Lavoro in Ticino
Sono molte le opportunità di lavoro in Ticino. Su Reteco un ampio elenco di offerte consultabili.
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Energia felice e solare e una nuova stagione di scienza e azione politica per contrastare la follia dell’avventura nucleare voluta dal centrodestra. Questa la proposta di Mario Agostinelli, invitato a Como martedì 15 dicembre dall’Associazione per la sinistra per presentare il libro scritto insieme a Pierattilio Tronconi che disegna la via di una ricomposizione del rapporto uomo natura.
Una quarantina di persone, pochi i giovani, hanno partecipato all’incontro organizzato dall’Associazione per la sinistra di Como martedì 15 dicembre all’Unione dei circoli cooperativi a Como per la presentazione del libro L’energia felice. Dalla geopolitica alla biosfera di Pierattilio Tronconi e Mario Agostinelli. Dopo un’introduzione, per l’Associazione, di Ivan Lembo Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni, dopo una breve illustrazione del testo, ha chiesto ad Agostinelli: «Data la inevitabile diminuzione delle risorse fossili, c’è la possibilità che ciò obblighi alla costruzione di un mondo diverso? È possibile sperare?». Decisamente positiva la risposta dell’ex sindacalista varesino, reduce dalla Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni unite, «Copenhagen è stata un stupenda e immensa manifestazione, anche se qui se ne è parlato solo per problemi di ordine pubblico, là c’erano mamme con bambini, gente alle finestre, partecipanti da tutto il mondo» ha precisato «in questo periodo entrano in gioco direttamente i popoli del mondo e non i loro governi». «I giovani capiscono e introiettano che non si può andare avanti così e nel 2050 o 2070 chissà cosa succederà. Si inizia a contare il tempo alla rovescia» per questo «l’idea che si viva solo nel presente, che ha distrutto la sinistra, ora è rimessa in discussione». Per Agostinelli stiamo finendo le fonti fossili su cui si è basata tutta la rivoluzione industriale, non si potrà andare più oltre, se non per 2-3 generazioni. Abbiamo bruciato nel giro di una dozzina di generazioni quello l’energia solare ha prodotto nel volgere di qualche milione di anni; un consumo enorme di energia che sta per di più “ingolfando” l’atmosfera. Si è spostato l’equilibrio della biosfera, che ha un comportamento non lineare e non può più ritornare esattamente al punto iniziale. La vita così come la conosciamo è nata e si è sviluppata in un preciso range ed entro certi limiti climatici e il surriscaldamento del globo ha effetti devastanti. L’innalzamento di un solo grado della temperatura degli oceani ha stravolgendo la catena alimentare. Ad esempio «in Cile i banchi di pesci si sono spostati di mille chilometri!». «L’ingiustizia sociale ed i cambiamenti climatici sono collegati», le peggiori alluvioni avvengono nei delta dei grandi fiumi del Terzo mondo, la desertificazione avanza sempre più nel Sahel subsahariano. Qui sta il nesso per l’autore fra ambientalismo e sinistra per cui bisogna «sconfiggere la catastrofe climatica e l’ingiustizia sociale». Il sistema delle grandi centrali generatrici di energia impone dei modelli e, nel caso del nucleare, «di un vero e proprio controllo militare del territorio, perché un piano di emergenza ha bisogno di un controllo ferreo per 17 chilometri attorno». E la contrarietà a opere simili per l’esponente ambientalista non è riducibile solo al Nimb (Not in my Backtard – non nel mio cortile), ma a fattori decisivi come il deprezzamento delle case o, per esempio, la possibilità o meno di continuare le produzioni agricole. «Nessuno decide il modello economico che viene imposto in maniera verticale» perciò una ridefinizione dei modelli energetici con l’introduzione di fonti di energia alternative porterà ad una struttura economica differente con l’obiettivo di «una produzione di energia che segua uno sviluppo cooperativo, non dell’offerta». Un traguardo da raggiungere con la consapevolezza che la trasformazione di energia, anche alternativa, produce scorie, le eliche degli impianti eolici, i pannelli di silicio, che vanno smaltite. A