Costituzione e cittadinanza attiva

C’è sensibilità nella scuola comasca all’approfondimento della Costituzione come mappa della cittadinanza attiva. Una cinquantina di persone hanno seguito giovedì 27 novembre nella Grand’aula del Liceo Volta la prima giornata dei lavori sull’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione organizzata dall’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta.

Attenzione, interesse e buona partecipazione per la prima parte dell’iniziativa sull’insegnamento di Scuola e Costituzione. I lavori sono stati aperti da Bruno Saladino, preside del classico e, dopo l’introduzione di Antonia Barone dell’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta, sono proseguiti con un dialogo sulla Costituzione con Grazia Villa e Luisa Broli seguito dall’intervento del vicedirettore di école Andrea Bagni. L’intervento di Santina Pitrone del Comitato difesa della Costituzione, quello di Celeste Grossi del Coordinamento comasco per la Pace e quello di Alberto Bracchi hanno evidenziato come nel territorio comasco si sviluppino importanti iniziative sul tema molto spesso realizzate con la partecipazione attiva delle scuole e come esse si realizzino spesso in antitesi a pratiche politiche delle destre locali che negano nei fatti i principi costituzionali hanno chiuso la prima parte dei lavori dedicata ad un approfondimento sull’importanza qui ed ora della Costituzione. La serata è stata conclusa dagli interventi di Michele Giacci, dirigente scolastico Ic Fino Mornasco, su Como Cittadinanza e Costituzione: una disciplina di “rete” che “fa rete” e di Patrizia Rini, docente Ic Como Borghi, Le ragioni della sperimentazione.
Per proseguire i lavori l’Isc Peretta dà appuntamento a lunedì 30 novembre, sempre al Volta alle 14.30. Nella seconda giornata si parlerà di Cittadinanza e Costituzione: disciplina o discipline?

Letteralmente femminista

Rivivere la storia delle donne per un futuro di diritti per tutti. È il messaggio lanciato in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne dalla giornalista Monica Lanfranco, che ha presentato in città il suo libro Letteralmente femminista. Perché è ancora necessario il movimento delle donne.

