Ci salveranno i fulmini e il deserto?

Ci salveranno i fulmini e il deserto? È l’interrogativo ironico e surreale che dà il titolo al libro di Maria Letizia Grossi presentato alla libreria Punto Einaudi venerdì 11 dicembre per l’iniziativa, aperta da Maria Ambrosoli, presidente dell’Università popolare Auser, con un’introduzione critica di Marco Lorenzini e un dialogo con la scrittrice condotto da Rosa De Rosa.

Si tratta di una raccolta di nove racconti scritti in epoche diverse dall’autrice, insegnante di lettere per oltre un ventennio, redattrice della rivista ècole, impegnata nell’associazione Il Giardino dei Ciliegi di Firenze e nella Società Italiana delle Letterate e animatrice di un corso di lettura e scrittura creativa alla Libreria delle Donne di Firenze. Un orizzonte cupo e chiuso è lo sfondo sul quale si muovono i personaggi che riescono comunque a sognare, a immaginare un futuro risarcimento ai danni del presente. Le protagoniste sono tutte donne vive, quotidiane, creature semplici, ma straordinarie, sono mogli, madri, hanno la gastrite, non hanno terminato gli studi, cercano le ragioni del vivere, non si rinchiudono in se stesse nonostante le difficoltà e le assurdità della vita (la loro che assomiglia moltissimo alla nostra…) e del rapporto con gli altri e il filo conduttore è proprio la modalità in cui le protagoniste femminili si barcamenano nella realtà trovando ciascuna un suo modo personale surreale per sopravvivere nel caos del tempo. Gli uomini ne escono maluccio: aggressivi, gretti, svampiti, superficiali tranne che ne Il Guardiano, unico testo in cui il genere maschile si riscatta nella figura di uno psicoterapeuta tenero e sensibile che sulla tomba della moglie Ines si sforza di ricordare il tono particolare della sua risata, il suo gesticolare o la sua postura consolato dal Guardiano portoghese che afferma con saggezza: «Il tempo se ne va, ma lascia il suo succo, come in una bottiglia. […] La saudade non fa disperare. Ci fa sentire la lontananza, ma anche la persistenza. Conserva il succo. Siamo noi la bottiglia». I luoghi sono i topos della memoria, non un semplice fondale per le vicende degli attori, ma parte di loro stessi e parte corporea della stessa autrice, sono luoghi reali del vissuto (Firenze, Caserta, Altavilla Irpina), del passato e del non ritorno (Lattaquié in Siria), ma anche luoghi dell’anima e del desiderio. Non manca una suggestione tutta comasca con un cenno al Baradello: «È bella la prima mattina in questa parte di Lombardia che si avvicina al lago. Il monte con la torre in primo piano si alza lentamente dalla nebbia e si lascia bagnare dal sole, prima gli alberi in alto, sottili e vibranti dentro il fervore della luce iniziale, poi più giù i pendii folti come una pelliccia verde». Se la specie umana si dimostra inadeguata nel risolvere i problemi ecco gli oggetti animarsi in una sorta di realismo magico che si manifesta in alcuni elementi della natura (il vento del deserto che impedisce una guerra) o il bancomat che vuole riordinare la storia rimediando ai danni del capitalismo. Altri prodigi surreali accadono nel racconto ecologico Moltiplicazioni in cui coltellini da frutta e cucchiaini vagamente sogghignanti sono gli iniziatori di una inquietante autoclonazione di tutti i manufatti umani che, già sovrabbondanti nella normale quotidianità, strabordano e si stratificano in uno scenario apocalittico in cui le persone vanno qua e là come insetti impazziti, urlano, ma non riescono a comunicare nel frastuono assordante. Una creatura riaffiorata da un passato mitologico, come una sorta di coscienza tardiva, osserva: «Gli oggetti erano troppi già da prima, non vi siete accorti che ne stavate fabbricando troppi?» e quando finalmente un tecnico riesce a interrompere World Multiplications, il programma maledetto che ha proiettato le proprie funzioni dalla virtualità alla realtà, l’immondezzaio del troppo, l’enorme bubbone deforme viene sgombrato e convogliato in appositi centri di incenerimento predisposti in prossimità di campi nomadi, mentre le eccedenze vengono spedite al terzo mondo. Attuale anche l’analisi del difficile rapporto nelle coppie di culture diverse in Scambi culturali all’alba del millennio, una sorta di scrittura terapeutica per elaborare dure esperienze autobiografiche dell’autrice: l’innamoramento, la buona disponibilità, la curiosità di conoscere l’altro da sé non sono sufficienti se la barriera da superare è la mancanza di rispetto. Nella postfazione il doveroso tributo ai maestri Domenico Starnone, Elena Gianini Belotti, Antonio Tabucchi, Josè Saramago, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese. E la risposta al quesito del titolo: «L’ironia è un utile mezzo per prendere distanza dagli avvenimenti dolorosi, ma anche un modo per calarsi nei fatti e nella politica e attaccare quello che sulla terra è oppressione e violenza dei pochi sui molti. Consapevole che nella realtà né fulmini né il deserto né i computer né i bancomat o le allergie ci toglieranno le castagne dal fuoco, mi dichiaro comunque speranzosa». Maria Letizia Grossi, Ci salveranno i fulmini e il deserto?, Luciana Tufani Editrice, pp. 192, euro 12. [Antonia Barone, ecoinformazioni]