chi dice che le energie alternative non possono bastare il consigliere regionale risponde che sono in forte crescita, le uniche che aumentano così tanto, ma che serve anche un ridisegno energetico e la riduzione del consumo procapite. Per fare questo servirà la ricerca, un lavoro stabile, «tenete presente che per ogni chilowattora di energia solare ci sono 17 persone occupate contro 1 per chilowattora del petrolio», ritornare ad una dimensione umana, ridisegnare le città, e «pensare non ai singoli, ma alla specie umana». Un cambiamento che non deve essere autoritario e imposto ma «da vivere con passione allegria» per la cui realizzazione «dobbiamo impadronirci della narrazione» e per Agostinelli solo la sinistra può avere la capacità di fare una simile operazione. Da qui l’importanza di internet: interventi, slide, filmati, sono disponibili sul sito http://www.marioagostinelli.it. La speranza non è quindi morta «non è insanabile la frattura tra uomo e ambiente. Sono stati acquisiti dei concetti che fino a qualche tempo fa non erano neanche immaginati, quello di bene comune, di tempo che si conta all’indietro, di biosfera». Ora, dopo la nascita del grande movimento per l’acqua come bene comune, ha prospettato Agostinelli potrebbe nascerne uno anche per l’energia. [Michele Donegana, ecoinformazioni]
Pienamente riuscita la scommessa del Coordinamento comasco per la Pace che ha puntato sul tema dei diritti dei migranti anche per rafforzare il suo ruolo di sodalizio impegnato nello sviluppo della cultura e delle buone pratiche pacifiste. Più di 800 i partecipanti alla tre giorni allo Spazio Gloria che si è chiusa domenica 13 con le delizie del gusto offerte nel buffet etnico della Cooperativa Questa generazione e di Aclichef.
Non è la prima vota che succede con le iniziative del Coordinamento comasco per la Pace, ma quest’anno davvero tanti erano i dubbi e le incertezze di una proposta alta culturalmente, necessaria politicamente, ma rischiosissima come quella fatta decidendo di dare seguito alla Campagna Non aver paura, apriti a gli altri, apri ai diritti addirittura con un convegno. Il rischio, in un territorio più volte apparso, almeno nelle sue componenti più retrive, ostile all’accoglienza, che il tema di In alto mare avesse poche possibilità di essere compreso e condiviso era concreto. Ma fin dalle fasi iniziali dell’organizzazione della tre giorni pacifista si è visto che la provincia di Como è anche un territorio fecondo per la solidarietà, la capacità di cogliere le trasformazioni incontrovertibili del mondo e la volontà di studiare e tentare di comprendere i processi in corso. Il primo successo è venuto dall’estrema ricchezza e varietà delle associazioni, sindacati, istituzioni che hanno deciso di copromuovere l’iniziativa. Poi, a partire da giovedì sera – il 10 dicembre sessantunesimo anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani – sono stati i partecipanti all’iniziativa a valutarne positivamente l’organizzazione e l’eccezionale valore culturale, umano e politico. Sorprendente, ma pienamente meritato l’incoraggiamento venuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini che ha saputo cogliere, consigliato riteniamo dal parlamentare comasco Alessio Butti, il valore dell’iniziativa lariana che pure le forze politiche locali hanno quasi completamente ignorato. Nella giornata di sabato al mattino con le scuole (400 gli allievi presenti, quasi altrettante le prenotazioni che gli organizzatori non hanno potuto soddisfare per le dimensioni della sala) prima con lo spettacolo Sogni clandestini poi con le relazioni di Severino Proserpio, di Kossì Komla Ebrì e di Gabriele Del Grande si è centrato il tema agganciando l’attenzione dei giovani spettatori che si sono dichiarati entusiasti dell’occasione loro offerta. La giornata di sabato si è poi sviluppata con la minirassegna cinematografica nella quale, se qualche perplessità ha determinato in una parte del pubblico il film Amore che vieni amore che vai, importanti e aprezzatissimi sono stati i messaggi di Pane e cioccolata e La giusta distanza. Ma è stata forse la domenica a dare il segno di un