Giallo a Cantù

All’appuntamento a Cantù, citta scelta non casualmente per la manifestazione antirazzista del 1 marzo, hanno risposto più di  trecento persone. Vasta la partecipazione dei cittadini stranieri che hanno riempito il largo XX settembre insieme a molti esponenti delle associazioni, dei sindacati e delle forze politiche che hanno sottoscritto l’appello per “Una giornata insieme a noi”.

Negli interventi la rabbia, la protesta e il disgusto per leggi che mortificano i diritti fondamentali di milioni di persone considerate meno dei cani «perché  abbandonare un animale al freddo è reato mentre non accogliere in casa una persona priva di permesso di soggiorno è ciò che le leggi razziste italiane prescrivono». La manifestazione è ancora in corso e prosegue con il “Consiglio comunale informale” nel quale le raggioni dei cittadini stranieri potranno finalmente essere espresse in una sala comunale anche se non ancora in un vero Consiglio comunale.

VII congresso della Cgil di Como

Con la relazione del segretario generale Alessandro Tarpini si è aperto lunedì 1 marzo allo Shed di Cernobbio in via Manzoni 1 il VII Congresso provinciale della Cgil di Como. A tutti i partecipanti è stato distribuito un fiocco giallo simbolo dell’adesione alla giornata per i diritti dei migranti.

Il testo integrale della Relazione.

Riportiamo dalla relazione del segretario alcuni passi della sezione Migranti, risorsa e integrazione relativa al tema dei diritti dei migranti al centro della mobilitazione del primo marzo.
«Il primo giorno del nostro congresso coincide con la giornata di mobilitazione dei migranti italiani.
Noi abbiamo ritenuto la proposta, poi accantonata, dello sciopero dei migranti una scelta inopportuna.
Continuiamo ad essere convinti che i problemi di questi lavoratori siano anche i nostri e che un mondo del lavoro spaccato in due – con gli italiani che difendono i propri diritti ed i migranti che lottano per ottenerli in modo separato – rischi di peggiorare ulteriormente la situazione.
Quanto successo nelle scorse settimane a Rosarno e quanto accaduto a Milano in viale Padova, potrebbe facilmente accadere in altre parti d’Italia dove, nell’agricoltura ed in altri settori produttivi, migliaia di immigrati irregolari sono costretti a lavorare e vivere al limite dell’umano tollerabile, sottoposti ai ricatti di chi vive di economia sommersa, anche a causa dell’attuale normativa sull’immigrazione che condanna all’espulsione chiunque decida di denunciare le condizioni di lavoro.
La vicenda di Milano sta a dimostrare il fallimento delle politiche del centrodestra in tema di immigrazione. Comune, provincia e regione, sono governati da 15 anni da amministrazioni di centrodestra; la legge che regola la materia si chiama Boss-Fini: se questi sono i risultati, una classe politica responsabile dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione provvedimenti che forse sono utili in una campagna elettorale, ma che dimostrano ogni giorno la loro inconsistenza.
Vorrei anche dire che le dichiarazioni di un esponente politico regionale all’indomani dei disordini di via Padova, arrivato a proporre “rastrellamenti casa per casa”, pongono anche un problema di civiltà.
Mi sarei aspettato di fronte a tali deliranti affermazioni un moto di indignazione diffuso: non è più accettabile che chi ricopre cariche istituzionali e di governo in importanti amministrazioni si lasci andare a simili inqualificabili affermazioni.
La tragedia di Rosarno parla invece a tutto il Paese: bisogna ricostruire relazioni che mettano al centro la capacità di convivere con le diversità, del vivere insieme, del rispetto di diritti e doveri di cittadinanza e del lavoro, per tutti e da parte di tutti. Questa situazione è il frutto di una politica migratoria non governata, utilizzata in maniera sistematica come arma di propaganda politica, e dell’incancrenirsi di situazioni di estremo sfruttamento e degrado, dove lo sbocco della guerra tra poveri, presto o tardi, rischia di diventare l’esito più probabile. […]
È invece su politiche di inclusione, su progetti di integrazione – partendo dalla scuola – e di sostegno a tutte le famiglie che si trovano coinvolte dalla crisi economica, che occorre puntare, per rinsaldare una vera coesione sociale basata sui valori della solidarietà e dell’accoglienza».

