23 ottobre/ Alla Villa del Grumello
Il 22 ottobre alla Villa del Grumello si svolgeranno una serie di iniziative aperta al pubblico con ingresso libero.
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Il 22 ottobre alla Villa del Grumello si svolgeranno una serie di iniziative aperta al pubblico con ingresso libero.
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Il 21 ottobre alle 17 alla Pinacoteca del comune di Como in via Diaz verrà esposta al pubblico la tela seicentesca di Giulio Cesare Procaccini “Madonna Assunta con i Santi Rocco, Caterina d’Alessandria e Agnese“, appena restaurata dall’Inner wheel club di Como. (altro…)
Il 13 ottobre migliaia di studenti in tutta Italia hanno scioperato contro l’alternanza scuola lavoro promossa dalla Buona scuola. Dai nati nel 1999 in poi, i giovani sono obbligati a raggiungere in tre anni un monte ore elevatissimo in “formazione” al di fuori degli edifici scolastici, 400 per istituti tecnici e professionali, 200 per licei, per poter sostenere l’Esame di Stato. Anche a Milano molte ragazze e molti ragazzi, arrivando da diverse città della Lombardia, sono scesi in piazza per chiedere un sistema di alternanza più giusto. Il corteo ha sfilato pacificamente nel capoluogo, coinvolgendo lungo il percorso anche dei lavoratori. (altro…)

In proiezione lunedì 16 ottobre allo Spazio Gloria ci sarà Orecchie di Alessandro Aronadio (2016, 90′), vincitore del premio Arca CinemaGiovani come miglior film italiano e del premio NuovoImaie Talent Award a Daniele Parisi, come miglior attore esordiente, al Festival di Venezia 2016. Sono previsti due spettacoli, il primo alle 14,30 in occasione del Lunedì dello studente, la seconda, come di consueto alle 21, aperta a tutti. (altro…)
L’ultimo libro di Jeff Halper, noto attivista israeliano contro l’occupazione dei territori palestinesi (sua la fondazione dell’ICAHD – Israeli Centre against House Demolition, centro israeliano contro la demolizione delle case palestinesi), relega Israele e i palestinesi nel sottotitolo. Si intitola infatti La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale. E, quindi, come si intuisce facilmente, ha molto da dire anche a noi, che crediamo di essere così distanti da Israele e dalla Palestina.
Nel suo giro per la presentazione del libro in Italia (l’abbiamo ascoltato la settimana scorsa a Milano, poi è stato a Monza, a Torino e in questi giorni in altre città italiane), Jeff Halper, nel suo inglese-americano molto espressivo (e chiarissimo), spiega la genesi del libro con una premessa autobiografica-politica, a partire dalla crisi che ha investito gli attivisti anti-occupazione quando si sono resi conto che la soluzione dei “due stati” (Israele e Palestina separati dai confini precedenti alla guerra dei 6 giorni del 1967) era ormai diventata irrealizzabile. E quindi si è reso necessario un ripensamento generale della situazione, che da una parte riflettesse sulle ragioni del declino di quell’ipotesi (per cui, a lungo, in molti si erano spesi) e dall’altra facesse chiarezza sul come lo stato israeliano potesse continuare «a farla franca impunemente», in spregio a tutte le decisioni internazionali (anche quelle più moderate, e inoppugnabili sul piano del diritto internazionale).
La risposta risiede nel ruolo internazionale di Israele e nel modello di gestione della crisi del capitalismo che propone.
Ed ecco che la lucidissima analisi di Jeff Halper evidenzia una serie di questioni di fondamentale importanza anche per le “società occidentali” nel loro complesso. Il modello israeliano è un modello iper-sicuritario teso al controllo totale della popolazione. È quel modello che qualche esponente del governo israeliano riassume in questo modo (che può apparire provocatoriamente paradossale, ma che temiamo sia tragicamente efficace): «uno stato tra i più sicuri al mondo, nonostante che metà della sua popolazione sia fatta di terroristi». L’analisi di Jeff Halper su questo punto è spietata, e documentatissima; Israele ha messo a punto sistemi di sicurezza e armi leggere – di più: ha ideato sistemi di controllo globale – efficientissimi, ed è in grado di proporli a tutto il mondo.
I corollari di queste affermazioni sono principalmente due, uno di carattere locale (medio-orientale, diciamo così) e l’altro di carattere globale.
Il primo è che Israele ha bisogno dei territori occupati come gigantesco laboratorio di sperimentazione di tutti i sistemi di controllo. Un laboratorio drammaticamente vero, dove le pallottole “di gomma” (in realtà di metallo rivestite di gomma) possono essere sparate dal vero su obiettivi reali, verificandone le conseguenze non secondo modelli teorici o algoritmi, ma secondo morti e feriti. Sembra di capire che in questa situazione di sperimentazione reale, il ruolo della Striscia di Gaza potrebbe essere quello di terreno per la verifica dei sistemi “letali” (per esempio i droni utilizzati per le “esecuzioni mirate” che l’esercito israeliano continua impunemente a perpetrare), mentre la Cisgiordania potrebbe assolvere al compito di laboratorio per i test non-letali e – anche – per il controllo integrale della popolazione.