successo davvero pieno con il seguitissimo seminario Nomadi del presente, cittadini del futuro animato da Roberto Morselli, un’occasione preziosa di confronto e analisi su una questione cruciale per la formazione di tutti i cittadini e le cittadine e con la sessione conclusiva densa e partecipata e tanto avvincente da animare un ampio dibattito e da durare quasi un’ora più di quanto programmato. Di tutto ciò ecoinformazioni ha cercato di dare conto in tempo reale con i lanci dell’Agenzia stampa e con i pezzi inseriti nel blog. Speriamo di aver fatto un utile servizio, certamente siamo pienamente convinti che la scelta della redazione di essere copromotrice dell’evento era doverosa ed è stata opportuna. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]
Ci salveranno i fulmini e il deserto? È l’interrogativo ironico e surreale che dà il titolo al libro di Maria Letizia Grossi presentato alla libreria Punto Einaudi venerdì 11 dicembre per l’iniziativa, aperta da Maria Ambrosoli, presidente dell’Università popolare Auser, con un’introduzione critica di Marco Lorenzini e un dialogo con la scrittrice condotto da Rosa De Rosa.
Si tratta di una raccolta di nove racconti scritti in epoche diverse dall’autrice, insegnante di lettere per oltre un ventennio, redattrice della rivista ècole, impegnata nell’associazione Il Giardino dei Ciliegi di Firenze e nella Società Italiana delle Letterate e animatrice di un corso di lettura e scrittura creativa alla Libreria delle Donne di Firenze. Un orizzonte cupo e chiuso è lo sfondo sul quale si muovono i personaggi che riescono comunque a sognare, a immaginare un futuro risarcimento ai danni del presente. Le protagoniste sono tutte donne vive, quotidiane, creature semplici, ma straordinarie, sono mogli, madri, hanno la gastrite, non hanno terminato gli studi, cercano le ragioni del vivere, non si rinchiudono in se stesse nonostante le difficoltà e le assurdità della vita (la loro che assomiglia moltissimo alla nostra…) e del rapporto con gli altri e il filo conduttore è proprio la modalità in cui le protagoniste femminili si barcamenano nella realtà trovando ciascuna un suo modo personale surreale per sopravvivere nel caos del tempo. Gli uomini ne escono maluccio: aggressivi, gretti, svampiti, superficiali tranne che ne Il Guardiano, unico testo in cui il genere maschile si riscatta nella figura di uno psicoterapeuta tenero e sensibile che sulla tomba della moglie Ines si sforza di ricordare il tono particolare della sua risata, il suo gesticolare o la sua postura consolato dal Guardiano portoghese che afferma con saggezza: «Il tempo se ne va, ma lascia il suo succo, come in una bottiglia. […] La saudade non fa disperare. Ci fa sentire la lontananza, ma anche la persistenza. Conserva il succo. Siamo noi la bottiglia». I luoghi sono i topos della memoria, non un semplice fondale per le vicende degli attori, ma parte di loro stessi e parte corporea della stessa autrice, sono luoghi reali del vissuto (Firenze, Caserta, Altavilla Irpina), del passato e del non ritorno (Lattaquié in Siria), ma anche luoghi dell’anima e del desiderio. Non manca una suggestione tutta comasca con un cenno al Baradello: «È bella la prima mattina in questa parte di Lombardia che si avvicina al lago. Il monte con la torre in primo piano si alza lentamente dalla nebbia e si lascia bagnare dal sole, prima gli alberi in alto, sottili e vibranti dentro il fervore della luce iniziale, poi più giù i pendii folti come una pelliccia verde». Se la specie umana si dimostra inadeguata nel risolvere i problemi ecco gli oggetti animarsi in una sorta di realismo magico che si manifesta in alcuni elementi della natura (il vento del deserto che impedisce una guerra) o il bancomat che vuole riordinare la storia rimediando ai danni del capitalismo. Altri prodigi surreali accadono nel racconto ecologico Moltiplicazioni in cui coltellini da frutta e cucchiaini vagamente sogghignanti sono gli iniziatori di una inquietante autoclonazione di tutti i manufatti umani che, già sovrabbondanti nella normale quotidianità, strabordano e si stratificano in uno scenario apocalittico in cui le