L’Italia occupa il 72esimo posto su 135 Paesi nel rapporto 2009 Global Gender Gap del World Economic Forum (agenzia specializzata delle Nazioni Unite), che misura la differenza tra uomini e donne per quanto riguarda la partecipazione e le opportunità nel mondo economico (salari, posti altamente qualificati e di responsabilità), l’educazione (di base e superiore), la partecipazione alla politica (rappresentanza in strutture amministrative e legislative) e la salute.
Un dato che deve fare riflettere e che deve servire da stimolo a non abbassare la guardia e a non smettere di rivendicare i diritti delle donne anche nel libero occidente se vogliamo poi riuscire a sostenere le lotte delle donne in altre parti del mondo dove il margine di libertà è spesso minimo o inesistente come sottolinea la scrittrice iraniana Azar Nafisi.
Non è stata quindi una celebrazione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne quella organizzata – una cinquantina le persone presenti – da Donne in nero e Ife (Iniziativa Femminista Europea) mercoledì 25 novembre alla libreria Punto Einaudi di Como bensì, come hanno sottolineato Celeste Grossi e Nicoletta Pirotta, il ripercorrere un pezzo di storia delle donne da condividere con le più giovani per immaginare e costruire insieme il futuro.
E il cammino è stato percorso da numerose comasche presenti all’iniziativa con Monica Lanfranco, giornalista, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto, direttora della rivista Marea, attraverso il suo ultimo libro Letteralmente femminista. Perché è ancora necessario il movimento delle donne [Edizioni Punto Rosso, Collana Il presente come storia, pagg. 154, 10 euro]. «Per me è la chiusura di un ciclo di venti anni iniziato con Parole per giovani donne. Diciotto femministe parlano alle ragazze d’oggi  – ha spiegato Monica Lanfranco – . È una lettera alle più giovani al centro della quale sta il racconto dell’unica rivoluzione nonviolenta del secolo breve, cioè il femminismo». Una specie di ponte generazionale che dalla maestra Lidia Menapace, partigiana, impegnata nei movimenti cattolici di base, insegnante, da sempre dalla parte della libertà delle donne passa alle ragazze più giovani perché, come si legge sulla quarta di copertina, «La storia delle donne è dentro ciascuna di noi. Siamo tutte testamenti del passato. Siamo tutte potenziali avvocate del futuro».
Perché parlare di femminismo oggi?
«Ancora si fa fatica a considerare i diritti delle donne come universali e a fare entrare nelle quotidianità il tema della cittadinanza di genere – ha continuato la giornalista  – . Violenza di genere e guerra contro le donne è il titolo di un capitolo del mio libro. Le parole sono pesanti, ma descrivono puntualmente la realtà in cui il maggior numero di atti di violenza maschile sulle donne è compiuto nei luoghi degli affetti generando sangue e sofferenze psicologiche. L’unica via per combatterla è il riconoscimento della violenza, la consapevolezza da parte della donna che i rapporti tra generi possono essere diversi, l’emersione dalla autosvalutazione e dalla mancanza di stima in se stesse: se la violenza non viene riconosciuta è come se non esistesse. E una cultura di violenza genera altra violenza che si perpetua all’interno delle famiglie».
«Le donne cedono il potere perché non si rendono conto di averlo» ha scritto Alice Walker e in effetti «la parola potere nasce come verbo ausiliario – ha detto Lanfranco – , ma è diventata un assoluto, “il potere”, ed è per lo più maschile. Nel senso comune, anche alla luce degli avvenimenti più recenti, abbiamo smesso di pensare alla politica nel suo significato più alto. La politica non è quella dei partiti, bisogna invece ridare corpo alla politica intesa come partecipazione attiva, come relazioni, alimentandola con l’energia della propria differenza critica».
Le femministe di qualche anno fa hanno ottenuto conquiste che le più giovani oggi hanno a disposizione senza neppure conoscere la fatica che ci sta dietro, ma la libertà trovata non è priva di senso di responsabilità per Monica Lanfranco: le giovani donne di oggi non hanno più un destino predeterminato in quanto femmine, ma spesso usufruiscono di una falsa libertà che è quella del mercato, che impone i suoi meccanismi anche nelle relazioni sociali e personali. È la libertà apparente del denaro che diventa la misura di tutte le cose: senza limiti si arriva alla reificazione del corpo femminile fatta passare come scelta, una possibile strada aperta dal femminismo. Significativo a questo proposito il documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo
«Io sono per il conflitto quando è necessario – ha continuato la direttora di Marea -, non si può essere neutrali su scelte negative delle donne come nel caso della guerra, di atteggiamenti di supremazia e sopraffazione o come l’arruolamento nell’esercito. Esiste anche un femminismo critico».
L’appello finale alle più giovani è chiaro: si può sempre tornate indietro (e i segnali non sono certo rassicuranti) se le conquiste non sono considerate preziose.
Una delle vie da praticare è la narrazione che con la sua forza di fascinazione arriva a sovrastare l’ipnotismo televisivo, l’altra è un lavoro profondo all’interno delle donne perché si arrivi ad espugnare la complicità assurda nei confronti della violenza maschile (indimenticabili le urla delle mamme degli stupratori in Processo per stupro e ma ancora diffusa anche tra le donne l’idea che le vittime di violenza in fondo se la sono cercata) e anche un invito ai maschi ai quali è richiesta una chiara presa di distanza dagli atteggiamenti di violenza all’interno del proprio genere.
In fondo, come sostiene Robin Morgan, amata e citata da Monica Lanfranco in tutti i suoi libri, «Non si tratta di una minoranza oppressa che si organizza su questioni valide ma pur sempre minori. Si tratta della metà del genere umano che afferma che ogni problema la riguarda, e chiede di prendere parola su tutto. Il femminismo è questo». [Antonia Barone, ecoinformazioni]

Il Consiglio comunale di Como di lunedì 23 novembre 2009

Ancora una volta i lavori del Consiglio comunale si interrompono per la mancanza del numero legale. La maggioranza nega il diritto delle opposizioni di avere più tempo per avere precisazioni sulla copertura delle entrate non più garantite dall’Ici. Poi alle 23,30 alla spicciolata i consiglieri di maggioranza se ne vanno e quando le minoranze si rifiutano di sostituirli nel raggiungimento del numero legale la seduta viene dichiarata deserta.

