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Al cuore della libertà dopo le motivazioni dell’assoluzione di Yusupha Ceesay e Salifu Camara

Temo che in questa vicenda sia prevalsa l’emotività, ma il giudice è tale quando si muove senza pregiudizio e con saggezza. Un giudice deve avere qualità che gli altri non possono avere e deve sapersi muovere senza farsi influenzare’. (Roberto Rallo – avvocato del Foro di Como e membro di una passata giunta comunale di destra in un’intervista a La Provincia, 4 luglio 2018)

Siamo alla fine del novembre 2018 e io mi sono precipitata in fretta e furia in Irlanda per stare al capezzale di mio padre ed assistere alla natura inesorabile e inarrestabile di un male aggressivo che avrebbe, da lì a poco, minato il suo corpo, che era stato così forte, e che l’avrebbe ridotto a un’ombra di se stesso, tutto pelle ed ossa. Un’espressione sempre più cadaverica avrebbe preso posto, in maniera scioccante, sul suo viso ormai scheletrico.

‘La fine, la fine. Come arriva velocemente la fine.’ mormora mentre i suoi occhi sono spalancati e increduli. Nelle due settimane seguenti, le sue parole, seppur appena sussurrate, diventeranno sempre più rare, alternandosi tra comandi secchi e rabbiosi per noi, i suoi familiari infermieri, pieni di buone intenzioni, ma non abbastanza esperti per il compito, e rari momenti quando si discuteva delle vacanze per l’estate a venire, che non avrebbe mai vissuto. È stato un periodo di inesorabile angoscia. Infelice. Ci nascondevamo negli angoli più remoti della casa e piangevamo lacrime smorzate e silenziose che speravamo lui non udisse, cosicché si potesse proseguire nella finzione che le sue condizioni sarebbero migliorate. Nel corso della mattina del 29 novembre, mi ero chiusa in bagno. Le lacrime mi stavano scendendo sulle guance quando d’improvviso ricevetti un messaggio da Simona Luzzi, l’avvocato difensore di Yusupha Ceesay. Yusupha è un richiedente asilo del Gambia che si è stabilito a Como e che lavorava come volontario alla mensa per i migranti della Caritas. Abbiamo lavorato insieme, fianco a fianco servendo cibo ai migranti senza fissa dimora – quelli che sono bollati come ‘gli indesiderabili’ dalla locale vice sindaco di estrema destra e politico della Lega, Onorevole Alessandra Locatelli. Yusupha non era un richiedente asilo qualsiasi: insieme con il suo compatriota gambiano, Salifu Camara, è stato anche ospite della locale prigione dopo essere stato trovato colpevole di un crimine che non aveva commesso. Entrambi furono condannati ad una sentenza di prigione estremamente severa – quasi due anni dietro le sbarre – per l’aggressione fisica di due autisti di autobus di Como il 5 giugno 2018, in quello che sarebbe diventato un processo sensazionalistico spremuto politicamente fino in fondo da Salvini, recentemente nominato Ministro degli Interni e leader della Lega, partito di estrema destra. Si precipitò a Como per andare a trovare le due vittime dell’aggressione subita da un gruppo di migranti sub-sahariani su un autobus. Gli adoranti sostenitori della Lega acclamarono il leader di fatto della Repubblica Italiana, con grida di sostegno: ‘Avanti così, Capitano’, mentre lui prometteva che avrebbe personalmente accompagnato Yusupha fin sul primo aereo in partenza per il Gambia. Quella promessa non sarebbe mai stata mantenuta. Dopo aver tratto il massimo vantaggio politico possibile da questa ennesima chance propagandistica di equiparare i migranti neri con il crimine e con la mancanza di sicurezza in Italia, Matteo Salvini ritornò velocemente nella capitale. La stessa città che aveva in precedenza chiamato Roma ladrona durante il suo periodo iniziale di attività politica, quando il nemico era chiunque provenisse da qualunque parte posta al sud della mitica Padania e la Lega si faceva chiamare Lega Nord. Il processo di Primo grado si tenne a tempo di record per un sistema giudiziario tristemente noto per dare luogo a procedimenti lunghissimi e cigolantemente lenti. Sentenze di condanna severe e inusitate, per quel tipo di crimine, furono inflitte agli accusati. Yusupha e Salifu furono trascinati fuori dall’aula del tribunale in manette verso una prigione dove sarebbero stati trattati bene, sia dai prigionieri sia dalle guardie carcerarie, perché ‘tutti sapevano che eravamo innocenti’. Dopo un paio di mesi e dietro richiesta dei loro avvocati, ai due furono concessi gli arresti domiciliari, ed infine sono statidichiarati innocenti dai giudici della Corte di Appello di Milano, il 29 novembre 2018. Le motivazioni della sentenza nella quale i giudici hanno deciso di proclamare i due uomini innocenti sono state pubblicate il 5 marzo 2019. Gli avvocati della difesa avevano chiesto la riformulazione della sentenza di Primo grado emessa dal giudice di Como o in subordine la rinnovazione dell’istruttoria, alla luce di tutte le incongruenze e le discrepanze nei resoconti delle vittime e delle procedure più che discutibili usate dalla polizia per raccogliere gli elementi di colpevolezza. Eccezionalmente, per un caso portato in Appello, la Procura Generale (l’accusa) aveva chiesto che la sentenza di primo grado venisse rigettata e che i due gambiani fossero dichiarati innocenti. Vale la pena di ribadirlo – perfino la Procura Generale stessa ha trovato che sia le prove del Primo grado di giudizio che la decisione del giudice fossero totalmente inverosimili.