persone vanno qua e là come insetti impazziti, urlano, ma non riescono a comunicare nel frastuono assordante. Una creatura riaffiorata da un passato mitologico, come una sorta di coscienza tardiva, osserva: «Gli oggetti erano troppi già da prima, non vi siete accorti che ne stavate fabbricando troppi?» e quando finalmente un tecnico riesce a interrompere World Multiplications, il programma maledetto che ha proiettato le proprie funzioni dalla virtualità alla realtà, l’immondezzaio del troppo, l’enorme bubbone deforme viene sgombrato e convogliato in appositi centri di incenerimento predisposti in prossimità di campi nomadi, mentre le eccedenze vengono spedite al terzo mondo. Attuale anche l’analisi del difficile rapporto nelle coppie di culture diverse in Scambi culturali all’alba del millennio, una sorta di scrittura terapeutica per elaborare dure esperienze autobiografiche dell’autrice: l’innamoramento, la buona disponibilità, la curiosità di conoscere l’altro da sé non sono sufficienti se la barriera da superare è la mancanza di rispetto. Nella postfazione il doveroso tributo ai maestri Domenico Starnone, Elena Gianini Belotti, Antonio Tabucchi, Josè Saramago, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese. E la risposta al quesito del titolo: «L’ironia è un utile mezzo per prendere distanza dagli avvenimenti dolorosi, ma anche un modo per calarsi nei fatti e nella politica e attaccare quello che sulla terra è oppressione e violenza dei pochi sui molti. Consapevole che nella realtà né fulmini né il deserto né i computer né i bancomat o le allergie ci toglieranno le castagne dal fuoco, mi dichiaro comunque speranzosa». Maria Letizia Grossi, Ci salveranno i fulmini e il deserto?, Luciana Tufani Editrice, pp. 192, euro 12. [Antonia Barone, ecoinformazioni]
Il Coordinamento comasco per la Pace traccia un primo bilancio estremamente positivo del Convegno “In alto mare”: complessivamente più di 800 le presenze, altissimo il livello delle relazioni svolte, ampio lo sviluppo di relazioni e contatti per rafforzare la rete pacifista lariana tessuta da 40 amministrazioni comunali e da 50 associazioni.
Il Comunicato stampa diffuso a conclusione della tre giorni pacifista.
“Ci è voluto coraggio per puntare sul tema scomodo dei diritti dei migranti in un contesto culturale, territoriale e politico più propenso all’espulsione che all’accoglienza. Ci è voluto coraggio per farlo senza puntare su star televisive, ma sulla competenza e la passione di relatori e relatrici in larga parte lariani (ma nati in molte e diverse parti del globo) valorizzando, in accordo col tema, la sostanza e non l’apparenza. E ciò che si sperava è accaduto: più di 800 i partecipanti alla tre giorni pacifista, 400 gli studenti entusiasti dell’occasione fornita loro di riflettere e di partecipare alla costruzione consapevole di un nuovo mondo possibile, più di quaranta i docenti e i formatori che nella mattinata di domenica si sono confrontati sulle possibilità di realizzare un’educazione alla cittadinanza planetaria di tutte e di tutti davvero praticabile, successo pieno per gli spettacoli teatrali proposti (Servi e Sogni clandestini), interesse per molti dei film presentati nella minirassegna di Oltre lo sguardo, entusiasmo per l’intervento dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra). Ma il convegno oltre che assicurare emozioni alla vista e all’udito ha saputo sensibilizzare al tema anche il gusto con l’aperitivo etnico a cura della Cooperativa Questa Generazione e di Aclichef, un momento interculturale e conviviale. Il Coordinamento condivide la soddisfazione per il positivo esito dell’iniziativa con i numerosi copromotori del Convegno: Associazione 3 Febbraio, Acli Como, Anolf Cisl, Arci Como, Aspem, Associazione del Volontariato comasco – Centro servizi per il volontariato, Associazione I bambini di Ornella, Associazione Trapeiros di Emmaus, Cgil, Cisl, Clas Cgil, Cooperativa sociale Questa generazione, Donne in nero, ecoinformazioni, Fim Cisl, Fiom Cgil, Ipsia Como, Istituto di Storia contemporanea P. A. Perretta, La Rosa Bianca, Liceo scientifico G. Terragni di Olgiate Comasco”.
