Giornata della Terra in Palestina

Il 30 marzo 2010, in occasione della Giornata della Terra in Palestina, è stata indetta una mobilitazione internazionale per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro l’economia di guerra del governo israeliano e in solidarietà con il popolo palestinese. La mobilitazione a Como è sostenuta dalle Donne in nero. Leggi il comunicato stampa.

Liberalabici

Campagna di raccolta di biciclette inutilizzate da rimettere in circolo libere per tutti!

Il gruppo biciamo della Città Possibile, in continuità con le iniziative già portate avanti dal 2007, promuove l’uso della bicicletta per gli spostamenti quotidiani nella città di Como. In questa primavera 2010 organizza la campagna Liberalabici, che consiste nella raccolta e sistemazione di biciclette inattive recuperate dalle cantine, dai cortili, dalle discariche e la loro messa in (ri)circolo colorate di arancione utilizzabili liberamente ad uso gratuito per tutti.
Chiunque abbia una bicicletta in qualsiasi condizione e volesse “liberarla” può recapitarla a: Cortile 105, in viale Lecco 105 a Como; Officina ortopedica Elli, via dei Mulini 19, Como; Euroburgo, via Burgo 2a Maslianico.
In attesa di trovare uno spazio adatto ad accogliere una ciclofficina stabile Biciamo organizza a Como e dintorni cinque ciclofficine itineranti dove sarà possibile fare riparare le proprie bici e avere informazioni sull’iniziativa dalle 15 alle 18 nei seguenti giorni:
dom. 18 aprile – piazzale linea del tram, Camnago
ven. 23 aprile – Biblioteca comunale di Como
sab. 24 aprile – Cascina Masseè, Albate
ven. 30 aprile – Stazione Como Borghi
dom. 9 maggio – Stazione Como Lago

Sindacati confederali contro il Consiglio di amministrazione della Fondazione Cà d’industria.

Per Matteo Mandressi, Funzione pubblica Cgil, lee dichiarazione fatte da alcuni consiglieri e dal presidente «in buona parte non corrispondono alla verità». Innanzitutto «non è vero che è stato seguita in modo corretto la procedura di informazione nei confronti dei sindacati» ha proseguito il sindacalista. Cgil, Cisl e Uil hanno voluto chiarire che già nel 2007 avevano espresso contrarietà e perplessità per un’eventuale appalto del servizio pasti.

Le tre confederazioni sindacali sottolineano poi come il risparmio di 400 mila euro prospettato corrisponda a 11 posti di lavoro. Leggi l’articolo

Partito Democratico

In dirittura d’arrivo la campagna elettorale del Partito democratico comasco. La speranza è quella di raggiungere il 20 per cento.

In vista della chiusura della campagna elettorale del Partito democratico con Matteo Colaninno i candidati comaschi alle elezioni regionali hanno tirato le fila del percorso fatto, con qualche affondo contro il Pdl e soprattutto la Lega Nord. Leggi l’articolo

Intervista a Nando Dalla Chiesa

La XV Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie si celebra a Milano sabato 20 marzo 2010.