I giudici della corte di Appello hanno stabilito che essere un uomo nero che indossa una t-shirt gialla, seduto tranquillamente su una panchina in un parco pubblico dall’altra parte della città, nel momento mentre avveniva l’aggressione non sia prova sufficiente perché quello stesso uomo nero e l’uomo nero con una maglietta gialla, ripreso dalle telecamere di sicurezza su un autobus, siano considerati la stessa persona. E neppure essere un uomo nero con un cappellino da baseball scuro e pantaloni, seduto vicino alla propria bicicletta ai giardini pubblici sia prova sufficiente per essere identificato con l’uomo nero con un cappello da baseball simile ma senza bicicletta e pantaloncini corti, ripreso su un autobus.

I giudici hanno anche messo in dubbio la testimonianza resa durante il processo da Pietro Lombardi, uno dei due autisti, quando aveva dichiarato di aver riconosciuto, senza dubbio alcuno, Yusupha, come un viaggiatore abituale sull’autobus che portava alla residenza per migranti dei Salesiani, anche se al tempo della vicenda, Yusupha viveva in tutt’altra parte di Comoed era solito prendere un altro autobus. L’autista dell’autobus aveva anche dichiarato che era presente sull’autobus anche un secondo uomo con una maglietta gialla, che poi era riuscito a scappare e che ‘non era presente in aula’. Il vero colpevole, forse?

I giudici della Corte di Appello hanno anche stabilito che la versione dei fatti resa dai testimoni portati dalla difesa, che forniva a Yusupha e Salifu un alibi di ferro era degna di essere creduta, in tal modo ribaltando completamente il convincimento del giudice di Primo Grado che quanto riferito dai testimoni non fosse attendibile e che addirittura potessero essere perseguiti per falsa testimonianza.

In un punto chiave e gravemente accusatorio, i giudici di Appello insinuano che il verdetto di colpevolezza di Primo Grado sia stato il frutto di ‘un suggerimento’ – che in qualche modo il verdetto sia stato suggerito, incoraggiato – in breve, pesantemente condizionato. 

Condizionato da cosa, esattamente? Dalla polizia che aveva mostrato alle due vittime dell’aggressione le foto di Yusupha e Salifu insieme alle foto di altri uomini neri(nessuno dei quali indossava una maglietta gialla o un cappellino da baseball scuro) perché identificassero gli assalitori? Il bisogno di trovare i colpevoli il più velocemente possibile? La necessità di emettere un verdetto di colpevolezza a tempo di record? La volontà di accontentare Matteo Salvini che, come riportato dalla stampa locale, veniva regolarmente informato sugli sviluppi del processo di Primo Grado a Como in tempo reale? O il bisogno di alimentare e fomentare la crescente isteria e ostilità verso ‘l’uomo nero’?

Cui prodest? A chi giova?

Matteo Salvini e Alessandra Locatelli, che avevano espresso entusiastica soddisfazione per il verdetto di Primo Grado, sono stati stranamente silenziosi su questa vicenda fin da quando Yusupha e Salifu hanno riconquistato la loro libertà lo scorso novembre, il giorno 29 novembre.  Il 29 novembre, quando per un breve momento,chiusa in un bagno nella contea di Wicklow, le mie lacrime per l’imminente dolore a venire, si sono trasformate in lacrime di gioia, per un momento fuggente, mentre ascoltavo il breve messaggio vocale dell’avvocato Simona Luzzi, inviato subito dopo l’udienza di Appello: ‘Amanda, assolti!!’.