Ottocento presenze alla tre giorni “In alto mare”

 Il Coordinamento comasco per la Pace traccia un primo bilancio estremamente positivo del Convegno “In alto mare”: complessivamente più di 800 le presenze, altissimo il livello delle relazioni svolte, ampio lo sviluppo di relazioni e contatti per rafforzare la rete pacifista lariana tessuta da 40 amministrazioni comunali e da 50 associazioni.

Il Comunicato stampa diffuso a conclusione della tre giorni pacifista.

“Ci è voluto coraggio per puntare sul tema scomodo dei diritti dei migranti in un contesto culturale, territoriale e politico più propenso all’espulsione che all’accoglienza. Ci è voluto coraggio per farlo senza puntare su star televisive, ma sulla competenza e la passione di relatori e relatrici in larga parte lariani (ma nati in molte e diverse parti del globo) valorizzando, in accordo col tema, la sostanza e non l’apparenza. E ciò che si sperava è accaduto: più di 800 i partecipanti alla tre giorni pacifista, 400 gli studenti entusiasti dell’occasione fornita loro di riflettere e di partecipare alla costruzione consapevole di un nuovo mondo possibile, più di quaranta i docenti e i formatori che nella mattinata di domenica si sono confrontati sulle possibilità di realizzare un’educazione alla cittadinanza planetaria di tutte e di tutti davvero praticabile, successo pieno per gli spettacoli teatrali proposti (Servi e Sogni clandestini), interesse per molti dei film presentati nella minirassegna di Oltre lo sguardo, entusiasmo per l’intervento dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra). Ma il convegno oltre che assicurare emozioni alla vista e all’udito ha saputo sensibilizzare al tema anche il gusto con l’aperitivo etnico a cura della Cooperativa Questa Generazione e di Aclichef, un momento interculturale e conviviale. Il Coordinamento condivide la soddisfazione per il positivo esito dell’iniziativa con i numerosi copromotori del Convegno: Associazione 3 Febbraio, Acli Como, Anolf Cisl, Arci Como, Aspem, Associazione del Volontariato comasco – Centro servizi per il volontariato, Associazione I bambini di Ornella, Associazione Trapeiros di Emmaus, Cgil, Cisl, Clas Cgil, Cooperativa sociale Questa generazione, Donne in nero, ecoinformazioni, Fim Cisl, Fiom Cgil, Ipsia Como, Istituto di Storia contemporanea P. A. Perretta, La Rosa Bianca, Liceo scientifico G. Terragni di Olgiate Comasco”.

Se equivocò la paloma a “In alto mare”

Nell’intervento musicale di Francesco D’Auria, Maurizio Aliffi, Simone Mauri e Marco Belcastro al Convegno del Coordinamento comasco per la Pace domenica 13 dicembre è stata eseguita anche la lirica di Rafael Alberti Se equivocò la paloma. Di seguito il testo e la traduzione in italiano.

 

Se equivocó la paloma,

 se equivocaba

por ir al norte fue al sur

creyó que el trigo era agua

creyó que el mar era el cielo

que la noche la mañana…

que las estrellas rocío

que la calor la nevada

que tu falda era su blusa

que tu corazón su casa…

ella se durmió en la orilla tù, en la cumbre de una rama.  

Si sbagliò la colomba/ si sbagliava/  per andare verso nord andò a sud/  credette che il grano fosse l’acqua/  credette che il mare fosse il cielo/  che la notte il mattino… / che le stelle rugiada/  che il caldo la nevicata/  che la sua gonna fosse la sua blusa/  che il tuo cuore la sua casa… / ella s’addormentò sulla spiaggia/  tu, nella cima d’un ramo.