«Il tema che porremo al centro della Giornata – spiegano gli organizzatori di Libera – sarà la dimensione finanziaria delle mafie. Troppo spesso si licenzia frettolosamente ancora oggi il problema mafie come qualcosa che riguarda solo alcune regioni del Sud Italia. Sappiamo per certo che non è così, che oggi le mafie investono in tutto il mondo e che nel Nord Italia ci sono importanti cellule di famigerati clan, che riciclano denaro sporco, investono capitali nell’edilizia e nel commercio, sono al centro del narcotraffico, sfruttano attraverso lavoro nero. La corruzione, oggi nuovamente a livelli altissimi come sottolineato dalla Corte dei Conti, è un fenomeno presente in misura crescente dove ci sono maggiori possibilità di business: è dunque il Nord tutto a doversi guardare da questi fenomeni di penetrazione di capitali illeciti».
Sull’argomento abbiamo intervistato Nando Dalla Chiesa, presidente onorario di Libera.
Il 20 marzo è la XV Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime di mafia: qual è il suo significato?
Questa è una giornata di grande valore morale nella storia del paese, è la giornata che ricorda tutte le vittime delle organizzazioni mafiose e questa memoria è impressa in tutta la storia d’Italia perché parte dalla fine dell’Ottocento e, per quel che riguarda la storia della repubblica, si va dai sindacalisti uccisi negli anni Quaranta in Sicilia fino ai magistrati, agli esponenti della società civile, ai giornalisti a cui si è cercato di tappare la bocca o di fermare la tastiera. Ci sono esponenti delle forze dell’ordine, politici e amministratori. Sono nomi che rimessi uno in fila all’altro, come accade solo in questa manifestazione, ricostruiscono la scia di sangue che percorre la storia della nostra democrazia che va ricordata per portare ad una maggiore responsabilità di chi sente fare quei nomi: per questo giornata della Memoria e anche dell’Impegno
Perché quest’anno proprio a Milano?
La manifestazione si svolge ogni anno in una città diversa, non è la prima volta che viene scelta una città del nord, ci sono già state Torino e Modena. Quest’anno Milano, però, ha un significato  particolare: la Lombardia e il suo capoluogo sono sotto attacco da parte delle organizzazioni mafiose, ma l’opinione pubblica e la classe dirigente milanese e lombarda sembrano non rendersene conto o non vogliono vederlo. Si tratta quindi di far tornare per un giorno Milano capitale morale del paese e pensare che da questa affermazione di responsabilità collettiva nasca una nuova capacità di tenere lontane le organizzazioni mafiose, in particola la ‘ndrangheta, dalla società dall’economia e dalle istituzioni lombarde.
Quali sono le attività a rischio mafia in Lombardia?
Sono tantissime, non più soltanto il gioco d’azzardo, le discoteche e i luoghi del divertimento, ma vanno dal ciclo del cemento allo smaltimento dei rifiuti tossici alla sanità. Si tratta di luoghi di investimento importanti che, fra l’altro, intrecciano professioni e bisogni sociali diffusi – basta pensare alla casa e alla salute – che per questo rischiano di trovare indirettamente delle cinture di consenso anche involontarie e in intenzionali, ma che poi pesano: bisogna fare presto!
Che responsabilità hanno avuto la classe politica e i partiti nello sviluppo della mafia al Nord, in territori non tradizionali e che ruolo dovrebbero avere per contrastarlo?
Dal punto di vista del “dovrebbero avere”, quello che dovrebbero fare è schierarsi come una falange contro le organizzazioni mafiose, difendere le città e i cittadini. Purtroppo non lo fanno a volte per calcoli di convenienza e di quieto vivere e anche per valutazioni superficiali; non c’è calcolo, c’è semplicemente inadeguatezza culturale e civile però un paese non può permettersi di fronte a questi avversari una classe dirigente così.
La domanda che spesso si fanno i cittadini comuni è: cosa posso fare io, cosa possiamo fare noi nella nostra quotidianità per combattere questo sistema che tende ad essere invisibile per proliferare?
Queste organizzazioni, segnatamente la ‘ndrangheta, sono state a lungo rimosse dalla coscienza collettiva e questo è stato il loro alleato principale: noi dobbiamo sconfiggere questo alleato. Si tratta di una guerra e noi possiamo battere il nemico cominciando a battere questo suo fortissimo alleato.
L’Italia è il paese in cui sono nate le organizzazioni mafiose, però quelle italiane non sono le uniche presenti sul nostro territorio: come mai anche organizzazioni straniere si sono insediate qui?
Sono arrivate qui perché abbiamo avuto fenomeni migratori repentini che sono stati utilizzati come maschera dalle organizzazioni malavitose e sono diventanti il terreno ideale per esercitare dei reati: primo tra tutti proprio il traffico di esseri umani per entrare in Italia. Inoltre il nostro è un paese nel quale la legalità è sempre incerta e dunque, vedendo quello che fanno le organizzazioni criminali italiane, si può a ragione ritenere che ci siano anche altri spazi se si riesce a rimanere sott’acqua e non farsi vedere troppo.
C’è una speranza nel futuro della lotta dell’antimafia?
La speranza c’è sempre dipende semplicemente dalle forze che si riescono a mettere in campo. Oggi più che mai bisogna rendere esplicito il problema e crearne consapevolezza. Questo si può fare ma richiede un grande sforzo di sensibilizzazione e di impegno civile per oltrepassare la barriera dell’indifferenza, dell’inerzia o dell’incapacità e superficialità dei partiti e dei mezzi di informazione di massa. [Tommaso Marelli, ecoinformazioni]