Enzo D’Antuono confermato presidente dell’Arci provinciale

Il nuovo direttivo dell’associazione, eletto nel Congresso provinciale dell’Arci di Como di domenica 28 febbraio al Arci Mirabello di Cantù, ha confermato per altri quattro anni l’incarico al presidente uscente.

Si è svolto domenica 28 febbraio il congresso provinciale dell’Arci. La relazione del presidente uscente Enzo D’Antuono è stata approvata all’unanimità dai delegati e apprezzata dai molti ospiti intervenuti in rappresentanza di associazioni e movimenti politici.
Si sono quindi svolte le elezioni del Consiglio direttivo per il quale sono stati scelti Celeste Grossi, Danilo Lillia, Davide Marelli, Ecclesio Galletti, Enzo D’Antuono, Gianpaolo Rosso, Jlenia Luraschi, Laura Molinari, Marcella Cirrincione, Marco Ferrari, Mauro Oricchio, Moreno Tagliabue, Raffaele Pozzi.
Nella sua prima riunione il nuovo Consiglio ha eletto Enzo D’Antuono presidente, Gianpaolo Rosso vicepresidente e Laura Molinari segretaria e ha deciso che invitato permanente alle riunioni sarà Diongue Mbaye.

No SEL alle elezioni

Sinistra Ecologia e Libertà non ce l’ha fatta. Raccolte solo 1500 firme delle 1750 previste dalle norme elettorali provinciali per il collegio di Como.

La lista Sinistra Ecologia e Libertà non sarà presente nel collegio di Como alle prossime elezioni regionali del 28 e 29 marzo non avendo raggiunto il quorum previsto di firme per la presentazione.
«Ringraziamo cittadine e cittadini, associazioni, reti e movimenti che ci hanno dato fiducia e aiutato nella raccolta – scrivono i promotori provinciali in un comunicato -. Era un obbiettivo ambizioso per un soggetto politico come il nostro, da poco costituito e che non ha sedi, strutture e poche figure istituzionali da adibire come autenticatori e che, pertanto ha iniziato troppo in ritardo la raccolta delle firme, sicuramente molto dopo che i partiti tradizionali, strutturati storicamente sul territorio avevano quasi terminato l’operazione di raccolta firme».
La lista sarà però presente in 8 su 12 delle maggiori provincie lombarde e a Como si porrà come riferimento «per tutte quelle persone che aspirano ad una sinistra dai forti contenuti ideali, in ambito sociale ed ambientale, di tutela dei beni comuni (l’acqua in primis) e dei diritti dei più indifesi, ma costruttiva e propositiva, che ha dimostrato (vedi Vendola) di poter essere anche forza di governo alternativa al potere imperante delle destre».

Storia e propaganda

Solo gli strumenti critici della storia permettono di comprendere il significato del Giorno del Ricordo fuori dalle letture di parte della propaganda. Un incontro organizzato dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta con Roberto Spazzali e Gino Candreva venerdì 26 febbraio.

