La musica è sempre stata un veicolo potente di energia, condivisione, ideali: nella melodia di voci e strumenti si tessono messaggi di cambiamento e politica, nel battito delle mani si forgia un tipo di lotta unica, con radici profondissime e rami protesi verso il futuro, passando nelle note il testimone di generazione in generazione. Nella storia della canzone popolare d’impronta politica, Bella Ciao è sempre stata l’emblema splendente sulla fronte di chi ha fatto della libertà, della resistenza alle dittature, del lavoro incessante per veder affermati i diritti di tutte e tutti, il proprio canto di battaglia. Andrea Vogt, con Paul Russell, ne ha indagato le origini e la storia nel docu-film Bella Ciao. Song of rebellion, presentato (da Anpi, Arci, Auser, Cgil e Spi-Cgil) giovedì 2 giugno allo Spazio Gloria di Como.

Non una data casuale, né scontata, quella scelta per la presentazione: si festeggia – via da parate militari inopportune (come scritto da Celeste Grossi, appellandosi alla Costituzione e ad diritto di riappropriarsi della res publica di tutte e tutti strappandola alla guerra) – l’anniversario della repubblica italiana, nata della Resistenza, germogliata durante la dilagante liberazione dal nazifascismo in tutta la penisola italiana, come ricorda Renato Tettamanti, dell’Anpi provinciale sezione Perugino Perugini, insieme alla memoria del partigiano Carlo Smuraglia, scomparso pochi giorni fa.
È proprio l’Associazione nazionale dei partigiani italiani ad aver creduto nella bontà del progetto cinematografico, partecipando in prima persona come testimone dei fatti della Resistenza e accogliendo il patrocinio dell’opera come parte dell’eredità di ciò che è stato. E non va dimenticato.
Bella ciao è diventata con gli anni prima simbolo di quel particolare momento storico, di quei nomi e quelle storie di cui ogni anno si rinnova la testimonianza, strappandoli via da un sedicente oblio; poi, attraversando trasversalmente le maree degli anni, è arrivata a costituire il paradigma musicale per rivendicazioni egualitarie e lotte sociali un po’ ovunque nel mondo.

Per Andrea Vogt, capace di sollevare lo strato superficiale dei fatti in una ferrea e decisa ricerca di verità nel proprio lavoro di giornalista, indagare le storie intessute nelle strofe di Bella Ciao è stato un viaggio appassionante che l’ha portata dall’Abruzzo fino in Liguria, dirottandola nelle Marche e poi lungo sentieri di montagna, arrivando a rintracciare – e quando lo racconta, alla platea dello Spazio Gloria, le brillano gli occhi di quell’orgoglio di chi è riuscito a portare alla luce un preziosissimo frammento di realtà – nelle voci dei partigiani i primi momenti in cui questa canzone ha fatto la propria comparsa nella storia, mettendo un perno all’interno del dibattito sulla datazione. La sua melodia, ora fischiettata, ora suonata con la chitarra, ora canticchiata, ora gracchiante dai nastri dell’archivio dell’istituto Ernesto De Martino, accompagna una narrazione fluida, composta da racconti di guerriglia, ricordi di quotidianità contadine e mondine, tradizioni orali, indagini di teoria musicale, storie del Nuovo canzoniere italiano, del Folk studio a Roma, dell’Oktoberclub tedesco, arrivando a lambire ora il deserto del Sahara, ora le piazze cilene, la resistenza curda.
Bella ciao è in realtà tante canzoni diverse – d’amore, di morte, di lotta – tutte accomunate da un ritmo che spinge all’azione per struttura e modulazione, come spiega la musicologa Giovanna Marini. Per questo motivo si ritrova cantata in molte lingue, affiancata a rivendicazioni politiche differenti per geografia e epoca, eppure accomunate da quel sentimento di determinazione, libertà e affermazione democratica che ne costituisce lo spartito, rendendola connettore e collante nel proprio essere dichiaratamente antifascista (e se fa paura a chi non lo è, meglio così, viene ribadito).
Su di esso, mani differenti – Paolo Pietrangeli (autore di Contessa), Fausto Amodei e Yves Montand, José Seves degli Inti-Illimani, “Cisco” e la sua impronta nei Modena City Ramblers (la cui versione è cara alle giovani generazioni in protesta), Skin e Cristiano Godano con i Marlene Kunz (e la loro cover per Riace), Jaele Fo (ed il ricordo del canto al funerale della nonna Franca Rame) – scrivono la musica con varie intonazioni, raccolte dalla regista in una meravigliosa narrazione corale che arriva fino al presente più prossimo, in cui Bella ciao è entrata nella cultura pop grazie alla serie spagnola La casa di carta, che l’ha consegnata al grande pubblico internazionale trasformandola grazie a remix elettronici e jingle pubblicitari in un fenomeno di tendenza da mass media.

Su questo dilemma si chiude la serata: può l’eredità inscindibilmente politica, rivoluzionaria e storica di Bella ciao filtrare in un mondo a cristalli liquidi, nell’istantaneità subito dimenticabile, nella mercificazione vorace?
Il rischio esiste. È drammaticamente reale, corrode spesso ciò che si pensava inossidabile.
Ma forse il merito di questo documentario è proprio quello di ricordarlo, invitando a conservare la memoria di ogni strofa, ogni passaggio, ogni Storia, ogni racconto, rendendola fertile e rigogliosa nel continuo perpetrare il rito civile del canto. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

Guarda i video dell’intervento di Renato Tettamanti e l’intervista a Andrea Vogt.

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