Flex – insecurity

Una quarantina di persone hanno partecipato, giovedì 18 marzo alla Cascina Masseè di Albate, all’incontro organizzato dall’Associazione per la sinistra di Como col docente universitario Stefano Sacchi, co-autore di una ponderosa ricerca, sviluppatasi nell’arco temporale di tre anni e sintetizzata nel libro Flex insecurity, perché in Italia la flessibilità diventa precarietà.

La serata è stata introdotta dal direttore della rivista Valori, Andrea di Stefano, partendo dalla constatazione che il mondo del lavoro è investito da fenomeni devastanti, che ancora non sono compresi pienamente, in quanto si realizzano dinamiche produttive del tutto nuove, sconosciute allo stesso sindacato. Un esempio viene da una recente ricerca commissionata dai sindacati del commercio della Brianza, che ha messo in evidenza un sistema di gestione degli spazi commerciali all’interno degli ipermercati, che porta come conseguenza una modifica delle forme contrattuali, funzionale al mantenimento dei margini di profitto e decisamente poco attenta ai diritti dei lavoratori.
Una situazione che non ha eguali in Europa e che è figlia di una deregulation spinta del sistema produttivo.
Proprio partendo da questa peculiarità italiana, Stefano Sacchi ha approfondito con un lungo intervento i temi della ricerca (vedi agenzia stampa di ieri) insistendo in modo particolare sull’aspetto dell’estensione dell’area della precarietà anche ai lavoratori a tempo indeterminato.
In sostanza, non appare corretta l’identificazione della precarietà con la flessibilità: i due concetti si intrecciano, all’interno di un mercato del lavoro nel quale le protezioni sociali sono comunque assai carenti per tutti, ed inesistenti per almeno 1.600.000 lavoratori.
Le scelte del governo disegnano infatti un welfare a macchia di leopardo, con largo utilizzo della cassa integrazione in deroga, senza previsione di un reddito minimo garantito (in Europa, solo Ungheria e Grecia fanno altrettanto!) e senza una rete di garanzie esigibili, quella che i ricercatori definiscono “pavimento di diritti”.
Quali alternative sono possibili? Un salario minimo uguale per tutti, derogabile in meglio dai contratti di lavoro, un sistema contributivo omogeneo per diversi tipi di contratto, e soprattutto una “indennità di terminazione” utile per scoraggiare la rotazione dei lavoratori su uno stesso posto.
Con quali risorse? Sacchi ha evidenziato, tra l’altro, lo spreco legato alle pensioni di invalidità civile erogate a soggetti abbienti: da un riordino in questo comparto, si potrebbero ricavare 7 miliardi da impiegare per le misure proposte.
Gli interventi dal pubblico hanno posto l’accento soprattutto sulla questione della formazione professionale – vista come passaggio fondamentale per far coincidere domanda ed offerta – e della tassazione delle rendite come strumento importante per reperire risorse da destinare alle protezioni sociali.
Tema, quest’ultimo, ripreso in conclusione da Di Stefano per evidenziarne la centralità, in quanto unica alternativa praticabile ai tagli della spesa pubblica, che vanno contrastati in quanto non farebbero altro che peggiorare le condizioni di flex-insecurity così ben evidenziata dalla ricerca. [Massimo Patrignani, ecoinformazioni]

Poetry Slam

Un successo la serata di Poetry Slam che si è svolta giovedì 18 marzo nella libreria di via Volta, dove si sono presentati diciotto concorrenti di tutte le età, dai 17 agli oltre 70 anni, che si sono  sfidati di fronte ai settanta presenti.

