvolgimento del settore educativo dei paesi d’arrivo che sia finalizzato a creare migliori condizioni d’inclusione e maggior efficienza economica sul posto, da un lato, e intervenire nei paesi d’origine affinché migrare possa essere una scelta, prima che una necessità materiale, dall’altro. Questo comporterà un’azione sinergica, orizzontale, che mostri, nella logica come nei fatti, il reciproco vantaggio dell’accoglienza “qui” e dello sviluppo “lì”. Che smentisca le false premesse su cui si basa il discorso protezionista e xenofobo, che incontra ampi consensi nell’epoca dei “fatti alternativi” e di politiche di frontiera draconiane, e rispetto al quale gli immigrati di seconda generazione sono particolarmente a rischio. Che richieda, come ogni investimento, delle spese iniziali in previsione di futuri e reciproci guadagni, ma  che, come ogni investimento assennato, si attenga a una strategia condivisa e non perda mai di vista gli obiettivi comuni. [Alida Franchi, ecoinformazioni – foto di Enzo Mangalaviti, ecoinformazioni].

Guarda tutte le foto di Enzo Mangalaviti

Già on line sul canale di ecoinformazioni  i video di tutti gli interventi.

Leggi qui il documento finale della conferenza.

Quando anche l’università si dimentica il contraddittorio

Giovedì 17 novembre, nell’aula magna del Dipartimento di diritto dell’Insubria, Luciano Violante parlerà dell’importanza della Carta costituzionale, riflettendo sulla necessità o meno di un cambiamento, in una lezione «aperta al pubblico e rivolta a studenti, ricercatori e docenti dell’Ateneo», ma obbligatoria per tutti i dottorandi in diritto. Le opinioni dell’ex presidente della Camera sul referendum sono note e, a poco meno di tre settimane dal voto, l’università fornisce un ulteriore spazio per veicolarle senza contraddittorio e con la veste dell’imparzialità scientifica della cattedra.

L’incontro sarà introdotto da Maurizio Cafagno, docente dell’ateneo e presidente dell’associazione Aequa, che da tempo conduce attività di ricerca in collaborazione con l’associazione Italiadecide, presieduta da Violante. Un bilanciamento mancato, in un ateneo pubblico, a pochi giorni dal voto.

I Giovani Comunisti di Como ricordano che «l’università deve essere luogo di confronto e dibattito» e chiedono che «l’incontro sia annullato e – in caso venga svolto – riprogrammato ospitando anche un esponente del no al referendum costituzionale» in modo da ribadire l’assetto democratico del nostro Paese. [m.b., ecoinformazioni]

 

20 maggio/ In Sud America con Generi a colori

Venerdì 20 maggio alla Biblioteca di Como, dalle 20.45, ci sarà l’ultimo seminario del progetto Generi a colori, proposte formative per comunità multiculturali; l’incontro Lui e Lei: Sud America vedrà la testimonianza di Alzira Henriquez e l’approfondimento di Manuel Barriuso docente di lingua spagnola all’università dell’Insubria.

 

Durante la sera di venerdì, sarà analizzato il ruolo e la condizione della donna in Sud America, la salvadoregna Alzira Henriquez racconterà in prima persona la sua esperienza mentre il professor Manuel Barriuso prenderà in esame tre casi peculiari. «Mi baserò su tre realtà concrete – spiega Barriuso – Le donne che lavorano in uno stato di quasi-schiavitù nel nord del Messico al confine con gli Stati Uniti, la realtà delle donne Maya dov’è ancora forte il sistema patriarcale, la vita delle donne in Colombia che hanno il compito orribile di fare da corrieri della droga e chi cade in questa spirale diventa praticamente obbligato a proseguire».

E’ l’ultimo dei quattro appuntamenti di Generi a colori, il progetto che ha per capofila il comune di Como e coinvolge Cernobbio, Fino Mornasco, Cantù, Olgiate Comasco, realizzato insieme all’università dell’Insubria e al Centro servizi per il volontariato che ha coordinato le associazioni del territorio.

Le serate precedenti con le testimonianze dirette sono state filmate e si possono trovare su Youtube cercando Generi e colori

5, 20 maggio/ Generi a colori

generi_a_colori-copUltimi appuntamenti giovedì 5 e venerdì 20 maggio con le conferenze organizzate dal dipartimento di Diritto, Economia e Culture dell’Università dell’Insubria per conoscere e analizzare le pari opportunità nei contesti multiculturali dei nostri territori e indagare gli stereotipi e i pregiudizi legati all’apparente immutabilità dei ruoli maschile e femminile nelle diverse culture.