La privatizzazione dell’acqua al centro della preliminare di Silvia magni, Pd, al Consiglio comunale di lunedì 23 novembre, che ha definito «frettolose e precipitose le dichiarazione del nostro sindaco secondo cui Como aderirà presto a Como acqua». Per la consigliera il futuro affidamento a quella patrimoniale non è così certo dato che dovrà essere fatta molto probabilmente una gara d’appalto pubblica.
«Il problema della mancanza di luce – ha detto Mario Molteni, Per Como – non è più solo delle periferie ma anche del centro città». Per il consigliere che segnalerà, su indicazione dei cittadini, tutti i punti luce guasti, «in una città civile non si può più andare avanti così».
Alessandro Rapinese, Area 2010, ha chiesto nuovamente al sindaco di nominare il rappresentante per Agenda 21 e ribadito che la Commissione biblioteca non ha ancora cominciato a lavorare.
«Mi duole e sono amareggiato dal comportamento disonesto di lunedì – ha affermato Emanuele Lionetti, Lega, riguardo all’inversione dell’ordine di maggioranza con un colpo di maggioranza – non s possono accettare inversioni per ritardi, scelte di Giunta o per un mancato beneplacito per i revisori dei conti».
Marco Butti, Pdl, ha lodato la «battaglia nei confronti dell’Università dell’Insubria» intrapresa dall’Amministrazione comunale, «troppe volte non è stato rispettato lo Statuto che parla di uno sviluppo paritetico per i due poli di Como e Varese».
Roberta Marzorati, Per Como, ha proposto di valutare l’impatto dei diversi tipi di droghe analizzando i reflui degli scarichi fognari come a Milano o Lugano, per avere dati certi sull’utilizzo delle sostanze stupefacenti.
Dopo un minuto di silenzio per i cinque militari italiani morti a Pisa in un volo di addestramento il Consiglio ha iniziato a discutere dell’assestamento di Bilancio.
L’assessore Gaddi ha presentato il documento ai consiglieri sottolineando le maggiori spese per il pagamento dei dipendenti, e 600mila euro in più da consegnare a Comodepur per la depurazione delle acque («le acque dipendono dalla piovosità dell’anno» ha dichiarato). Aumentano i mutui e diminuiscono gi oneri di urbanizzazione e le monetizzazioni.
Dopo alcune domande di chiarimento, tra cui la richiesta di Marcello Iantorno, Pd, di avere precisazioni sulla copertura delle entrate non più garantite dall’Ici, non ancora pagate dal Governo centrale, le minoranze hanno chiesto del tempo per riflettere.
Dopo 20 minuti di pausa le opposizioni hanno chiesto la sospensione della seduta per poter avere più tempo per studiare alcuni documenti aggiuntivi consegnati nel pomeriggio in Commissione e per magari avere alcune risposte a delle domande poste da Bruno Magatti, Paco, nella stessa sede per cui gli uffici hanno chiesto del tempo per rispondere.
Negativa la risposta del presidente Pastore, «tutti i documenti erano disponibili da una settimana oggi è stata consegnata solo una piccola precisazione», e della maggioranza.
Contrariato Vincenzo Sapere, Gruppo misto, «tutti i consiglieri devono avere il tempo di poter leggere i documenti». Con le minoranze anche Lionetti stigmatizzando «la negligenza del mio partito – precisando che –in entrambe le due sedute della Commissione non erano presenti i rappresentanti della Lega».
La seduta è proseguita e sono intervenuti Donato Supino, Prc, che ha definito «un bilancio dal punto di vista politico falso» quello presentato dal Comune dati gli scostamenti da quello preventivo e lo stralcio a fine anno di molte delle opere preventivate. Per il consigliere comunista qui sta il problema delle priorità della scelta delle opere da fare, dato che poi decide la Giunta cosa attuare e cosa no.
«Ci sono i soldi per gli studi sulle paratie e non per rifare gli impianti elettrici delle scuole materne!» ha denunciato Sapere, che ha attaccato anche l’assegnazione di incarichi professionali.
Magatti si è concentrato sull’appalto per il teleriscaldamento e l’efficienza energetica degli stabili pubblici e su a chi giova il miglioramento della stessa «parliamo di un appalto dal 2002 al 2011 per 2,5 milioni di euro l’anno affidato ad una associazione temporanea di impresa la cui capofila è Acsm».
Finito l’intervento del consigliere della rondine Bruno Saladino, Pd, ha chiesto la verifica del numero legale, mentre uscivano i consiglieri di opposizione. In prima battuta solo 18 consiglieri erano presenti in aula che al secondo appello alle 23.31 sono diminuiti a 13. La seduta è stata dichiarata deserta. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Speranze per l’acqua in Lombardia

Fermata la privatizzazione dell’acqua in Lombardia. La Corte costituzionale blocca la legge regionale che separando la gestione dalla erogazione apriva la strada alle speculazioni private. Soddisfazione degli ambientalisti lariani.