L’appuntamento fa parte della rassegna Poesia di voci – Invenzioni Letture Confronti Suoni organizzata da Università Popolare con La Casa della poesia di Como e NodoLibri. Lo slam-master Simone Savogin ha spiegato le regole ai partecipanti, ognuno dei quali aveva a disposizione tre minuti per leggere e recitare una o più poesie originali da lui composte, che venivano poi valutate da una giuria di cinque persone estratte a sorte dal pubblico.
Sono arrivati in finale Fabio Fusi, Maria Grazia Duval, Maddalena Frigerio, Alfonso Maria Petrosino e Marco Bin, giovane autore milanese che si è aggiudicato il premio della competizione. Il clima di gioia e rispetto che si è creato nelle tre ore di rime e versi ha davvero eletto la poesia come vera vincitrice della serata.

Flex-insecurity

Luci e ombre della flessibilità. Ne abbiamo parlato con Stefano Sacchi, docente del Dipartimento di Studi del Lavoro e del Welfare dell’Università degli Studi di Milano, uno degli autori del libro Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà (Il Mulino), che sarà al centro di un incontro pubblico in programma giovedì 18 marzo alle 21 alla Cascina Massèe, moderato da Andrea Di Stefano, direttore della rivista Valori e organizzato dall’Associazione per la Sinistra Como.