Il complesso e conflittuale rapporto tra storia e propaganda è stato al centro dell’incontro organizzato venerdì 26 febbraio alla biblioteca comunale dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta in occasione del Giorno del Ricordo.
«Questa ricorrenza del calendario civile – ha spiegato Lidia Martin, dell’Istituto Perretta, che ha coordinato i lavori – non ha una funzione unificatrice come quello della Memoria, ma suscita contrasti e polemiche per l’errore di raccontare solo una parte di storia, quella finale astratta dal contesto con quella che Alessandra Kerstevan ha felicemente definito “mala storiografia”. Per questo l’iniziativa dell’Istituto Perretta è stata quella di proporre interventi di chi fa ricerca utilizzando gli strumenti della ricerca storica».
«Sono temi che suscitano interesse – ha spiegato Roberto Spazzali, dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli e Venezia Giulia – perché la storia della Venezia Giulia è la storia dell’Italia e dell’Europa e le vicende tragiche accadute sul nostro confine orientale sono paradigmatiche, possono essere utili per comprendere altre situazioni di crisi. Si tratta di un problema civile, comprendere quello che è successo può essere un primo passo per costruire un avvenire diverso».
Insegnante e ricercatore dal 1984 Spazzali ha raccontato come all’inizio fosse difficile occuparsi di questi argomenti su cui era calato l’oblio, il tutto era etichettato come questione locale per fattori di diverso opportunismo politico.
Il 10 febbraio 1947 l’Italia fu sottoposta al Trattato di Parigi dalle potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale, ma la celebrazione della vittoria sul nazifascismo del 25 aprile rendeva meno evidente il fatto che fosse uscita sconfitta dalla guerra e che dovesse accettare le condizioni tra cui la ridefinizione dei confini.
L’Italia, dal canto suo, aveva commesso numerosi errori tra il 1918 e il 1920 nei territori acquisiti dopo la prima guerra mondiale, per esempio con l’abolizione dei patti agrari e poi con l’avvento del fascismo con la chiusura delle scuole croate e slovene: il fascismo come sinonimo di italianità fu un grande inganno.
Spazzali ha poi fatto chiarezza su molti aspetti della questione spesso distorti e strumentalizzati. Le tensioni tra croati, sloveni e italiani erano già iniziate con l’emergere dei grandi partiti di massa. L’esodo degli italiani da quelle terre non fu rapido e improvviso, come quelle biblico degli anni ‘90 in Bosnia, ma fu un lungo stillicidio durato dal 1943 al 1956. Infine il numero degli scomparsi: le persone sepolte nelle cavità carsiche, secondo i dati più attendibili, sono meno di 500 (271 salme recuperate in Istria).
Complesso ricostruire avvenimenti in questo territorio particolare: tra i rivoluzionari croati del Castello di Pisino che barattavano la vita dei prigionieri con i pochi oggetti di valore rimasti alle famiglie c’erano anche italiani; quando l’esercito jugoslavo entrò a Trieste il 1 maggio 1945, disarmò e fermò i giovani del Comitato di Liberazione Nazionale che erano insorti il giorno prima e molti di loro finirono nelle liste di proscrizione, furono catturati e deportati in campi di internamento secondo la tragica dinamica delle “idee assassine” di Conquest.
«A Trieste c’erano due partiti comunisti negli anni ’60 – ha concluso Spazzali –  e di questi fatti non se ne poteva parlare perché agli Usa nel 1948 tornava utile la posizione antisovietica di Tito perciò la questione andava chiusa seguendo la dinamica della guerra fredda. Oggi nella nostra città vivono 8000 serbi e 2500 albanesi inseriti nel tessuto sociale, hanno iscritto i loro figli nelle scuole italiane, non provano nessun risentimento, sentono il potere attrattivo della cultura italiana».
Gino Candreva, insegnante e redattore della rivista Zapruder del progetto Storie in movimento, si è soffermato sulla scelta del 10 febbraio come data del Giorno del ricordo: istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, vicino nel calendario al 27 gennaio, Giorno della Memoria, facile a confusioni anche nel nome con l’intento di “olocaustizzazione” delle foibe attraverso un parallelo inaccettabile.
«Nel corso degli anni – ha commentato Candreva – gli italiani da vittime sono diventati martiri della loro italianità con una terminologia che rivela revanscismo nazionalista e a ciò si intreccia la riproposizione dei miti della vittoria mutilata e degli “italiani brava gente”». Altro luogo comune l’abbinamento della visita della Risiera di San Sabba a Trieste e la foiba di Basovizza.
Candreva ha poi proposto un breve filmato di analisi della fiction Il cuore nel pozzo prodotta dalla Rai, vista nel 2005 da 17 milioni di telespettatori e riproposta anche quest’anno in occasione del Giorno del Ricordo.
Senso comune nazionalista e anticomunista sono gli ingredienti della storia (consulente il prof. Giovanni Sabbatucci, docente di Storia Contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma) in cui l’eroe è un alpino della divisione fascista Monterosa, i partigiani jugoslavi sono dipinti come feroci assassini e il ruolo dei bambini è fortemente strumentale. A uno di loro, orfano di genitori infoibati, viene affidato il messaggio centrale: i soldati italiani vengono accusati di vigliaccheria, di avere abbandonato le armi e non avere combattuto contro gli slavo comunisti. Candreva ha poi denunciato una preoccupante tendenza politica a dettare quello che gli storici devono scrivere sui manuali scolastici e come denaro pubblico sia usato in grande quantità per acquistare libri pubblicati da case editrici di estrema destra, che poi vengono distribuiti alle scuole.
«C’è ancora tanto da chiarire su questa questione per costruire una vera coscienza europea – è la conclusione di Candreva -, ci vorrà tempo, ma il nostro compito è quello di lasciare gli strumenti su cui lavorare a chi verrà dopo. [Antonia Barone, ecoinformazioni]