Nell’intervento musicale di Francesco D’Auria, Maurizio Aliffi, Simone Mauri e Marco Belcastro al Convegno del Coordinamento comasco per la Pace domenica 13 dicembre è stata eseguita anche la lirica di Rafael Alberti Se equivocò la paloma. Di seguito il testo e la traduzione in italiano.
Se equivocó la paloma,
se equivocaba
por ir al norte fue al sur
creyó que el trigo era agua
creyó que el mar era el cielo
que la noche la mañana…
que las estrellas rocío
que la calor la nevada
que tu falda era su blusa
que tu corazón su casa…
ella se durmió en la orilla tù, en la cumbre de una rama.
Si sbagliò la colomba/ si sbagliava/ per andare verso nord andò a sud/ credette che il grano fosse l’acqua/ credette che il mare fosse il cielo/ che la notte il mattino… / che le stelle rugiada/ che il caldo la nevicata/ che la sua gonna fosse la sua blusa/ che il tuo cuore la sua casa… / ella s’addormentò sulla spiaggia/ tu, nella cima d’un ramo.
L’incontro con l’Altro, la percezione della sicurezza e i possibili modelli di convivenza sono stati tra i temi al centro dell’ultima sessione di «In alto mare», la tre giorni del Coordinamento comasco per la Pace, che si è svolta ieri, domenica 13 dicembre, allo Spazio Gloria.
Gli stranieri minano la nostra sicurezza. Almeno, così parrebbe. Ma basta considerare l’etimologia del termine «sicurezza», che deriva da «sine cura» cioè in assenza di preoccupazioni, per capire che i veri insicuri, nel nostro Paese, sono gli stranieri. A ribaltare il ragionamento e il clichè che declina l’immigrazione come un problema di ordine pubblico – ovvero di minaccia della sicurezza dei cittadini – è stata Chiara Giaccardi, docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen, intervenuta domenica 13 dicembre alla prima sessione della giornata conclusiva di «In alto mare», moderata da Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio. Secondo la sociologa «tradurre la questione della convivenza con l’altro come una questione di sicurezza è una modalità miope e parziale, mentre dovrebbe essere una sfida. Non si tratta di «sine cura» bensì di un surplus di cura, un investimento forte che sarebbe necessario per costruire una reciprocità» tra la popolazione “autoctona” e le persone che migrano verso l’Italia.
Il tema dell’alterità è centrale nella rappresentazione sociale di ogni gruppo: per conoscere chi siamo “noi” dobbiamo forzatamente confrontarci con gli “altri”. Ed infatti «per vivere pienamente le proprie radici – ha continuato Giaccardi – bisogna forse perderle…Mentre la tendenza diffusa è quella di una polarizzazione in due “posture”: siamo globali per certi versi, soprattutto per quanto concerne i consumi e le mode, ma siamo iper radicati negli atteggiamenti difensivi». È così che può capitare che persone dalla dubbia fede cattolica diventino strenui sostenitori del crocifisso, del presepe, di ogni simbolo religioso collegato ad un’identità religiosa alla quale magari non appartengono nemmeno tanto…
Dunque «è l’alterità che ci porta alla comprensione e solo le identità ospitali sono identità libere». Socialmente, perciò, rimuovere, negare l’esistenza di tutto ciò che è lontano e diverso dal nostro gruppo conduce ad un «deficit di senso»: il tentativo di «possedere i significati, applicando un metodo idolatrico» non conduce a capire noi stessi né gli altri, e invece che rendere più sicura la società, la rende meno libera.