Nel 2008 circa 4,8 milioni di lavoratori e lavoratrici italiani erano occupati con un contratto atipico. Nel 1996 gli occupati con contratti a termine erano 1,5 milioni. A fronte di tale crescita numerica non è però oggettivamente corrisposta un’estensione del welfare e delle garanzie per i lavoratori senza contratto a tempo indeterminato. Com’è stato possibile? «L’aumento sostanziale del numero dei lavoratori atipici – spiega Stefano Sacchi – non è percepito come tale. In Italia il lavoro atipico è certamente cresciuto soprattutto negli ultimi dieci anni. Oggi il 13% dei lavoratori è a durata prefissata, una percentuale inferiore alla media europea che è 14%, ma il fenomeno non si è ancora manifestato appieno. In realtà i due terzi delle persone che entrano nel mondo del lavoro vi accede attraverso queste forme contrattuali: ma non sono dei trampolini verso contratti più stabili. Dunque il fenomeno interessa molto i giovani. Ed è stato sottovalutato da parte dei policy makers, che ritengono, senza nessuna evidenza empirica (dati empirici che invece nel nostro libro forniamo per la prima volta, a seguito di uno studio di tre anni), che i lavori atipici costituiscano solo una fase del percorso lavorativo: sempre più non accade questo».
Uno dei nodi del dibattito su cococo, cocopro, lavoro somministrato &c. è il sussidio di disoccupazione. «Il meccanismo che regola oggi questi sussidi –chiarisce Sacchi – nel nostro Paese fa riferimento a regole del 1919, in sostanza norme di un’epoca passata che “tagliano fuori” dalla possibilità di ricevere i sussidi tantissimi lavoratori. Infatti i dipendenti con contratti di durata prefissata (somministrati, a termine, eccetera) hanno diritto in via teorica al sussidio,  ma nella pratica spesso non riescono a ottenerlo perché a causa delle interruzioni lavorative e dei bassi salari
non maturano tutti i requisiti richiesti (mentre per i cococo e i lavoratori a progetto il sussidio non c’è tout court)».
Perché dunque non vi è mai stata una riforma dei sussidi di disoccupazione? «Perché per i lavoratori “forti”, ovvero i lavoratori standard, con contratto a tempo indeterminato in aziende con più di 15 dipendenti, ci sono altri ammortizzatori: cassa integrazione, cassa integrazione straordinaria e indennità di mobilità. Abbiamo un pilastro del sussidio di disoccupazione ipotrofico rispetto agli altri stati europei: ma grandi imprese, governo e sindacati non avevano alcun interesse a riformarlo perché il consenso era ottenuto attraverso gli strumenti speciali per i lavoratori forti».
In Italia, infatti, il provvedimento più rilevante posto in essere per superare le difficoltà della crisi è stato l’estensione in deroga degli ammortizzatori suddetti (Cig, Cigo e mobilità): «una deroga su requisiti settoriali, di dimensione delle imprese e riguardo il tipo di contratto; ora anche chi ha un contratto a tempo, di durata prefissata, in determinati contesti può godere di quelle forme di ammortizzatori».
Ma il problema principale resta ed è sostanziale, per il docente dell’Università degli Studi di Milano: «diversamente dal resto d’Europa nel nostro Paese questi strumenti di risposta alla crisi non sono diritti soggettivi, gli ammortizzatori in deroga sono altamente discrezionali, dipendono da vari fattori, variano ad esempio da regione a regione: non sono diritti ma prestazioni variabili».