Il Congresso dell’Arci al Primo marzo

L’assemblea congressuale dell’Arci provinciale di Como, riunita il 28 febbraio al Circolo di Mirabello, ha approvato all’unanimità la partecipazione dell’associazione alla mobilitazione del primo marzo per i diritti dei migranti.  A tutti i partecipanti al congresso è stato distribuito un fiocco giallo simbolo dell’adesione alla manifestazione.

 

Appello per la mobilitazione del primo marzo

Con una nota che pubblichiamo integralmente del segretario generale Alberto Zappa, la Fim Cisl invita alla partecipazione alla mobilitazione del primo marzo a Cantù per i diritti dei migranti.

«Tutti al presidio che si terrà il primo marzo 2010 dalle 17.30 alle ore 20 in largo 20 settembre a Cantù.
Tutti con un segno giallo accenderemo l’accoglienza e spegneremo la violenza.
Il comitato primomarzo2010 di Como ha realizzato in poco tempo questa iniziativa che si colloca nella mobilitazione nazionale ed internazionale sui diritti dei migranti.
Occorre dare voce e chi non ha voto. Occorre dare spazi di rappresentanza per una vera e corretta coesione sociale. Occorre affermare diritti e doveri che muovano dall’uguaglianza come principio attraverso cui realizzare l’inclusione e l’accoglienza.
Domani i migranti e le loro associazioni saranno i protagonisti. A Cantù, credo unica iniziativa in tutta Italia, i partecipanti al presidio si sposteranno alle ore 20.00 nella sala consigliare per un Consiglio comunale informale. Un momento di ascolto e confronto da cui si potrà partire per un viaggio lungo ed impegnativo in cui tutti dovranno dare il proprio contributo e la propria opinione, anche critica. Al di là di ogni appartenenza politica ed associativa. Questo è lo spirito da cui è stato costituito il Comitato primo marzo a Como.
Per questo la Fim Cisl di Como ha aderito e sostenuto con convinzione questa iniziativa. Saremo in tanti. Non mancare».

Una giornata insieme a noi, il primo marzo passalo in giallo

Presidio in largo XX settembre a Cantù dalle 17.30 alle 20 lunedì 1° marzo promosso dal Comitato primo marzo di Como. Dalle 18.30 alle 19.30 l’ora dei saperi e dei sapori dal mondo. Aderiscono Acli, Associazione 3 febbraio Erba, Anolf Cisl, Arci Cantù, Arci Como, Associazione Teranga di Cantù, Associazione La soglia di Cantù, Associazione “Trapeiros di Emmaus” Erba, Associazione in viaggio di Menaggio, Associazione per la sinistra di Como, Cgil Como, Cisl Como, Chiesa valdese di Como, Coordinamento comasco per la Pace, Emergency Como, Fai Cisl – Femca Cisl – Filca Cisl – Fim Cisl Como, Fiom Cgil Como, Forum Immigrati del Pd, Giovani democratici di Como, “L’Isola che c’è”, Ong Asem Pd Como, Prc Erba, Spazio donne laboratorio interculturale Cantù, Verdi di Como.