I seminari, a ingresso libero e gratuito, si terranno alla Biblioteca Comunale di Como, in Piazzetta Venosto Lucati, 1 dalle 20.45. Il 5 maggio si guarderà all’Asia con Daniele Brigadoi Cologna, docente di Lingua cinese all’Università dell’Insubria, e Rin Odawara, docente all’Università degli Studi stranieri a Tokyo, mentre per il 20 maggio si esplorerà il Sud America con Manuel Barriuso, docente di Lingua spagnola.

Il progetto Generi a colori. Proposte formative per comunità multiculturali, realizzato nell’ambito dell’iniziativa regionale Progettare la parità in Lombardia – 2015, ha ottenuto il sostegno di Regione Lombardia e vede la collaborazione dei comuni di Como, Fino Mornasco, Cantù, Olgiate Comasco, Cernobbio con l’Università dell’Insubria, del Centro Servizi per il Volontariato e della rete di associazioni rappresentative delle comunità di stranieri del nostro territorio. Dopo una ricerca conoscitiva sugli stereotipi relativi ai ruoli maschili e femminili nelle diverse culture prevalenti nell’area comasca ha dato vita a un percorso di formazione e riflessione sul confronto tra genere maschile e femminile nei contesti culturali dell’est Europa, dell’Africa, del sud America e dell’Asia.

Maggiori informazioni sul sito del Comune di Como.

Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale

uninsubriaUna nuova laurea magistrale all’Università dell’Insubria a Como.

«Nel mese di settembre partirà a Como il nuovo corso di laurea magistrale in Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale, attivato a partire dall’anno accademico 2015/2016 presso il Dipartimento di diritto, economia e culture dell’Università degli studi dell’Insubria – spiega un comunicato dell’Università varesina e comasca –. Il nuovo corso è stato fortemente voluto dagli studenti del Dipartimento e preventivamente molto apprezzato nei suoi obiettivi formativi dall’imprenditoria locale. Si tratta di un corso magistrale di durata biennale che prevede lo studio a livello avanzato di due lingue straniere (a scelta tra inglese, spagnolo, tedesco e cinese) e si articola in due percorsi differenziati».

«Il primo percorso, Traduzione giuridica ed economica, destinato a formare traduttori specialistici in ambito giuridico ed economico, è strutturato attorno a quattro insegnamenti principali: Diritto commerciale e penale dell’impresa, Fondamenti di traduzione giuridica e metodologia della traduzione dei testi giuridici, Traduzione economica e finanziaria per l’internazionalizzazione d’impresa, Elementi di diritto processuale e traduzione nel processo – si precisa –. A conclusione di questo percorso i laureati potranno lavorare nelle imprese che intendono espandersi sui mercati esteri, oppure come traduttori specialistici presso uffici legali (ad esempio quelli che si occupano di marchi e brevetti), o come specialisti della traduzione nel processo civile e penale. Anche il secondo percorso, Mediazione Linguistica, Culturale e Giuridica si fonda su quattro insegnamenti principali: Alternative dispute resolution, Diritti religiosi e mediazione comunitaria e famigliare, Diritto dei migranti e Giustizia riparativa e mediazione penale».

«Le competenze acquisite potranno essere spese in tutte le professioni che richiedono dimestichezza con problematiche giuridiche ed economiche rilevanti in contesti di conflitto – si assicura –: ad esempio, operando come funzionario in organizzazioni umanitarie, culturali, scientifiche di interesse nazionale e sopranazionale, o come mediatore interculturale, occupandosi dello sviluppo e della gestione di programmi di integrazione e interventi di mediazione nel contesto di enti pubblici e privati. Uno sbocco professionale ulteriore, per questo percorso, è anche quello di interprete di trattativa e di comunità (in ambito medico, giudiziario e più in generale istituzionale, o nelle trattative di affari con soggetti stranieri)».