In questo quadro, è evidente che a farne le spese, in un certo senso, sono i lavoratori che in Italia hanno più difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, oltre che quasi sempre condizioni salariali peggiori a parità di mansione: le donne. «La flessibilità – continua Sacchi – ha molte accezioni, nella sua accezione di organizzazione flessibile, appunto, del tempo e del luogo di lavoro, dovrebbe significare forme contrattuali, come il part time o il telelavoro, che in teoria possono consentire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e la conciliazione delle esigenze famigliari con quelle professionali. Ma in Italia il vero problema è che la flessibilità è stata introdotta soprattutto come forma di riduzione dei costi del lavoro da parte delle imprese, ovvero per pagare meno i lavoratori e sfruttare la flessibilità numerica. Mancano le dimensioni dei diritti, nella versione italiana della flessibilità: per tanto possiamo anche dire che la flessibilità può promuovere una maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro ma occorre analizzare come ciò accade. Due terzi dei precari sono donne: allora è evidente che per loro la flessibilità si declina con lavori di bassa qualità e poco protetti».
Cosa fare quindi per invertire questa tendenza, per mettere in luce gli aspetti positivi della flessibilità che in Italia non sono ancora emersi? Come agire politicamente, vista anche la prossima tornata elettorale regionale? «A livello nazionale occorre una riforma degli ammortizzatori sociali, mentre Province e Regioni dovrebbero investire sui serizi pubblici per l’impiego, fulcro delle politiche attive del mercato del lavoro. È necessario migliorare l’informazione (banche dati etc) per promuovere l’incontro tra domanda e offerta, investire dunque nelle infrastrutture dei centri per l’impiego, e finanziare iniziative di formazione. Allontaniamoci dalla logica degli ammortizzatori in deroga». Infine, l’art.18 e la polemica sull’arbitrato. «Ichino e altri autorevoli giuslavoristi ritengono che l’impatto di tale riforma sarà inferiore a quello paventato dalla Cgil. Secondo me – conclude Sacchi – l’articolo 18 così com’è è iniquo: iper-tutela alcuni, mentre altri tutti gli sono sottotutelati: in caso di licenziamento o di non rinnovo del contratto, in Italia il lavoratore non ha diritto a nulla.  Meglio sarebbe abolirlo, introducendo però un’indennità di terminazione (un pagamento monetario proporzionale al monte salari maturato in azienda) applicabile a tutti i lavoratori indipendentemente dal tipo di contratto (quindi anche per i lavoratori a termine e quelli a progetto nel caso in cui il contratto non venga rinnovato). In ogni caso, anziché “scannarsi” sull’art.18 sarebbe meglio equalizzare il lavoro e creare un pavimento di diritti che valgano per tutti. Il ricorso all’arbitrato darà invece luogo a decisioni differenti in presenza di situazioni simili, poiché il collegio arbitrale decide secondo equità e non secondo diritto Si va insomma verso un diritto del lavoro in deroga, a macchia di leopardo, ed è questo ciò che temo maggiormente: ci si allontana sempre più dalla concezione di diritti applicabili a tutti». [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

21 marzo Invasioni al Sociale con L’incredibile storia del cardellino dipinto

Teatro Sociale, Invasioni la poesia tra alfabeti e utopie.