A giudizio dei giudici di Appello non c’è stato alcun bisogno di riesaminare le prove, nessun bisogno di rinnovazione dell’istruttoria, nessun bisogno di una condanna più leggera. 

‘Per entrambi gli imputati si impone l’assoluzione per non aver commesso il fatto’.

Mentre scrivo, mi risuonano continuamente in testa le parole di una canzone del film Django Unchained di Quentin Tarantino:

“Sto cercando la libertà, sto cercando la libertà

E trovarla mi costa tutto quello che ho

Beh, sto cercando la libertà, sto cercando la libertà

E trovarla, mi potrebbe prendere tutto quello che ho”. [Anthony Hamilton].

Rileggendo questo resoconto, mi rendo conto di non possedere l’oggettivo rigore del giornalista. Questo racconto degli eventi è pieno di soggettività e ‘personalismi’ come direbbero gli italiani. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato a scrivere: ‘Scrivi Mandy, scrivi. E qualsiasi cosa scrivi, di qualsiasi cosa tratti, assicurati di scriverlo con il cuore’. 

E così sia, papà. Così sia. Scriverò con il cuore – un cuore che può gioire, esplodere, andare in mille pezzi e comunque rimanere tutto intero, tutto in un solo secondo, in un bagno, dietro una porta chiusa, nella contea di Wicklow. 

Dedicato a te, papà. 

Dedicato a Yusupha e Salifu e alla loro provata innocenza. 

Dedicato alla loro libertà. [Amanda Cooney per ecoinformazioni]

English version

‘I fear that emotivity has had the upper hand in this particular case, but a judge is only a judge when he/she acts without bias and with wisdom. A judge must have qualities which are lacking in others and must know how to think and act without being influenced by others.’

(Robert Rallo – local lawyer and ex-member of a right-wing local government in an interview in La Provincia, 4 July 2018)

It’s the end of November 2018 and I have been called to Ireland to be by my father’s bedside to witness the inexorable, relentless nature of an aggressive cancer which will quickly destroy his once strong body and reduce him to a skin and bone shadow of his former self. An increasingly haunted expression will take up shocked residency on his skeletal face. ‘The fall. The fall. How quickly the fall comes’ he whispers in wide-eyed disbelief. For the next two weeks, his murmured words will gradually become fewer, alternating between cantankerous barked-out orders to us, his well-meaning but incompetent family carers, and rare moments of hopeful holiday plans for a 2019 he will never live to see. It was a time of unrelenting anguish. Joyless. We would hide in corners of the house and cry muffled silent tears we hoped he would not hear so we could all carry on in the pretence that he would get better.  

On the morning of the 29 November I’ve locked myself in the bathroom. Tears are rolling down my face when I get a message from Simona Luzzi, Yusupha Ceesay’s defence lawyer. Yusupha is a Gambian asylum seeker in Como and a former fellow volunteer in the local soup kitchen for migrants. We used to work side by side serving the homeless migrants – the ‘undesireables’ according to the local far-right vice mayor and Lega politician, the honourable Alessandra Locatelli. Yusupha, was not just an asylum-seeking volunteer: together with a fellow Gambian, Salifu Camara, he was also an inmate in the local prison after being found guilty for a crime he had not committed. Both were condemned to an extremely harsh prison sentence – almost two years behind bars – for the physical assault of two Como bus drivers on the 5 June 2018 in what was to become a sensationalistic trial. A trial milked for all it was worth by Salvini, the recently appointed Minister of the Interior and leader of the far-right League party. He paid a visit to Como and the two victims of the attack by a group of sub-Saharan migrants on a bus. Adoring League supporters cheered the de facto leader of the Italian Republic with encouraging cries of ‘Avanti così, Capitano!’ as he promised to accompany Yusuphahimself on the first plane back to Gambia.  That promise was not to be fulfilled.  After gaining huge political mileage out of this umpteenth propaganda opportunity to equate black migrants with crime and lack of security in Italy, Salvini quickly ran back to the capital city, Rome. The same city he had once called ‘Roma ladrona’ (an alliterative Rome – thief!) in earlier political days when the enemy was anywhere south of a mythical Padania and the League party was called Lega Nord.