Mafia export

Le mafie, fenomeno economico globale, possono essere combattute sviluppando un nuovo senso democratico e civile contro la cultura dell’illegalità. Presentato giovedì 25 febbraio in biblioteca il libro Mafia export di Francesco Forgione.

Il circolo culturale Willy Brandt ha organizzato una serata con Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare antimafia e ora docente di storia e sociologia delle organizzazioni criminali all’Università dell’Aquila.
Mafia export il titolo dell’incontro, dall’omonimo testo di Forgione nel quale si descrive, anche attraverso carte geocriminali, la globalizzazione delle organizzazioni mafiose italiane che in questo modo hanno accresciuto in maniera davvero preoccupante il loro potere.
L’idea errata che la mafia non esista al di fuori delle regioni d’origine è il primo muro da abbattere. «Bisogna rompere l’ipocrisia per cui fino a quando le strade non sono insanguinate, le mafie non si vedono e non esistono – ha spiegato Forgione – e poi la falsità secondo cui anche se arrivano in un territorio i soldi dei mafiosi, non arrivano i mafiosi».
Attualmente la mafie italiane sono grandi holding economico-finanziarie: un fatturato tra i cento e i centocinquanta miliardi di euro annui reinvestiti in gran parte in attività legali e quindi difficilmente rintracciabili.
Il recente caso di cronaca che vede accusato il senatore Nicola Di Girolamo per essere stato eletto con i voti della ‘ndrangheta conferma quanto la doppiezza del potere abbia accompagnato la presenza e lo sviluppo della mafia in Italia e all’estero. «La ‘ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale più potente – ha commentato il docente –: muove grandi capitali in tutto il mondo e controlla il traffico della cocaina; inoltre non ha pentiti perché ha una struttura fondata su legami familiari e di sangue».
Milano è oggi la capitale della ‘ndrangheta e anche la prima piazza di consumo di cocaina per abitante. E il prezzo di questa droga passa dai 1000/1200 euro al chilo del produttore in Colombia ai 60000 al chilo per lo spaccio in Europa: un guadagno davvero imponente per chi la commercia.
Una mafia arcaica e moderna al tempo stesso è quella descritta nel libro di Francesco Forgione. Nel retro del ristorante di Duisburg, in Germania, dove avvenne, il 15 agosto 2007, la strage di sei giovani originari del piccolo paese aspromontano di San Luca, venne ritrovata una sala per riunioni con tredici sedie e la statua di san Michele arcangelo, protettore della ‘ndrangheta. Questi simboli, così come i riti di ammissione nelle cosche, creano appartenenza e producono un modello di vita sociale anche lontano dai territori non tradizionalmente mafiosi.
Gli ordini attraverso i pizzini di Provenzano, difficilmente intercettabili, o le telefonate tra Locri e La Paz nelle quali i finanzieri dell’antidroga ascoltavano solamente fischi (gli stessi utilizzati dai pastori dell’Aspromonte per comunicare in montagna) dimostrano come anche a livello internazionale siano ancora radicate tradizioni e stili di comportamento arcaici.
L’esercito e l’azione giudiziaria nulla possono contro questa potenza: è necessario smontare l’ipocrisia dei governi che non vogliono vedere questa presenza sempre più diffusa e pericolosa.
Rispondendo alle domande di alcuni dei presenti, Forgione ha quindi offerto una possibile via da percorre: «Il mio libro non è ottimista, ma presenta una testarda volontà: tentare sempre perché la parola rassegnazione non può esistere! Dobbiamo creare un’alternativa di società, un nuovo senso democratico e civile che contrasti lo sviluppo della cultura illegale mafiosa».
Indispensabili anche nuovi meccanismi vincolanti per la scelta dei candidati dei partiti, per l’espulsione dalle imprese di chi delinque, così come per tutte le categorie di professionisti che vengono coinvolti in affari mafiosi e una discussione sul diritto penale europeo per poter sequestrare e confiscare in tutta Europa i beni dei boss.
«Dobbiamo avere fiducia nella lotta alla mafia, i passi avanti degli ultimi vent’anni ci spingono a farlo; era impensabile poter lavorare nelle terre di mafia e condurre certe battaglie sociali e civili – ha concluso Forgione – : non è importante quello che loro ci hanno fatto, ma quello che noi facciamo di quello che loro ci hanno fatto».
Francesco Forgione, Mafia export, Baldini Castoldi Dalai editore, p. 384, 2009, 20 euro. [Tommaso Marelli, ecoinformazioni]