E di libertà ha parlato anche Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca, convinta che questo concetto «non si possa rinchiudere in nessuna casa ma debba servire per volare alto». L’esperienza di Villa è quella dei tanti avvocati che accompagnano i migranti nella richiesta di una forma di tutela, che sia lo status di rifugiato, il diritto d’asilo o un permesso umanitario. È la testimonianza, commossa, di chi non sa come dire ad un immigrato che la sua domanda verrà respinta. La procedura, come ha spiegato Villa, passa infatti attraverso le commissioni territoriali sommerse di lavoro, che valutano le domande di asilo o richiesta dello status di rifugiato. L’accoglimento di tali richieste è rarissimo. A quel punto «il cittadino può fare ricorso di fronte ad un giudice che esamina la sua domanda ma è lo stesso soggetto emigrato che deve dimostrare di essere un perseguitato». Questa è infatti la conditio sine qua non per accedere alle forme di protezione previste dalle norme sovranazionali, tra le quali Villa ha citato la Convenzione di Ginevra. In realtà, in Italia avremmo uno strumento giuridico che è come «un treno ad alta velocità»: la Costituzione. L’Articolo 10, infatti, sul diritto d’asilo, introduce un ampio garantismo a favore di chi non gode dei nostri diritti.
Ma dalla Carta ad oggi, ne son passate di Bossi-Fini sotto i ponti…È per questo che «una volta respinta la domanda d’asilo, i migranti, che hanno un permesso di soggiorno provvisorio e magari hanno anche trovato un lavoro», perdono i loro diritti e «diventano rei di clandestinità». Di qui la proposta della rappresentante dell’associazione La rosa bianca: «ribaltare il tema del diritto d’asilo, parlarne non più come di una questione di tutela ma come un problema di libertà di movimento». Per Villa dovremmo «cambiare il lessico del diritto: l’allontanamento preventivo dell’alterità nega di fatto la libera circolazione degli umani, sancita da tutte le fonti giuridiche sovranazionali, inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».
I respingimenti, invece, negano totalmente il principio della libera circolazione e sono, secondo il moderatore dell’incontro, Thierno Ngaye, un indice «di quanto questa società sia moralmente malata». E un ulteriore deterrente per i migranti, che si ripiegano su se stessi, spesso in una condizione di isolamento.
Per uscire da questo rischio di ghettizzazione ed emarginazione sociale, anche la Chiesa gioca un ruolo nella società italiana. A rappresentarla, nel corso della seconda parte del dibattito di ieri, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, è stato monsignor Angelo Riva, proveniente dalla diocesi di Como, docente di teologia morale. A lui il compito di riaccendere il dibattito dopo la performance dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra).
Per Riva, esiste un «dovere all’accoglienza, che si esprime attraverso l’assenza di atteggiamenti razzisti e xenofobi e con il rispetto di diritti e bisogni quali la casa, il ricongiungimento famigliare, il lavoro». L’accoglienza deve essere coniugata, politicamente e normativamente, con la legalità. Oltre a questi due elementi, l’interculturalità, per monsignor Riva, comprende «l’interazione con l’altro che dovrebbe condurre all’integrazione». Un’integrazione che non sia un «melting pot, l’accostamento di culture interscambiabili e quindi relative». Quale può essere allora l’apporto dei cattolici? «La dottrina sociale della Chiesa, la sussidarietà sociale, la fratellanza» sono un bagaglio culturale innegabilmente importante a partire dal quale la società, le comunità possono attingere.