«Entrambi i percorsi costituiscono la ricaduta didattica di alcune delle linee di ricerca più forti del Dipartimento di diritto, economia e culture, il cui programma scientifico costitutivo fa esplicito riferimento al rapporto tra lingua e diritto e alla mediazione tra culture diverse – termina la nota –. L’insegnamento delle lingue sarà comune per i due percorsi, ma accanto alle lezioni di lingua gli studenti seguiranno laboratori specifici e differenziati a seconda del percorso scelto. Carattere innovativo e laboratoriale avrà anche la didattica degli altri insegnamenti, con un giusto bilanciamento tra conoscenze teoriche e competenze pratiche, che verranno sviluppate affrontando dei casi concreti attraverso delle simulazioni. Gli studenti interessati potranno effettuare un soggiorno di studi all’estero nell’ambito dei numerosi scambi Erasmus attivi presso l’Università dell’Insubria, o potranno conseguire il doppio titolo con il Máster Universitario en Traducción e Interculturalidad dell’Universidad de Sevilla (Spagna), trascorrendo un semestre presso l’ateneo spagnolo». [md, ecoinformazioni]

24 febbraio/ Tessuti, colori, abiti, nei personaggi degli affreschi della Basilica di Sant’Abbondio

tessuti in sant'abbondioConferenza di Francina Chiara martedì 24 febbraio alle 18.30 alla Fondazione Antonio Ratti, a Villa Sucota in via per Cernobbio 19, organizzata con gli Amici dei musei, in collaborazione con la Basilica di Sant’Abbondio, l’Università dell’Insubria e l’Università popolare di Como. Per informazioni 031.3384976, e-mail info@fondazioneratti.org.

11 dicembre/ Gli affreschi di Sant’Abbondio a Como. Cronaca per immagini

adm_locandina_1867478055Cronaca illustrata del dramma con Gerardo Monizza, Storia della basilica e degli affreschi con Fabio Cani, giovedì 11 dicembre alle 17.30, presso l’Università dell’Insubria e la Basilica di Sant’Abbondio, in via Regina a Como, organizzano Amici dei Musei, in collaborazione Basilica di Sant’Abbondio, Università dell’Insubria e Università popolare di Como.

 

«Gli affreschi del presbiterio, nella Basilica di Sant’Abbondio, costituiscono uno dei cicli pittorici più integri del primo Trecento in Lombardia; furono realizzati da un artista anonimo – spiega la presentazione dell’incontro –. Il programma iconografico inizia nell’arco trionfale affrescato con la rappresentazione dell’Annunciazione e figure di santi, nel sottarco; la volta della prima campata (recentemente restaurata) reca tracce di un cielo stellato e di quattro troni con i Dottori della Chiesa. Nell’arco che precede il catino absidale vi è un Cristo benedicente affiancato da due Arcangeli e, racchiusi in otto tondi, figure di Patriarchi, Profeti ed altri santi. Il catino absidale presenta una raffigurazione della Deesis (Cristo benedicente tra la Madonna e Giovanni Battista) con ai lati San Pietro e San Paolo. Nell’abside, divisa in cinque parti verticali, sono affrescati venti episodi della vita di Gesù (Natività di Gesù, Predicazione, Passione). Nella fascia inferiore vi sono figure di Apostoli».

«L’insieme si connota per un linguaggio che unisce il ritmo del racconto con l’attenzione ai dettagli degli abbigliamenti offrendo uno spaccato della vita e dei costumi del tempo – spiega la nota –. Numerose immagini sulle lesene e sulle semicolonne, che separano gli episodi della vita di Gesù, rendono alquanto complessa l’interpretazione del programma decorativo. Ignoto è l’autore del ciclo di affreschi; è convenzionalmente chiamato “Maestro di Sant’Abbondio”. La critica colloca la realizzazione del ciclo tra il 1330 e il 1340 durante l’episcopato del vescovo francescano Leone Lambertenghi, committente dell’opera». [md, ecoinformazioni]

La nave dei folli: il seminario all’Insubria


downloadOspitato dall’Università dell’Insubria nelle aule di Sant’Abbondio, si tenuto nella giornata di lunedì 17 novembre l’incontro La nave dei folli: Devianza ed emarginazione socio istituzionale: la realtà comasca dell’ex manicomio S.Martino, organizzata dal dipartimento di Diritto, Economia e Cultura dell’Università dell’Insubria e che visto tra i partecipanti anche l’associazione Animatamente

La devianza come etichetta sociale, come definizione in cui “rinchiudere” diversità e problematicità di ogni sorta, come luogo fisico in cui confinare, in senso letterale e metaforico, tutto questo. Di questo e altro si è parlato a Devianza ed emarginazione socio istituzionale: la realtà comasca dell’ex manicomio S.Martino, lezione aperta organizzata dal dipartimento di Diritto, Economia e Cultura dell’Università dell’Insubria, che ha visto tra i suoi ospiti anche la dottoressa Vittoria Speltoni, educatrice della comunità La Quercia ed esponente dell’associazione Animatamente, insieme alla dottoressa Maria Adele Pozzi, psicoterapeuta e presidente dell’associazione Educare A.