Abrogare la privatizzazione dell’acqua

Sala Noseda piena il 25 febbraio, per l’incontro sulla «Gestione pubblica dell’acqua in provincia di Como» promosso dal Comitato comasco per l’acqua pubblica. Al centro della discussione le iniziative verso i tre referendum abrogativi delle norme che hanno privatizzato l’acqua, per rendere possibile la gestione pubblica di questo bene comune.

Grande partecipazione da parte dei cittadini *giovedì 25 febbraio all’incontro sull’acqua pubblica che si è svolto presso la Sala Noseda della Camera del Lavoro. La serata è nata per fare il punto della situazione sul quadro normativo sul quale si inserisce il referendum nazionale per l’acqua pubblica e sulla situazione a livello locale. Per quanto riguarda i referendum, sono stati presentati i tre quesiti (non ancora depositati definitivamente) per i quali ad aprile inizierà la raccolta firme. Il primo quesito, il più sostanziale, chiede l’abrogazione totale dell’articolo della legge votata a novembre 2009 che contiene il principio della privatizzazione dell’acqua. Il secondo quesito è contro l’introduzione di altri elementi alla privatizzazione, legati all’affidamento a società di capitali dell’acqua; il terzo quesito referendario infine concerne la rilevanza economica a chi gestisce l’acqua.
Il dibattito di ieri sera, al quale hanno preso parte anche alcuni amministratori locali, si è focalizzato molto su quest’aspetto, come spiega Roberto Fumagalli, presidente del Circolo ambiente “Ilaria Alpi”, ovvero sul «principio secondo il quale la tariffa deve coprire tutti i costi». Secondo i movimenti e le associazioni impegnate contro la privatizzazione dell’oro blu, questo principio va assolutamente contrastato: «spetta alla fiscalità generale risanare le opere e la rete idriche, i fondi non vanno coperti attraverso la tariffa». Come dire, basterebbe una “grande opera” inutile in meno, per riqualificare il sistema idrico nazionale.
A livello locale, nel frattempo, le acque sono ferme, è il caso di dirlo. La situazione di stallo attuale riguarda il percorso avviato a livello di ATO in merito alla suddivisione del servizio in due parti – gestione ed erogazione – da affidare a due società diverse, con l’obbligo di mettere a gara – e quindi di privatizzare – il servizio di erogazione: le associazioni comasche avevano paventato ai Comuni il rischio di incostituzionalità, così è stato e dunque tutto è stato azzerato. «I sindaci hanno sentito solo le sirene della Regione a favore della privatizzazione dell’acqua e hanno ignorato le mille voci della società civile che chiedevano che l’acqua restasse pubblica: abbiamo avuto ragione noi» commenta Fumagalli.
Si muove invece qualcosa sul fronte della mobilitazione verso il referendum, anche a Como. Ieri sera alcuni cittadini presenti all’incontro si sono presi l’incarico di seguire la raccolta firme sul territorio, organizzando iniziative, banchetti ma anche eventi e serate ad hoc. La campagna inizierà dopo le elezioni regionali e in particolare dal 10 aprile; in concomitanza di quella data si terrà a Como un’altra iniziativa pubblica per lanciare la raccolta firme verso il referendum per l’acqua pubblica. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

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