L’attore e mediatore culturale senegalese Mohamed Ba, ultimo relatore del pomeriggio di ieri, ha raccontato la sua esperienza di migrante che ha subito pochi mesi fa un accoltellamento «perché negro», a Milano, senza essere soccorso da nessuno per un’ora. Un episodio successo, come specificato da Ba, una settimana dopo che un esponente politico propose carrozze della metropolitana riservate agli immigrati e quindici giorni dopo che il premier paragonò Milano a una città africana. Come si fa allora a prepararsi all’«appuntamento con il diverso»? E’ un rapporto di dare-ricevere: dunque occorre avere in primis qualcosa da offrire all’altro. Perché «la cultura è una pentola sul fuoco senza il coperchio»: qualcosa esce, qualcosa entra.
Allora l’integrazione, l’interculturalità possono (dovrebbero?) partire dal basso. «Basta decreti per stare insieme», chiosa Ba. È sufficiente rispettare il suo, efficacissimo, «decalogo della convivenza:
-non avere altro dio all’infuori di te,
-non nominare la nazionalità degli altri,
-onora tutte le festività (anche quelle delle altre religioni e culture),
-onora la memoria della tua città e raccontala si nuovi cittadini,
-non testimoniare sulla cultura degli altri se non la conosci abbastanza,
-non rubare la parola agli altri ed impara ad ascoltare,
-non imporre solo i tuoi valori culturali,
-non desiderare solo la tua cultura,
-non desiderare solo la cultura degli altri,
-mai uccidere le differenze culturali».
[Barbara Battaglia, ecoinformazioni]
Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio ha aperto – un centinaio i partecipanti – l’ultima sessione della tre giorni del Cooridnamento comasco dedicata ai diritti dei migranti allo Spazio Gloria domenica 13 dicembre alle 15.
Si sono susseguiti gli interventi di Chiara Giaccardi (docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen), dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra), di Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca.
L’ultima parte, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, presenta le relazioni di mons. Angelo Riva, docente di teologia morale, diocesi di Como e dell’attore senegalese Mohamed Ba.
Chiuderà la tre giorni pacifista il buffet aperitivo etnicoa cura della Cooperativa Questa Generazione della Acli e di Aclichef.
Con l’introduzione al tema di Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento comasco per la Pace e direttrice di école, si è aperto sabato 12 dicembre alle 10 il seminario del Convegno In alto mare allo spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù. Il seminario partecipato da una quarantina di persone, docenti e formatori, dirigenti scolastici e animatori di iniziative di educazione alla Pace è sato condotto da Roberto Morselli, formatore e consulente, membro della redazione di Cem/Mondialità.
Chiara – nella parole del relatore – l’ipostazione dell’iniziativa: «Viviamo sempre più in una società complessa, multiculturale e multireligiosa, figlia dei processi estesi e pervasivi della globalizzazione. Le risposte, individuali e collettive, sociali e politiche, alle sollecitazioni al cambiamento sono ambivalenti: alcuni ritengono opportuno difendere le identità, ancorandole a un territorio, a una tradizione, a una lingua; altri tentano di dar vita a identità aperte, inclusive, plurali, nomadi. Alla cittadinanza di tipo nazionale, legata all’ethnos e allo jus sanguinis, si contrappone quella planetaria, agganciata alla persona, legata al demos e allo jus soli. Per vivere costruttivamente questa tensione e vincere le sfide poste dalla società multiculturale, serve un confronto alto sugli orientamenti di politica educativa, che non riguardi solo gli operatori della scuola ma tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’educazione oggi».
Spazio Gloria gremito per l’ormai tradizionale appuntamento annuale con le scuole del Convegno del Coordinamento comasco per la Pace sabato 12 dicembre. Dopo lo spettacolo teatrale Sogni clanDestini del Gruppo teatrale Ibuka Amizero la mattinata è proseguita, con l’accompagnamento musicale del gruppo Mukami 0, con l’incontro con testimonianze del movimento migratorio che coinvolge l’Italia.
Prospettive dall’interno, con il medico erbese Kossi Komla Ebri, dall’esterno, con l’esperienza dei Bambini di Ornella con Severino Proserpio, e con il tragico momento del passaggio con Gabriele Del Grande dell’osservatorio Fortress Europe.