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La professoressa Cristina Reale e la dottoressa Franca Duvia, docenti nell’ambito dell’Istituto di Sociologia del Diritto, hanno così affrontato il complesso tema della devianza e del suo contenitore per eccellenza, il manicomio, con un excursus dedicato al San Martino comasco. Il punto di partenza è stata la definizione stessa di devianza, come riportato dal testo della Legge Giolitti: questa infatti definiva come criteri d’internamento la pericolosità sociale e il pubblico scandalo, dove il malato non era ricoverato in quanto tale ma come pericolo sociale, senza bisogni né diritti e sottoposto al potere di un “ordine” come quello della psichiatria italiana.

Nonostante alcuni tratti innovativi, la Legge che porta il nome dello storico premier dell’Italia liberale continuava a seguire una tradizione secolare, che vedeva il “matto” come qualcosa da confinare in luoghi sperduti, spogliati della propria umanità in strutture dove l’obiettivo era presidiare, non riabilitare.

Il deviante, come riportato dalla teoria dell’etichettamento proposta tra gli altri dagli americani Lemert e Becker, è così definito dalla definizione di normalità data dalla Legge e dalla società che la produce, un modo per definire l’identità di “noi” contro l’esistenza di “loro”. La presenza stessa del “pazzo”, e del manicomio che lo ospita, è sia monito che confine fisico tra sano e malato, come l’Istituzione impone.

Il matto fa quindi paura, perché è contaminante, come riportato negli studi sullo stigma di Mary Douglas, e ciò vale ancora di più nella nostra attualità. Una modernità che ha fatto della psichiatrizzazione di ogni comportamento umano un proprio tratto distintivo, tanto nessuno si può dire più al sicuro: dal bruxismo al dipendenza da caffeina, sono ormai diverse centinaia i nuovi disturbi riconosciuti dall’Oms.

In un contesto del genere la battaglia portata avanti nel nostro Paese da Franco Basaglia ha assunto un carattere rivoluzionario, in virtù di una definizione semplicissima, per cui “i malati – citano le professoresse – sono cittadini con pieni diritti costituzionali”. Un pensiero quasi elementare, che ha accompagnato il percorso per l’approvazione della legge 180, ossia la chiusura proprio di quel luogo simbolo che era il Manicomio.

Le conseguenze della Legge, profonde e ancora oggi forse non pienamente dispiegate,hanno così imposto all’ attenzione dell’opinione e degli “addetti ai lavori” un nuovo tema: la recuperabilità, sociale ma anche economica, del malato. Ed è qui che sono intervenute le ospiti, Vittoria e Maria Adele, che hanno parlato della loro esperienza all’interno della Quercia e nell’associazione Animatamente, che ha distribuito ai partecipanti un opuscolo dedicato ad alcuni racconti della comunità La Quercia, intitolato “Le calze di Maria e altre storie”, proprio in quel San Martino un tempo “prigione” cittadina. Un’esperienza difficile e non semplice, come si può ritrovare nei racconti del libro prima riportato, ma che ha consentito agli ospiti di ricostruirsi una propria umanità, con i propri limiti e tempi, alla riconquista di uno spazio dove vivere, amare, lavorare e costruirsi come comunità. [Luca Frosini, ecoinformazioni]

 

 

 

Le pietre e i libri: dagli scavi archeologici alle cinquecentine

chiostro s. abbondioMostra, a cura di Mario Conetti e Andrea Spiriti, inaugurazione venerdì 26 settembre alle 10 nella Sala scavi (S.03) della sede di Sant’Abbondio dell’Università dell’Insubria, aperta dalle 9 alle 18 dal lunedì al venerdì fino al 26 ottobre.

 

L’esposizione: «È centrata su due nuclei: alcuni preziosi esemplari del patrimonio librario antico della Biblioteca di Giurisprudenza; e i materiali di scavo provenienti dal monastero benedettino cluniacense di Sant’Abbondio, uno dei cui resti più significativi è costituito dalle strutture medioevali ancora visibili (e rese qui accessibili per il pubblico) proprio nella sala dove si svolge la mostra. Un modo quindi, fisico e simbolico, di restituire da un lato la storia del complesso di Sant’Abbondio; dall’altro di porre in continuità la costante vocazione culturale del cenobio, luogo di preghiera ma anche di studio».

Per la mostra sono in programma delle: «Visite guidate gratuite, organizzate e gestite dagli studenti dell’Ateneo nei giorni da mercoledì a domenica dalle ore 15 alle ore 17 (ritrovo davanti alla basilica). Tali visite includeranno la basilica, il monastero, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano». [md, ecoinformazioni]

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