Roberto Fumagalli, del Comitato italiano per il Contratto mondiale sull’acqua, accoglie positivamente la decisione della Corte costituzionale di bocciare la legge regionale lombarda che obbligava alla separazione della gestione delle reti dall’attività di erogazione dei servizi idrici. Con la sentenza n. 307 del 16 novembre 2009, la Corte costituzionale ha dichiarato infatti l’illegittimità dell’art. 49, comma 1, della legge della regione Lombardia del 12 dicembre 2003, n. 26 modificata nel 2006, in seguito al ricorso presentato dal governo Prodi. La commissione sottolinea come «le competenze comunali in ordine al servizio idrico, sia per ragioni storico-normative, sia per l’evidente essenzialità di questo alla vita associata delle comunità stabilite nei territori comunali, devono essere considerate quali funzioni fondamentali degli enti locali». L’obbligo alla sostanziale privatizzazione, previsto dalla legge regionale, era stato contrastato dalla proposta di referendum abrogativo sostenuto da 144 Comuni lombardi che nel 2009 aveva portato alla modifica della legge regionale. Nel concreto la sentenza boccia i Piani d’Ambito e le delibere di alcuni Ato (Ambiti territoriali ottimali) che nel periodo 2006-2008 avevano adottato il principio della separazione gestione/ erogazione. Tra questi anche l’Ato di Como, oltre a quelli Cremona, Lecco, Pavia, Varese e provincia di Milano. Si tratta dunque ― per Fumagalli ― di una vittoria a difesa dell’acqua pubblica in Lombardia. La cosa è tanto più importante perché avviene in concomitanza con la recente approvazione in Parlamento del decreto Ronchi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici compresa l’acqua. In questa situazione nella quel la Corte costituzionale sembra offrire una possibilità alla difesa dell’acqua pubblica almeno in Lombardia è necessario per Fumagalli «ricominciare tutto da capo a partire dalla valutazione della legittimità stessa di Como acqua, nata in base a norme che non sono più valide. E naturalmente è necessario ripartire anche con le mobilitazioni a difesa dell’acqua pubblica». D’altra parte la soddisfazione dell’assessore a Reti, servizi di pubblica utilità e sviluppo sostenibile della regione Lombardia Massimo Buscemi fonda sul fatto che la Consulta ha considerata legittima la scelta di mettere a gara i servizi idrici. Proprio ciò che gli ambientalisti avevano impedito con il referendum. [Tommaso Marelli, per ecoinformazioni]

 

Libertà di stampa il 24 novembre alla Camera del lavoro di Como

Martedì 24 novembre alle 20,30 nel Salone Noseda della Camera del lavoro in via Italia Libera 23 a Como si terrà l’assemblea dei firmatari dell’appello per la libertà di stampa.

 Mentre i pericoli per la libertà di stampa e di informazione crescono e ad essi si aggiungono sempre più gravi attacchi ad altri diritti costituzionalmente garantiti, dalla giustizia al lavoro, dall’istruzione alla salute, ci sembra essenziale intensificare l’azione del Comitato.

Anche alla luce delle risposte al questionario fornite dai firmatari dell’appello potrebbero essere due i piani di azione del Comitato:

–         l’approfondimento delle questioni relative alla libertà di stampa e di informazione e lo sviluppo della consapevolezza della gravità degli attacchi cui essa è sottoposta;

–         lo sviluppo di forme attive di libera comunicazione a partire dagli aderenti stessi alla campagna.

 

Invitiamo quindi i firmatari dell’appello e tutti coloro che sono interessati alla difesa della libertà di stampa a partecipare all’assemblea che si svolgerà martedì 24 novembre alle 20,30 nel Salone Noseda della Camera del lavoro di Como in via Italia Libera 23.

All’ordine del giorno dell’incontro saranno i seguenti argomenti:

–         analisi delle indicazione emerse dai questionari;

–         calendario delle iniziative a partire dalla già programmata serata del 3 dicembre in Biblioteca organizzata dal Comitato difesa della Costituzione con Giuseppe Giulietti (art. 21);

discussione sulla possibilità di fornire uno strumento telematico di informazione sulla libertà di stampa a Como che sviluppi la messa in rete dei firmatari e sia aperto a tutti i cittadini.