«Forse si dà per scontato che i diritti ci siano – ha precisato la moderatrice dell’incontro l’ex presidente del Coordinamento e docente del Terragni la scuola copromotrice del Convegno Maria Rita Livio – ma non sempre è così». «L’Europa non a più barriere economiche ma le ha poste fra gli uomini», ha aggiunto .
Proserpio ha ripercorso lo sviluppo socioeconomico della provincia comasca partendo da quando gli imprenditori cercavano di attirare flussi migratori incentivando il più possibile la residenza di immigrati, utili come forza lavoro per l’apparato produttivo locale: «i migranti in un qualche modo li abbiamo voluti noi». Ormai per l’ex sindacalista comasco «la società è diversa e bisogna avere la voglia di costruire un impianto di convivenza», ma la sua attenzione è stata da sempre attirata dalle motivazioni che spingono all’emigrazione. «A Kelle il villaggio in africa dove operiamo 50 o 100 euro di rimesse dagli emigrati permettono di sopravvivere e a volte possono essere fondamentali per curare chi ha bisogno». Proserpio ha spiegato le attività dell’associazione impegnata nella scolarizzazione dei bambini e nell’alfabetizzazione oltre che nella promozione di progetti culturali per l’infanzia, dal teatro ad una scuola per piccoli reporter.
Komla Ebri ha raccontato l’esperienza di cittadino italiano immigrato dal Togo 35 anni fa «che ha palpitato come voi per gli avvenimenti di questo paese». Il dottore erbese ha parlato dell’importanza del pregiudizio «mi giudicano solo per l’apparenza – ha precisato – se indosso il camice bianco sono il dùtur, quando esco dal lavoro divento il vu cumprà». Un problema di relazioni che per lui si supera solo con la comunicazione «i miei pazienti non hanno paura dell’”uomo nero”, ma hanno paura di non riuscire a comunicare con me». Di questi tempi molti parlano di identità «ma cos’è e come si forma l’identità? – si è chiesto – attraverso la famiglia, la scuola, gli amici. Sono gli altri che contribuiscono alla formazione della nostra identità, è la diversità che ci identifica in rapporto agli altri».
Per ultimo Del Grande ha raccontato delle condizioni disumane nei Centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt) portando la propria esperienza diretta di denunce e soprusi nei confronti dei detenuti, denunciando «lo stati di diritto di questo paese sta andando a rotoli. Un diritto costituzionale come quello della libertà viene disatteso. Ti prendono, non hai i documenti in regola e finisci in galera anche se non hai commesso un reato».
Racconti di esperienze dirette di immigrati rinchiusi anche dopo aver lavorato per anni in Italia o rimpatriati anche quando la loro famiglia era ormai qui.
Del Grande ha voluto ricordare i fatti dell’agosto 2004 nel Canale di Sicilia quando dei pescherecci tunisini hanno soccorso un gommone alla deriva e d’accorod con le autorità italiane hanno condotto i sopravvissuti al porto di Lampedusa, dove i soccorritori sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione. «Hanno rispettato la legge internazionale che obbliga a soccorrere chi è in difficoltà in mare» ha sottolineato Dal Grande. Pescatori hanno avuto i pescherecci sequestrati per due anni senza poter lavorare e dopo due anni di processo sono stati condannati a due anni e mezzo di reclusione per non avere rispettato un’ingiunzione che li avrebbe voluto far fermare fuori dal porto all’ultimo momento.
Il rappresentante di Fortress Europe ha spiegato come la raccolta di dati sulle tragedie del’immigrazione nel Mediterraneo, «il Canale di Sicilia è un grande cimitero», sia partia sul sito, all’inizio un semplice blog, per arrivare ad essere tradotto in moltissime lingue.
Un lavoro che ha portato alla realizzazione anche del documentario Come un uomo sulla terra e la contemporanea raccolta di 18 mila firme in un anno per spingere il Governo italiano a vedere come effettivamente la Libia svolga il ruolo di gendarme per le nostre coste.