Anticipiamo dal nostro periodico 668 l’editoriale Una riforma a pezzi di Manuela Serrentino. Il numero è sfogliabile on line e viene inviato a socie socie di arci-ecoinformazioni.

Nonostante le molte firme raccolte per sollecitare il ministro Speranza a non avvallare la Riforma Sanitaria Lombarda di Fontana e Moratti, di fatto questa è passata, in modo non del tutto trasparente, con la richiesta di apportare alcune modifiche.
Quello che è emerso nelle ultime ore è che i tecnici di Milano e di Roma si sono riuniti a
porte chiuse e hanno concordato gli mendamenti da apportare alla Riforma, emendamenti che Fontana si è impegnato, almeno sulla carta, a prendere in considerazione. È così stato escluso il Consiglio Regionale, che avrebbe invece il compito di fare le leggi. Non a caso, ufficialmente Moratti ritiene che le osservazioni ricevute siano
di ordine formale o burocratico e non incidano sulla normale entrata in vigore della legge, che pertanto non dovrà tornare in aula.
Seppur non tali da respingere la legge, i rilievi non sono di natura formale e richiedono una
nuova discussione. Prendiamo in considerazione i più importanti.
Il primo riguarda l’equivalenza e l’integrazione dell’offerta sanitaria delle strutture pubbliche e
private accreditate che non è coerente con il preminente ruolo dell’Ente pubblico previsto dalla legge nazionale del 1992. Infatti solo la sanità pubblica può definire e programmare il servizio e decidere quali prestazioni affidare al privato. Secondo punto: ad accreditare le strutture private deve essere la Regione e non le singole ATS. Terzo punto: il modello di gestione delle Case di Comunità. Rispetto a quest’ultimo punto la Riforma lombarda deliberava che potessero essere gestite esclusivamente dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta riuniti in associazione o in cooperativa e in collaborazione con le farmacie convenzionate. Il ministero della Salute rileva come «le previsioni del Pnrr» non prevedano per i medici di base e i pediatri «alcuna specifica responsabilità gestionale», richiedano, invece, «il coinvolgimento di molteplici professionalità» ed escludano «il solitario ed esclusivo riferimento alla collaborazione con le farmacie». Anche nella “raccomandazione” che la Commissione europea ha rivolto al governo italiano per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si legge: «Per garantire la responsabilizzazione dei soggetti interessati, è fondamentale coinvolgere tutte le autorità locali e tutti i portatori di interesse, tra cui le parti sociali, durante l’intera esecuzione degli investimenti e delle riforme inclusi nel piano». Insomma, ciò che si richiedeva era una qualche forma di partecipazione.
Nel nostro territorio non c’è stato nessun dibattito con gli amministratori, i soggetti del terzo settore, gli operatori e le rappresentanza degli utenti. La Regione, inoltre, ha già deliberato l’allocazione quasi definitiva della Case e degli Ospedali di Comunità, basandosi principalmente sulle attuali disponibilità e questo è dimostrato dal fatto che nella provincia di Como acquisiranno questa nuova funzione ex Ospedali o Poliambulatori già esistenti: si cambia il nome e tutto è risolto. Ciò sta avvenendo in assenza della creazione dei Distretti che dovrebbero coordinare e dirigere le attività delle Case e degli Ospedali di Comunità.
Anche la figura del sindaco, che dovrebbe avere un ruolo fondamentale nel condizionare le scelte che verranno operate, soprattutto in considerazione delle caratteristiche socioeconomiche ed pidemiologiche della popolazione, non è stata coinvolta, né i sindaci hanno rivendicato, almeno nella provincia di Como, questo ruolo, che invece sarebbe molto importante anche per pianificare l’inserimento dei servizi sociali.
Rimane aperto il problema del personale sanitario e sociale. Le risorse messe a disposizione dal Pnrr sono per telemedicina, recuperi strutturali di stabili, centrali operative, ma nulla per quanto riguarda il personale infermieristico, medico e sociale, che risulta carente anche per mancanza di programmazione di percorsi formativi e per il permanere del numero chiuso nelle facoltà di medicina. Da qui sorge il dubbio su chi effettivamente andrà a far funzionare le Case e gli Ospedali di Comunità e su come garantiranno il servizio, perché, anziché essere il luogo dove si elabora in modo personalizzato un obiettivo di salute, con modalità multidisciplinare, potrebbero assumere la connotazione di semplici Poliambulatori, dove ancora predomina la logica di produzione di prestazioni.
È più che mai necessario arrivare all’epilogo di questo modello a cui si cerca continuamente di mettere delle pezze senza successo, così come è urgente superare le scelte che hanno portato alla distruzione della sanità pubblica lombarda, ricordando sempre che la salute è un bene comune tutelato dalla Costituzione. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]

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