Un percorso in direzione ostinata e contraria

L’Associazione per a Sinistra rilancia la possibilità di una opposizione corale alle destre che governano nel territorio lariano. Con un’assemblea giovedì 19 novembre alle 21 alla Circoscrizione 6 in via Grandi 21 a Como si apre un percorso pubblico e aperto ad associazioni, forze politiche, movimenti, singoli cittadini.

«Di fronte alla prepotenza e all’incapacità con cui la destra governa, ormai da troppi anni, la realtà comasca crediamo sia tempo di fare un primo passo per verificare la possibilità di un percorso comune fra tutte le realtà sociali e politiche interessate ad un cambiamento ed ad una reale alternativa», così comincia il comunicato stampa dell’Associazione per la sinistra di Como. Una denuncia del «potere politico, che a Como ha declinato la sua azione attraverso un meccanismo di vera e propria colonizzazione: Sant’Anna, Paratie, Ticosa, Pedemontana, sono tutti progetti targati Milano, che calano sul nostro territorio attraverso l’azione di maggiorenti locali e che spesso suscitano il fastidio di quella parte di potere locale che non si riconosce nel dominio ciellino». «Insomma una politica autoreferenziale – prosegue il documento – fondata sul predominio di oligarchie, che trasforma il governo della cosa pubblica in mera gestione del potere, alimentata da un modello di cultura avvolgente,consumista, indifferente all’altruismo e alla solidarietà, che spegne le capacità critiche di molte persone, nascondendo la materialità dell’esistenza, sulla quale spesso prevale l’immaginario». I promotori dell’assemblea sottolineano che «sul piano politico istituzionale, l’assenza di una reale alternativa allo stato delle cose esistenti», scommetendo sulla possibilità di creare «un vero progetto politico di alternativa, un altro modello di società». Cinque sono i punti fondamentali per l’Associazione per la sinistra su cui costruire un’opposizione: il valore della memoria, il valore della legalità, il valore del ruolo dei poteri locali per rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo degli esseri umani in tutti i campi della vita (occupazione, welfare locale, istruzione, salute, ambiente, informazione), il valore della Pace e della cooperazione tra le comunità locali, il valore della salvaguardia e dell’uso sostenibile dei beni comuni e della difesa della natura. L’obiettivo è il «superamento delle divisioni e dell’incomunicabilità tra i tanti soggetti che si collocano oggettivamente in alternativa al centrodestra», che nasce da «una forte esigenza di discontinuità che deve coinvolgere tutti: i partiti, le liste civiche, le forme organizzate dell’associazionismo, i comitati di scopo, le persone senza collocazione, ma mosse dal desiderio di impegnarsi». «È fondamentale che tutti i soggetti interessati a questa prospettiva, su un piano di pari dignità, si mettano a servizio di un progetto e non viceversa – è l’auspicio dei proponenti al serata – È indispensabile che si ricerchi la partecipazione attiva in una relazione innovativa fra società civile e politica istituzionale».

Al Consiglio provinciale del 17 novembre il verde non passa

La burrasca nel consiglio provinciale di Como era già iniziata nella seduta di lunedì 16 novembre quando le prime saette erano volate tra Lega e Pdl sulla solidarietà al popolo iraniano.

Infatti i bossiani avrebbero voluto che si esponessero drappi verdi per testimoniare la vicinanza agli iraniani con l’evidente possibilità che si scambiasse la manifestazione di solidarietà internazionale per l’adesione corale al colore della bandiera leghista. Alle difficoltà poste prima dal consigliere Renato Tettamanti e poi fatte proprie altre che dalle opposizioni anche dal Pdl era scattata la sdegnosa rabbia dei lumbard che avevano abbandonato l’aula mentre in essa si approvava prima il documento di solidarietà al popolo iraniano e quindi all’unanimità l’ordine del giorno contro l’omofobia presentato dalla consigliera e deputata del Pd Chiara Braga. Alla riapertura dei lavori della seduta di martedì 17 novembre i leghisti, evidentemente in preda ad un vero e proprio delirio identitario, si sono presentati con ampie sciarpe usate come bandiere e poste sui banchi del consiglio per affermare l’universisalità e la necessarietà dei loro vessili. Troppo per buona parte delle minoranze che hanno abbandonato l’aula dopo che il sussulto ipercromatico dei leghisti era arrivato agli insulti verso chi aveva serenamente chiesto che le bandiere (come prescritto dalle norme) non fossero aperte nell’aula consiliare ed è stato accusato duramente di essere un aiatollah ipotizzando che la questione non sarebbe stata posta se il colore fosse stato il rosso. A questo punto anche i blu del Pdl hanno cercato di convincere i leghisti a ammainare le loro bandiere ottenendo un ulteriore incremento della loro rabbia e, vista l’impossibilità di riportarli alla ragione, ad uscire dall’aula con la conseguente perdita del numero legale. Dopo 15 minuti il Pdl ha ottenuto che le bandiere fossero tolte e trasformate in sciarpe messe intorno al collo e erano disponibili a ricominciare la seduta sul Bilancio, ma i tre superstiti dell’opposizione avevano ormai esaurito la pazienza e se ne sono andati lasciando le destre senza numero legale. Di bilancio non si è quindi discusso stasera, ma non c’è dubbio che visto il durissimo contrasto che nella maggioranza cova e spesso emerge tra Pdl e leghisti se ne vedranno di tutti i colori.