The First Degree trial in Como which meted out harsh sentences to the accused ended on 2 July 2018. The whole process took place in record time for a judicial system notorious for being a creakingly slow, long drawn-out affair.  Yusupha and Salifu were jostled out of the court in handcuffs to a prison where they would be treated well by inmates and prison wardens alike because ‘everyone knew we were innocent’. After two months they were granted house arrest at their lawyers’ request and were eventually found innocent by the court of appeal judge in Milan on 29 November last year.

The reasons behind the Court of Appeal judges’decision to declare the men innocent were released in a statement on 5 March 2019. The defence lawyers had requested a reformulation of the original judge’s sentence in Como or alternatively a retrial in light of all the incongruences and discrepancies in the victims’ accounts and the somewhat dubious police procedures used to collect evidence. Unusually for an appeal case, the State Prosecution lawyer herself asked for the original ruling to be dismissed and for the two Gambians to be found innocent. It is worth restating that – the State Prosecution no less found the original evidence and the judge’s decision totally unconvincing.

The Milan judges ruled that being a black man in a yellow t-shirt, calmly sitting on a park bench on the other side of town at the time of the assault is not sufficientevidence that said black man and the black man in a yellow t-shirt caught on CCTV images on a bus are one and the same. And neither is being a black man in a dark baseball cap and trousers sitting by your bike in a park, clear evidence that a similarly baseball-capped, but bike-less and shorts-clad black man on a bus are one and the same. 

The judge also questioned the evidence given in court by Pietro Lombardi, one of the bus drivers, when he stated he clearly recognised Yusupha as a regular on the bus to the Salesiani residence for migrants, even though Yusupha was living in a completely different part of Como at the time and would regularly take a different bus. The bus driver also claimed that there had been a second black man in a yellow t-shirt on the bus who had managed to get away and was ‘not present in court’. The real culprit, perhaps?

The Court of Appeal judges ruled that the version of events given by the witnesses for the defence which provided Yusupha and Salifu with a clear alibi was reliable, thereby overturning the First Degree judge’s ruling that the witnesses’ testimonies were false and that they were liable to be prosecuted for perjury. 

In a damning key point, the judges stated that the original guilty verdict had probably been caused by some form of ‘‘suggerimento’ – that in some way the verdict had been ‘suggested’, prompted – in short – heavily influenced. 

Influenced by what exactly? The police showing the two victims, photos of Yusupha and Salifu together with photos of other black men (none of whom was wearing a yellow t-shirt or a dark baseball cap) to identify the assailants? The need to find the perpetrators as quickly as possible? The need for a record-breaking guilty verdict? The need to please Salvini who was, as reported in the local press, kept constantly updated on events as they unfolded in the First Degree court case in Como?  On the need to feed and foment the growing hysteria and hostility towards ‘l’uomo nero’?

Cui prodest? To whose advantage?

Matteo Salvini and Alessandra Locatelli, who expressed enthusiastic satisfaction for the outcome of the first court case have been strangely quiet about this affair ever since Yusupha and Salifu gained their freedom last November 29th. November the 29th, on the day when for one brief moment in a locked bathroom in County Wicklow, my tears of impending grief turned to joy as I listened to Simona Luzzi’s brief voicemail post-trial: ‘Amanda, assolti!!’ (Amanda, they’ve been found innocent!!).

The judges’ verdict was that there was no need for a re-examination of the evidence, no need for a re-trial, no need for a lighter sentence. ‘Per entrambi gli imputati si impone l’assoluzione per non aver commesso il fatto.’ 

‘Both the accused are declared innocent as they did not commit the crime.’

As I write this the words of a song in Tarantino’s Django Unchained are in a constant loop in the back of my mind:

I am looking for freedom, looking for freedom
And to find it cost me everything I have
Well I am looking for freedom, looking for freedom
And to find it, may take everything I have

[Anthony Hamilton].

And re-reading this account, I realise I do not have the objective rigour of a journalist. And that this recount of events is full of subjectiveness and ‘personalismi’ as Italians would say. But my father always encouraged me to write. He would exhort me to ‘write, Mandy, write. And whatever you write, whatever it’s about, make sure you write from the heart.’ So be it. I will write from the heart – a heart that can exult, explode, shatter and still remainin one piece all in a split second in a locked bathroom in County Wicklow. 

To you, dad. 

To Yusupha and Salifu and their proven innocence. 

To their freedom. [Amanda Cooney for ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 8 Marzo 2019 da in diritti, giustizia, immigrazione con tag .

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