Primo giorno di primavera, e rinascita simbolica della vita dopo i rigori dell’inverno, il 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia istituita in tutto il mondo dall’Unesco fin dal 1999 per promuovere, divulgare e celebrare questa insostituibile forma di espressione.
Per l’occasione il Teatro Sociale, via Bellini 3 Como, verrà “abitato”  dalle 14 alle 22 da un happening multimediale, a più voci, per tutte le età e per tutti i gusti, all’insegna appunto della poesia nelle sue varie accezioni: parola, testo, suono, voce, ritmo, immagine, metafora.
Tra le proposte della serata L’incredibile storia del cardellino dipinto
.

Il consiglio comunale di Como di lunedì 15 marzo

I lavoratori della Cà d’industria vanno ancora in Consiglio. L’ostruzionismo delle minoranze blocca l’approvazione del Documento di inquadramento.

«Quale è il risultato del suo impegno per la Cà d’industria?» ha chiesto Donato Supino, Prc, nelle preliminari del Consiglio comunale di lunedì 15 marzo. «Ho già incontrato il presidente Pellegrino – ha risposto Bruni – e lo incontrerò ancora premo dell’incontro in Commissione mercoledì. Non escludo in maniera assoluta le esternalizzazioni – ha aggiunto il primo cittadino – o il suo contrario, ma punto alla qualità del servizio e alla garanzia dei posti di lavoro».
Nel frattempo una settantina di lavoratori si è presentata in Consiglio e si è trasferita in Sala stemmi a fare il punto sulla situazione con alcuni rappresentanti sindacali.
«Abbiamo raccolto 142 firme in 2 ore ad Albate per la provocatoria petizione separazione da Como – ha spiegato Alessandro Rapinese, Area 2010 – volevo ricordarlo per riportare il disagio e il malcontento dei cittadini comaschi»
«Le strade sono una vergogna!» si è accalorato Emanuele Lionetti, Liberi per Como «dovremmo vergognarci tutti, noi consiglieri, e se i cittadini avessero il coraggio di sputarci in faccio, io questo sputo non lo riceverò».
Il suo capogruppo Luigi Bottone ha invece attaccato sulla convenzione, stipulata con l’Enel nel ’95, per la gestione dei punti luce «su 11 mila 9 mila sono dell’Enel, siamo vincolati», ed ha aggiunto, leggendo il testo, «qui si parla di sostituzioni settimanali? Cosa è stato fatto? Il Comune ha segnalato i guasti?». Il consigliere ha quindi chiesto delucidazioni sui fondi Fas utilizzati per la Navigazione laghi.
L’assemblea di Palazzo Cernezzi ha quindi affrontato il Documento di inquadramento presentato dal sindaco.
«Un quadro prodromico al Pgt – ha affermato Bruni – si cominciano a capirei criteri e i contenuti del lavoro». Con un «metodo concertativo di sussidiarietà urbanistica e collaborazione fra pubblico e privato che si devono parlare».
«Ci sono tanti appartamenti invenduti – ha ammesso il sindaco – ma siamo comunque di fronte ad una emergenza abitativa e bisogna pensare all’housing sociale». Per questo è fondamentale per Bruni l’intervento in tre aree con dei Programmi integrati di intervento (Pii): l’area ex Trevitex, l’ex Tintoria Lombarda e l’ex Seminario.
Finito il discorso introduttivo del sindaco Mario Lucini, Pd, ha chiesto un voto pregiudiziale sul documento, perché non passata al vaglio delle Circoscrizioni; con i voti della maggioranza, astenuti Liberi per Como e Arturo Arcellaschi, Pdl, la proposta è stata respinta.
Il documento proposto andava approvato entro il 31 di marzo ed è stato interpretato da alcuni come un escamotage per poter far passare altri interventi edilizi prima del Pgt che potrebbe bloccare le possibilità di edificazione in città, uno dei motivi per la sequela di Piani attuativi presentati in Consiglio negli ultimi mesi, ancora possibili grazie al Piano regolatore in vigore. Un argomento piuttosto complicato che nell’ordine dei lavori doveva essere affrontato in una serata con un provvedimento d’urgenza.
Per questo le minoranze hanno fatto ostruzionismo prendendo la parola e utilizzando tutto il tempo a loro disposizione, anche perché non è un provvedimento da attuare obbligatoriamente ed il Comune di Como non è obbligato ad adottarlo.
Molte le critiche piovute sull’elaborato.
«Sono molto deluso dai contenuto di questo documento – ha dichiarato Lucini – che è raffazzonato e frutto di un taglia e incolla», un’affermazione suffragata dall’elencazione di alcuni refusi nel testo. Il presidente della Commissione urbanistica ha anche chiesto: «dove sono i dati aggiornati sulle proposte urbanistiche?». Un confronto è stato fatto con i documenti consimili di altri Comuni lombardi come Milano, Monza e Lissone che per il consigliere democratico sono molto più precisi nei termini della definizione delle linee guida con riferimenti precisi che mancano nell’elaborato proposto.
«S vuole smaltire una serie di progetti in sospeso – ha attaccato Silvia Magni, Pd – non si ha a cuore il bene della città». «Stiamo guardando da due anni tanti piccoli pezzi separati – ha aggiunto la consigliera, che ha nuovamente chiesto al sindaco di relazionare sullo stato di avanzamento del Pgt – senza uno sguardo d’insieme sulla città».
«Davvero deludente la proposta di campus al S. Martino», uno dei punti citati nel documento, per Bruno Magatti, Paco, «non sono neanche previste strutture sportive».
«Se si parla di housing sociale perché non vengono sistemati i 78 appartamenti vuoti del Comune – ha chiesto Mario Molteni, Per Como – prima di fare nuovi interventi?». «Il Pgt doveva già essere approvato – ha proseguito e concluso – va cercata la colpa della sua mancata approvazione una colpa politica. Prima venga fatto il Pgt e poi andremo avanti».
Data l’ora tarda la seduta è stata sospesa senza che sia stata finita la discussione sul documento. [Michele Donegana, ecoinformazioni