Il secondo corollario è che il modello si sta estendendo a tutte le nazioni occidentali (ma anche a quelle di altre parti del mondo: la partnership sicuritaria non ha confini né filtri ideologici, e gli stati “islamici” spesso sono ottimi clienti delle aziende militari israeliane), così che – come ha ben chiarito Jeff Halper – la lingua che parla la polizia di Milano non è diversa da quella che parla Tsahal (cioè l’esercito dello stato israeliano).
Questa fase tarda del capitalismo in crisi si avvia ad essere una vera e propria “sicurocrazia”, in cui l’obiettivo principale degli organismi statuali asserviti alle logiche delle grandi multinazionali è quello del controllo delle “proprie” popolazioni – in modo “democratico”, si intende. (È questo il significato del termine “pacificazione”, dall’inglese pacification, che poteva forse essere reso in modo più esplicito con “normalizzazione”, ma mi si lasci osservare che la pacificazione evoca in modo efficace la nota citazione di Tacito «dove fanno il deserto dicono che è la pace»)
Ed è un obiettivo globale che vale qualcosa come 3,5 trilioni di dollari all’anno…
Le ragioni del declino dell’ipotesi della soluzione “a due stati” sono quindi le stesse per cui Israele è al di sopra del giudizio: l’occupazione serve per affinare un modello a cui tutti gli stati egemoni ormai fanno riferimento. Israele è diventato indispensabile al modello capitalistico e l’occupazione è indispensabile a Israele così com’è adesso.
Ma lo studioso Jeff Halper (non si dimentichi che all’università insegna antropologia e storia contemporanea, e che è facile riconoscere gli effetti di questi molteplici approcci nel suo argomentare) non ha neutralizzato l’attivista.
Se la soluzione “a due stati” non è più percorribile, bisogna battersi per quella di uno stato “democratico bi-nazionale”, in grado di garantire sicurezza a entrambi i popoli in gioco e di mettere in crisi proprio quel modello iper-sicuritario su cui lo stato israeliano si fonda attualmente.
In maniera abbastanza inaspettata per il pubblico milanese, piuttosto disilluso, Jeff Halper si è dimostrato assai ottimista al riguardo: mentre un gruppo (israeliano e palestinese, bi-nazionale appunto) cerca di lavorare a ipotesi concrete per l’ordinamento statuale da proporre, la società della terra tra il Mediterraneo e il Giordano – a suo avviso – comincia a indirizzare i suoi desideri in quella direzione. Grande importanza, secondo Jeff Halper, potrebbe anche avere la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) per evidenziare quanto sia deleterio – per la gente, prima ancora che per i governanti – proseguire su questa strada. La naturale evoluzione di questa campagna è riassumibile, per Jeff, nel nuovo acronimo BDS 4 BDS (ovvero, in inglese: Boycott, Divestment, Sanctions for Binational Democratic State – cioè, in italiano: Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni per uno Stato Democratico Bi-nazionale).
Significa, in sostanza, che la situazione palestinese ci deve coinvolgere su tutti i piani: poiché ci riguarda da vicino, per quello che può comportare nelle nostre vite quotidiane, ci deve vedere partecipanti anche per quel che riguarda la situazione sul terreno medio-orientale: cambiare le cose in Palestina può significare cambiare le cose anche in Europa.
Jeff Halper, La guerra contro il popolo, Epoké, Novi Ligure 2017, pp. 338, euro 16
[Fabio Cani, ecoinformazioni]
L’Associazione Asylum, Centro educativo di formazione e di aggregazione sociale, di via M. Colonna 7 a Como, propone, sabato 21 ottobre alle 21 al Cine Teatro Nuovo di Rebbio – Como, una riflessione particolarmente coinvolgente, in quanto va a trattare un tema che riguarda moltissime persone, purtroppo anche non anziane: il morbo di Alzheimer. (altro…)
La Pinacoteca Züst di Rancate continua la sua esplorazione del mondo ottocentesco, aggiungendo, nell’indagine sulla figura femminile, all’approccio artistico anche la chiave interpretativa della moda. (altro…)
Poche persone con Lisa Bosia Mirra alla partenza a Bellinzona domenica 15 ottobre della Bainvegni Fugitivs Marsch, tanti se ne incontreranno per la strada, nei mille chilometri in 50 tappe, 20 chilometri al giorno incontrando tanta gente e tante associazioni, parlando e confrontandosi sulle politiche migratorie della Svizzera, che nonostante la sua Costituzione, sono sempre più restrittive e disumane. (altro…)
Il gruppo politico che ha eletto Bruno Magatti consigliere comunale a Como estende la propria attività costituendo un’associazione. Alla presidenza Elena Carboni. Leggi nel seguito il comunicato di Civitas. (altro…)

Emanuele Pini, docente dell’Istituto superiore “Matilde di Canossa”, è tornato di recente da un’esperienza volontaria di un anno nella Repubblica democratica del Congo (ex Zaire, ex Congo belga, ndr), motivato da una precedente esperienza in Uganda. In attesa dell’incontro con aperitivo previsto al circolo Arci Guernica di Bulgarograsso per le 18 di domenica 15 ottobre, Alida Franchi ha condotto con lui un’intervista per ecoinformazioni, di cui potete leggere qui un estratto. La versione integrale sarà pubblicata sul settimanale di ecoinformazioni numero 593, previsto per la settimana 16-22 ottobre.