Il Consiglio comunale di lunedì 16 novembre 2009

Consiglio comunale blindato quello di lunedì 16 novembre per contrastare la manifestazione di Giù la Giunta. A Palazzo Cernezzi il pubblico accorso per protestare contro la Giunta Bruni, è stato bloccate all’ingresso da polizia, vigili urbani e Guardia di finanza. In aula la maggioranza, lasciata sola da tutti salvo rapinose, ha contestato le decisioni assunte a difesa della laicità dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Chi cercava di entrare, più di 50 persone, veniva identificato con la richiesta di documenti e la direttiva era di far passare solo una quindicina di persone, senza permettere l’accesso ai più neanche nel cortile antico.
Nel mentre, nelle preliminari, sia Giampiero Ajani, Lega, che Donato Supino, Prc, hanno chiesto di riaprire gli oblò sul cantiere delle paratie per permettere ai cittadini di vedere cosa si sta edificando, mentre Bruno Magatti, Paco, è ritornato sull’appalto per la raccolta dei rifiuti.
Non essendoci il pubblico, solo 9 persone erano riuscite a superare le maglie del controllo all’ingresso Mario Lucini, Pd, è sbottato «Non vedo di cosa possiate aver paura – aggiungendo – poi si parla di casa di vetro…».
Gi ha risposto il presidente Mario Pastore attivatosi per «la sicurezza interna della sala e del palazzo» che ha chiarito che «le forze dell’ordine rispondono agli indirizzi della Questura», spiegando che il numero massimo di persone che possono assistere al Consiglio è 30.
Mario Molteni, Per Como, ha letto il volantino distribuito dai manifestanti che hanno risposto all’invito di Giù la Giunta.
Insediato il Consiglio Luca Gaffuri, Pd, ha chiesto una sospensione dei lavori e i consiglieri di opposizione, con anche qualcuno della maggioranza, si sono recati a discutere con i cittadini bloccati ai cancelli.
Alcuni manifestanti nel frattempo avevano costruito un muro di cartoni davanti al cancello, che è stato abbattuto dai consiglieri di minoranza assieme ai manifestanti.
Dopo un’ora di trattative, con l’intercessione dell’assessore Cenetiempo, i cittadini sono riusciti ad entrare sino al cortile vecchio, dopo un’altra mezz’ora sono stati accolti in Sala stemmi, dove Cenetiempo, per la Giunta, ha discusso con loro, principalmente del muro sul lungolago.
Ripreso il Consiglio la maggioranza ha chiesto di ribaltare l’ordine dei lavori e di affrontare la mozione del consigliere Gianmaria Quagelli, Pdl, per invitare il sindaco a esprimere la contrarietà della società comasca alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa che ha espresso parere contrario alla presenza di crocefissi nelle aule scolastiche italiane. La maggioranza ha così votato i cambiamento del programma della serata scatenando l’indignazione delle minoranze.
«Non si può cambiare sempre l’ordine dei lavori, c’erano dieci mozioni prima di questa» ha esclamato Lucini, «vergogna!» ha aggiunto Marcello Iantorno, Pd, mentre il pubblico applaudiva la reazione dei consiglieri di minoranza che hanno abbandonato l’aula per protestare contro i continui cambiamenti a colpi di maggioranza all’ordine del giorno al di là degli accordi presi.
Le minoranze hanno così raggiunto i manifestanti in Sala Stemmi, mentre la mozione Quagelli veniva discussa in Consiglio.
Per il proponente «chi sta qui deve rispettare le nostre regole», mentre Claudio Corengia, Pdl, ha citato «le radici giudaico-cristiane e le nostre tradizioni» oltre che «il continuo arretrare della nostra civiltà» a causa «dei soprusi delle minoranze nei confronti della maggioranza». Si è accalorato Luigi Bottone, Gruppo misto, «se non vi va bene andate via!» aggiungendo «il crocefisso lo voglio». Più pacato Marco Butti, Pdl, per cui «è giusto manifestare nelle istituzioni italiane ed europee», mentre Ajani ha rivendicato la primogenitura delle campagne contro gli islamici e la contrarietà all’erezione di moschee, mettendo in ridicolo l’Unione europea (non il Consiglio d’Europa) citando le direttive sulla curvatura delle banane.
Alessandro Rapinese, Area 2010, unico dei consiglieri di opposizione rientrato in aula ha espresso perplessità sulla fattiva possibilità di incidere di una mozione del comune di Como, punzecchiando la Lega sull’immigrazione. A favore della mozione sono intervenuti anche i consiglieri del Pdl Gianluca Lombardi e Stefano Rudilosso, che ha voluto specificare come la vicenda non implichi immigrati: «è in casa nostra, si tratta di una cittadina italiana di origine finlandese che ha chiesto un parere a un tribunale di Strasburgo». Dopo altri interventi a favore di Carlo Ghirri, Gruppo misto, e Pierangelo Gervani, Pdl, ha preso la parola il sindaco.
«La laicità non è neutralità, è il rispetto di tutte le differenze» ha affermato, citando «il clamoroso attacco a papa Ratzinger a Ratisbona» e descrivendo una comunità cattolica sotto assedio e sulla difensiva, per questo ha lanciato un accorato appello: «che tutti mettano il crocefisso nelle scuole, nelle associazioni, in famiglia, nei luoghi di ritrovo, per rendere visibile questo pezzetto di legno che non è solo un pezzetto di legno».
Per ultimo Quagelli ha letto un articolo a sostegno della sua posizione che individuava a partire dal giacobinismo il problema della società laica europea.
Con 23 presenze, 22 voti a favore, Pdl, Lega, Gruppo misto di maggioranza, e la sola astensione di Rapinese, la mozione è stata approvata. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Le “Paratie mobili” di Giù la Giunta chiudono Palazzo Cernezzi