I lavoratori della Cà d’industria vanno ancora in Consiglio. L’ostruzionismo delle minoranze blocca l’approvazione del Documento di inquadramento.
«Quale è il risultato del suo impegno per la Cà d’industria?» ha chiesto Donato Supino, Prc, nelle preliminari del Consiglio comunale di lunedì 15 marzo. «Ho già incontrato il presidente Pellegrino – ha risposto Bruni – e lo incontrerò ancora premo dell’incontro in Commissione mercoledì. Non escludo in maniera assoluta le esternalizzazioni – ha aggiunto il primo cittadino – o il suo contrario, ma punto alla qualità del servizio e alla garanzia dei posti di lavoro».Nel frattempo una settantina di lavoratori si è presentata in Consiglio e si è trasferita in Sala stemmi a fare il punto sulla situazione con alcuni rappresentanti sindacali.«Abbiamo raccolto 142 firme in 2 ore ad Albate per la provocatoria petizione separazione da Como – ha spiegato Alessandro Rapinese, Area 2010 – volevo ricordarlo per riportare il disagio e il malcontento dei cittadini comaschi»«Le strade sono una vergogna!» si è accalorato Emanuele Lionetti, Liberi per Como «dovremmo vergognarci tutti, noi consiglieri, e se i cittadini avessero il coraggio di sputarci in faccio, io questo sputo non lo riceverò».Il suo capogruppo Luigi Bottone ha invece attaccato sulla convenzione, stipulata con l’Enel nel ’95, per la gestione dei punti luce «su 11 mila 9 mila sono dell’Enel, siamo vincolati», ed ha aggiunto, leggendo il testo, «qui si parla di sostituzioni settimanali? Cosa è stato fatto? Il Comune ha segnalato i guasti?». Il consigliere ha quindi chiesto delucidazioni sui fondi Fas utilizzati per la Navigazione laghi.L’assemblea di Palazzo Cernezzi ha quindi affrontato il Documento di inquadramento presentato dal sindaco.«Un quadro prodromico al Pgt – ha affermato Bruni – si cominciano a capirei criteri e i contenuti del lavoro». Con un «metodo concertativo di sussidiarietà urbanistica e collaborazione fra pubblico e privato che si devono parlare».«Ci sono tanti appartamenti invenduti – ha ammesso il sindaco – ma siamo comunque di fronte ad una emergenza abitativa e bisogna pensare all’housing sociale». Per questo è fondamentale per Bruni l’intervento in tre aree con dei Programmi integrati di intervento (Pii): l’area ex Trevitex, l’ex Tintoria Lombarda e l’ex Seminario.Finito il discorso introduttivo del sindaco Mario Lucini, Pd, ha chiesto un voto pregiudiziale sul documento, perché non passata al vaglio delle Circoscrizioni; con i voti della maggioranza, astenuti Liberi per Como e Arturo Arcellaschi, Pdl, la proposta è stata respinta.Il documento proposto andava approvato entro il 31 di marzo ed è stato interpretato da alcuni come un escamotage per poter far passare altri interventi edilizi prima del Pgt che potrebbe bloccare le possibilità di edificazione in città, uno dei motivi per la sequela di Piani attuativi presentati in Consiglio negli ultimi mesi, ancora possibili grazie al Piano regolatore in vigore. Un argomento piuttosto complicato che nell’ordine dei lavori doveva essere affrontato in una serata con un provvedimento d’urgenza.Per questo le minoranze hanno fatto ostruzionismo prendendo la parola e utilizzando tutto il tempo a loro disposizione, anche perché non è un provvedimento da attuare obbligatoriamente ed il Comune di Como non è obbligato ad adottarlo.Molte le critiche piovute sull’elaborato.«Sono molto deluso dai contenuto di questo documento – ha dichiarato Lucini – che è raffazzonato e frutto di un taglia e incolla», un’affermazione suffragata dall’elencazione di alcuni refusi nel testo. Il presidente della Commissione urbanistica ha anche chiesto: «dove sono i dati aggiornati sulle proposte urbanistiche?». Un confronto è stato fatto con i documenti consimili di altri Comuni lombardi come Milano, Monza e Lissone che per il consigliere democratico sono molto più precisi nei termini della definizione delle linee guida con riferimenti precisi che mancano nell’elaborato proposto.«S vuole smaltire una serie di progetti in sospeso – ha attaccato Silvia Magni, Pd – non si ha a cuore il bene della città». «Stiamo guardando da due anni tanti piccoli pezzi separati – ha aggiunto la consigliera, che ha nuovamente chiesto al sindaco di relazionare sullo stato di avanzamento del Pgt – senza uno sguardo d’insieme sulla città».«Davvero deludente la proposta di campus al S. Martino», uno dei punti citati nel documento, per Bruno Magatti, Paco, «non sono neanche previste strutture sportive».«Se si parla di housing sociale perché non vengono sistemati i 78 appartamenti vuoti del Comune – ha chiesto Mario Molteni, Per Como – prima di fare nuovi interventi?». «Il Pgt doveva già essere approvato – ha proseguito e concluso – va cercata la colpa della sua mancata approvazione una colpa politica. Prima venga fatto il Pgt e poi andremo avanti».Data l’ora tarda la seduta è stata sospesa senza che sia stata finita la discussione sul documento. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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