Un anno in Africa: perché?
«Nel 2015 sono partito per un mese di volontariato in Uganda. Questa prima esperienza africana mi ha spinto ad affrontarne una seconda più “immersiva” e di trascorrere un anno a Ariwara, nella Repubblica Democratica del Congo [Rdc da ora in poi, ndr], facendo affidamento alla stessa associazione con ero stato in Uganda [Voica Onlus, ndr]. In un anno ho svolto le mansioni più diverse per conto dell’ospedale locale, amministrato dall’ordine di suore che era partner in loco del mio progetto di volontariato; comunque mi è capitato di ricoprire brevemente il mio ruolo “di default”, quello di insegnante di latino».
Partendo, eri pronto a ciò che ti aspettava?
«Non proprio! Ho affrontato un breve percorso propedeutico con altri volontari, che però sarebbero rientrati dopo poche settimane. Solo sul posto ho imparato a integrarmi nella comunità locale, e come unico bianco certo non passavo inosservato… soprattutto all’inizio è stata una sfida cambiare abitudini, ma l’atteggiamento che ho incontrato è stato positivo, soprattutto una volta che ho imparato a esprimermi in lingala, la lingua africana parlata anche da quelle parti, e in lùgbara, il dialetto locale. Ho trovato degli amici tra i locali che mi hanno preso in simpatia: ero diventato un “Lugbara bianco”, per così dire…»
Ti è capitato di viaggiare? Che impressioni hai avuto di Ariwara e del Congo?
«Perlopiù rimanevo a Ariwara, che si trova vicino al confine ugandese e non lontano dal Sudan del Sud, ma mi è capitato di recarmi occasionalmente in altre località tra Rdc e Uganda, e nel mese di marzo mi sono preso quattro settimane per visitare il mio paese ospitante.
Ariwara è una piccola comunità relativamente tranquilla e coesa, in cui la Chiesa svolge un’importante funzione di aggregazione sociale, per quanto riguarda i servizi e il tempo libero. C’è però una forte connotazione sincretica nella cultura locale, in cui riti e simbologie di varie correnti cristiane, dell’Islam e dei culti animisti tribali si commistionano in modo interessante e complesso. Poligamia e stregoneria, per fare due esempi, sono elementi radicati della vita pubblica. Mi sono sentito accolto e mi sono affezionato alla comunità mia ospite, ma ho anche osservato elementi critici sia dal punto di vista strettamente sociale, almeno da un punto di vista occidentale – come il forte assetto patriarcale, la stigmatizzazione dei bambini “anomali” e delle loro madri, un alcoolismo incontrollato – , sia legati all’aspetto politico-amministrativo. Mi hanno colpito negativamente l’aggressività e la corruzione delle forze dell’ordine, e c’è pochissima attenzione del governo di Kinshasa verso gli investimenti pubblici, cosa drammaticamente evidente nella sanità e nelle infrastrutture.
Formalmente, la Rdc è una “repubblica democratica” semipresidenziale, nei fatti, l’establishment del presidente Joseph Kabila si avvicina di più a un modello para-dittatoriale. Questo tipo di governo, che poggia su una rete di rapporti clientelari, ha interesse a evitare l’interazione di oppositori reali o potenziali, perciò cerca di dissuadere gli espatri e i contatti con le comunità congolesi in Europa o all’estero, mentre è incoraggiata l’immigrazione, che proviene soprattutto dal Sud Sudan. Esistono enclaves finanziarie ed economiche di occidentali e di cinesi che si concentrano nelle metropoli e nei pressi di alcune miniere, ma l’altissima instabilità politica ha un effetto deterrente sugli investimenti esteri».
Da due mesi sei di nuovo in Europa. Come ti senti?
«Mi colpisce negativamente quella che ormai avverto come… inautenticità: la stessa razionalità che qui governa la realtà, mi sembra, rende le interazioni umane fredde e “meccaniche”, distanti anni luce dalla vitalità a cui mi ero abituato – anche con qualche difficoltà iniziale – in Congo e a Ariwara, la cui comunità mi ha accettato serenamente e dove – magari non subito – farei volentieri ritorno dai miei amici.».
[Alida Franchi, ecoinformazioni]