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”Per amore di Zoe”. Storie di ragazze ”non” italiane

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Progetti come ” Per amore di Zoe”, il documentario – prodotto dalla Cgil di Como, promosso da Diogene, inserto de La Provincia dedicato al non-profit, e girato dalla troupe di Dario Tognocchi –  meritano di far parlare di sé. O meglio: meritano di parlare ”per sé”, attraverso le voci delle giovani protagoniste. È quanto è avvenuto la sera di martedì 18 dicembre in uno Spazio Gloria gremito di persone, intervenute a condividere la testimonianza di queste alunne del liceo Teresa Ciceri. Testimonianza a cui è seguito un animato dibattito sulla (anzi, sulle) identità di persone che, parafrasando ”contromano” Gaber, si sentono (chi più, chi meno, chi non solo) italiane, ma, per fortuna o (più spesso) purtroppo, non lo sono.
La voce narrante di Per amore di Zoe è quella di Nalini Gopitharan, una ragazza di diciassette (ormai diciotto) anni che vive a Como con il fratello maggiore. Di madre russa e padre tamil, ”cingalese” secondo i documenti, Nalini è arrivata in Italia a meno di un anno, prima a Palermo e poi a Como: nata in Germania da genitori non italiani, per lei il percorso di naturalizzazione è particolarmente lento e accidentato, scandito da permessi di soggiorno rinnovati ogni due anni e vincolato alla continuità di una residenza, una professione e un contributo fiscale su suolo italiano. Nonostante la sua storia personale l’abbia portata, per sua stessa ammissione, a ”fare perlopiù viaggi di sola andata” e conoscere il nonno solo all’età di tredici anni, la ragazza si sente a casa in questo paese e in questa città. Nella vita, ha imparato a non identificarsi con una terra in particolare, a non farsi definire da una geografia mutevole. Si sente, in compenso, molto legata all’arte, grazie alla quale conosce e interpreta la realtà e il prossimo. Proprio attraverso la fotografia, la ripresa e il dialogo, Nalini coinvolge le coetanee Bianca, Pearl, Sara, Raluca, Anna, Giorgia e Giulia, e il coetaneo Riccardo Anzani, in un ritratto corale di ciò che può significare, oggi, crescere in Italia senza veder riconosciuta la propria ”italianità”. L’aggettivo ”corale” è da interpretarsi con cautela, nel senso che questa narrazione vuole sfatare l’assunto che l’esperienza migratoria  – personale o dei genitori – possa rappresentare un fattore amalgamante, come la legge continua a suggerire: è vero invece l’opposto, e cioè che a ogni mancato riconoscimento di cittadinanza a persone cresciute (o addirittura nate) in questo paese sottende una storia unica, personale, segnata da avvenimenti e sentimenti contraddittori e spesso conflittuali. La convergenza non avviene ”in partenza”, ma ”in arrivo”, quando ci si vede negare il diritto a partecipare in tutto e per tutto alla vita civile italiana, con i suoi obblighi e divieti e con i suoi diritti. Alcune delle interpreti ammettono di soffrire di un’ambiguità o di una complessità identitaria, che crea una distanza rispetto alla società, da un lato, e dalla famiglia, o dalla comunità di origine, dall’altro; qualche altra ragazza si identificherebbe più facilmente come italiana tout court, non fosse per la burocrazia, che dichiara il contrario e che preclude loro diverse possibilità a cui hanno accesso i cittadini italiani.
Il tema della cittadinanza per i ”migranti di seconda generazione” – termine necessariamente, e polemicamente, vago e impreciso -, in questo paese, è ancora affrontato di sponda, con imbarazzo e perfino con fastidio, da parte della politica istituzionale. Una campagna già piuttosto timida e tardiva per lo ius soli sembra essersi infranta sul bastione di un governo che del proprio razzismo (più ancora che del nazionalismo) sembra fare un punto d’onore, eppure la questione non ha perso la sua urgenza: una percentuale sempre più alta dei (sempre meno) bambini/e e ragazzie/e nati/e in Italia ha origini straniere, mentre l’allarmismo verso le migrazioni cresce a ritmi vertiginosi e la disoccupazione giovanile resta alta, inducendo ragazze e ragazzi altamente scolarizzati a lasciare il paese, mentre molti loro coetanei abbandonano precocemente gli studi. Al riconoscimento della cittadinanza dei nati in Italia da genitori stranieri si aggiunge il vacuum normativo che interessa coloro che, cresciuti in un ambiente italiano, sono però nati in un altro paese, come Nalini (nata da genitori ”extracomunitari” in un paese comunitario che però non è l’Italia, dunque ”extracomunitaria” lei stessa, anche dopo una vita vissuta nell’Unione Europea), o che, nati in Italia, non vi hanno vissuto ininterrottamente (Pearl Adjej, nata all’ospedale Valduce, ha trascorso i primi anni di vita in Ghana).
Rispetto a un quadro dirigente sordo – e, quel che è peggio, volutamente sordo -, il discorso politico e culturale sulle implicazioni di queste storie viene condotto soprattutto dal basso, cioè dal mondo del terzo settore in senso lato – volontariato, sindacati, associazionismo – e dalle scuole stesse che, perlomeno nei casi più illuminati come il liceo Ciceri (rappresentato in serata dal dirigente scolastico Nicola D’Antonio e da Francesco Ammirata, docente di filosofia), si assumono la propria responsabilità di ”palestre” per la cittadinanza attiva e consapevole in una società segnata da una complessità crescente e inarrestabile. Inevitabile, a questo punto, interrogarsi sulle analogie e sulle differenze tra gli ”italiani-non-italiani” e i ”nuovi” migranti, molto spesso irregolari e visibilmente ”stranieri”: non è affatto scontato, si diceva, che la condivisione di un passato migratorio crei un senso di comunanza e di solidarietà tra quelli che la vivono; spesso ”chi è arrivato prima”, integrandosi spesso a fatica nel paese ospitante, si sente messo a rischio da chi ”è arrivato dopo”, per ragioni che vanno dalla precarietà economico-lavorativa a un razzismo da cui gli ”stranieri” stessi non sono sempre esenti. Su questo punto, evitare doppi standard e generalizzazioni è difficile, soprattutto (forse) da parte degli autoctoni. Non si migra né per piacere né per dispetto, ma per una necessità che merita di essere affrontata per quella che è, nel momento in cui si manifesta: questa è una verità di cui le ragazze – loro e chissà quante altre, e quanti altri – si mostrano consapevoli. Al tempo stesso, l’inclusione è in ogni sua forma un processo graduale e segnato da una scala di grigi tra chi si sa (e magari si vuole) ”diverso” e chi è invece trattenuto da poche, virtuali, ma decisive formalità burocratiche. Anna, Bianca, Nalini, Pearl, Raluca e Sara (e i loro amici e amiche italiani/e) rappresentano, contengono diverse sfumature identitarie, non soltanto dal punto di vista etnico e culturale ma anche da quello caratteriale, ma proprio da questa diversità e complessità nasce la loro armonia narrativa e il loro forte, sincero inno alla vita. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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