Alle 21,30 erano un centinaio ii manifestanti per l’iniziativa di Giù la Giunta a Palazzo Cernezzi lunedì 16 novembre. Abbastanza però per fare scattare inverosimili misure di sicurezza che tengono addirittura fuori dei cancelli i manifestanti e hanno permesso solo ad una decina di loro (a fronte dei trenta posti disponibili per il pubblico) di entrare dopo aver dovuto esibire i documenti. Le minoranze hanno chiesto dopo le preliminari di sospendere la seduta e sono scese tra i manifestanti. 

Intanto i manfestanti hanno “chiuso” per qualche minuto con un “muro” di scatoloni di cartone l’ingresso al Comune, anzi in verità si tratta di una “chiusura mobile”  infatti alcuni scatoloni vengono alzati e abbassati dai manifestanti simulando la discussa e discutibile trovata tecnologica delle paratie mobili a lago.

Costruire una reale alternativa alle destre

logoassociazioneperlasinistraL’Associazione per la Sinistra invita giovedì 19 novembre alle 21 alla Circoscrizione 6 in via Grandi 21 a Como le forze politiche della sinistra e del centrosinistra, le associazioni, i comitati e i movimenti attivi in provincia per avviare un percorso comune per costruire una reale alternativa alle destre.

«Di fronte alla prepotenza e all’incapacità con cui la destra governa, ormai da troppi anni, la realtà comasca crediamo sia tempo di fare un primo passo per verificare la possibilità di un percorso comune fra tutte le realtà sociali e politiche interessate ad un cambiamento ed ad una reale alternativa. Per questo invitiamo associazioni, reti, soggetti sindacali e forze politiche ad un incontro giovedì 19 novembre 2009alle 21 nella saletta della Circoscrizione n. 6 in via Grandi 21 a Como».

Leggi il testo completo del Comunicato per il 19 novembre che invita all’incontro

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