In alto mare si chiude con il decalogo della convivenza

L’incontro con l’Altro, la percezione della sicurezza e i possibili modelli di convivenza sono stati tra i temi al centro dell’ultima sessione di «In alto mare», la tre giorni del Coordinamento comasco per la Pace, che si è svolta ieri, domenica 13 dicembre, allo Spazio Gloria.

Gli stranieri minano la nostra sicurezza. Almeno, così parrebbe. Ma basta considerare l’etimologia del termine «sicurezza», che deriva da «sine cura» cioè in assenza di preoccupazioni, per capire che i veri insicuri, nel nostro Paese, sono gli stranieri. A ribaltare il ragionamento e il clichè che declina l’immigrazione come un problema di ordine pubblico – ovvero di minaccia della sicurezza dei cittadini – è stata Chiara Giaccardi, docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen, intervenuta domenica 13 dicembre alla prima sessione della giornata conclusiva di «In alto mare», moderata da Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio. Secondo la sociologa «tradurre la questione della convivenza con l’altro come una questione di sicurezza è una modalità miope e parziale, mentre dovrebbe essere una sfida. Non si tratta di «sine cura» bensì di un surplus di cura, un investimento forte che sarebbe necessario per costruire una reciprocità» tra la popolazione “autoctona” e le persone che migrano verso l’Italia.
Il tema dell’alterità è centrale nella rappresentazione sociale di ogni gruppo: per conoscere chi siamo “noi” dobbiamo forzatamente confrontarci con gli “altri”. Ed infatti «per vivere pienamente le proprie radici – ha continuato Giaccardi – bisogna forse perderle…Mentre la tendenza diffusa è quella di una polarizzazione in due “posture”: siamo globali per certi versi, soprattutto per quanto concerne i consumi e le mode, ma siamo iper radicati negli atteggiamenti difensivi». È così che può capitare che persone dalla dubbia fede cattolica diventino strenui sostenitori del crocifisso, del presepe, di ogni simbolo religioso collegato ad un’identità religiosa alla quale magari non appartengono nemmeno tanto…
Dunque «è l’alterità che ci porta alla comprensione e solo le identità ospitali sono identità libere». Socialmente, perciò, rimuovere, negare l’esistenza di tutto ciò che è lontano e diverso dal nostro gruppo conduce ad un «deficit di senso»: il tentativo di «possedere i significati, applicando un metodo idolatrico» non conduce a capire noi stessi né gli altri, e invece che rendere più sicura la società, la rende meno libera.
E di libertà ha parlato anche Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca, convinta che questo concetto «non si possa rinchiudere in nessuna casa ma debba servire per volare alto». L’esperienza di Villa è quella dei tanti avvocati che accompagnano i migranti nella richiesta di una forma di tutela, che sia lo status di rifugiato, il diritto d’asilo o un permesso umanitario. È la testimonianza, commossa, di chi non sa come dire ad un immigrato che la sua domanda verrà respinta. La procedura, come ha spiegato Villa, passa infatti attraverso le commissioni territoriali sommerse di lavoro, che valutano le domande di asilo o richiesta dello status di rifugiato. L’accoglimento di tali richieste è rarissimo. A quel punto «il cittadino può fare ricorso di fronte ad un giudice che esamina la sua domanda ma è lo stesso soggetto emigrato che deve dimostrare di essere un perseguitato». Questa è infatti la conditio sine qua non per accedere alle forme di protezione previste dalle norme sovranazionali, tra le quali Villa ha citato la Convenzione di Ginevra. In realtà, in Italia avremmo uno strumento giuridico che è come «un treno ad alta velocità»: la Costituzione. L’Articolo 10, infatti, sul diritto d’asilo, introduce un ampio garantismo a favore di chi non gode dei nostri diritti.
Ma dalla Carta ad oggi, ne son passate di Bossi-Fini sotto i ponti…È per questo che «una volta respinta la domanda d’asilo, i migranti, che hanno un permesso di soggiorno provvisorio e magari hanno anche trovato un lavoro», perdono i loro diritti e «diventano rei di clandestinità». Di qui la proposta della rappresentante dell’associazione La rosa bianca: «ribaltare il tema del diritto d’asilo, parlarne non più come di una questione di tutela ma come un problema di libertà di movimento». Per Villa dovremmo «cambiare il lessico del diritto: l’allontanamento preventivo dell’alterità nega di fatto la libera circolazione degli umani, sancita da tutte le fonti giuridiche sovranazionali, inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».
I respingimenti, invece, negano totalmente il principio della libera circolazione e sono, secondo il moderatore dell’incontro, Thierno Ngaye, un indice «di quanto questa società sia moralmente malata». E un ulteriore deterrente per i migranti, che si ripiegano su se stessi, spesso in una condizione di isolamento.
Per uscire da questo rischio di ghettizzazione ed emarginazione sociale, anche la Chiesa gioca un ruolo nella società italiana. A rappresentarla, nel corso della seconda parte del dibattito di ieri, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, è stato monsignor Angelo Riva, proveniente dalla diocesi di Como, docente di teologia morale. A lui il compito di riaccendere il dibattito dopo la performance dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra).
Per Riva, esiste un «dovere all’accoglienza, che si esprime attraverso l’assenza di atteggiamenti razzisti e xenofobi e con il rispetto di diritti e bisogni quali la casa, il ricongiungimento famigliare, il lavoro». L’accoglienza deve essere coniugata, politicamente e normativamente, con la legalità. Oltre a questi due elementi, l’interculturalità, per monsignor Riva, comprende «l’interazione con l’altro che dovrebbe condurre all’integrazione». Un’integrazione che non sia un «melting pot, l’accostamento di culture interscambiabili e quindi relative». Quale può essere allora l’apporto dei cattolici? «La dottrina sociale della Chiesa, la sussidarietà sociale, la fratellanza» sono un bagaglio culturale innegabilmente importante a partire dal quale la società, le comunità possono attingere.
L’attore e mediatore culturale senegalese Mohamed Ba, ultimo relatore del pomeriggio di ieri, ha raccontato la sua esperienza di migrante che ha subito pochi mesi fa un accoltellamento «perché negro», a Milano, senza essere soccorso da nessuno per un’ora. Un episodio successo, come specificato da Ba, una settimana dopo che un esponente politico propose carrozze della metropolitana riservate agli immigrati e quindici giorni dopo che il premier paragonò Milano a una città africana. Come si fa allora a prepararsi all’«appuntamento con il diverso»? E’ un rapporto di dare-ricevere: dunque occorre avere in primis qualcosa da offrire all’altro. Perché «la cultura è una pentola sul fuoco senza il coperchio»: qualcosa esce, qualcosa entra.
Allora l’integrazione, l’interculturalità possono (dovrebbero?) partire dal basso. «Basta decreti per stare insieme», chiosa Ba.  È sufficiente rispettare il suo, efficacissimo, «decalogo della convivenza:
-non avere altro dio all’infuori di te,
-non nominare la nazionalità degli altri,
-onora tutte le festività (anche quelle delle altre religioni e culture),
-onora la memoria della tua città e raccontala si nuovi cittadini,
-non testimoniare sulla cultura degli altri se non la conosci abbastanza,
-non rubare la parola agli altri ed impara ad ascoltare,
-non imporre solo i tuoi valori culturali,
-non desiderare solo la tua cultura,
-non desiderare solo la cultura degli altri,
-mai uccidere le differenze culturali».

[Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

In alto mare, le relazioni conclusive

Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio ha aperto – un centinaio i partecipanti  –  l’ultima sessione della tre giorni del Cooridnamento comasco dedicata ai diritti dei migranti allo Spazio  Gloria domenica 13 dicembre alle 15. 

Si sono susseguiti gli interventi di  Chiara Giaccardi (docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen), dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra), di Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca.

L’ultima parte, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, presenta le relazioni di mons. Angelo Riva, docente di teologia morale, diocesi di Como e dell’attore senegalese Mohamed Ba.

Chiuderà la tre giorni pacifista il buffet aperitivo etnicoa cura della Cooperativa Questa Generazione della Acli e di Aclichef.

Educazione interculturale sfida del presente

Con l’introduzione al tema  di Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento comasco per la Pace e direttrice di école,  si è aperto sabato 12 dicembre alle 10 il seminario del Convegno In alto mare allo spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù. Il seminario partecipato da una quarantina di persone, docenti e formatori, dirigenti scolastici e animatori di iniziative di educazione alla Pace è sato condotto da Roberto Morselli, formatore e consulente, membro della redazione di Cem/Mondialità.

Chiara – nella parole del relatore – l’ipostazione dell’iniziativa: «Viviamo sempre più in una società complessa, multiculturale e multireligiosa, figlia dei processi estesi e pervasivi della globalizzazione. Le risposte, individuali e collettive, sociali e politiche, alle sollecitazioni al cambiamento sono ambivalenti: alcuni ritengono opportuno difendere le identità, ancorandole a un territorio, a una tradizione, a una lingua; altri tentano di dar vita a identità aperte, inclusive, plurali, nomadi. Alla cittadinanza di tipo nazionale, legata all’ethnos e allo jus sanguinis, si contrappone quella planetaria, agganciata alla persona, legata al demos e allo jus soli. Per vivere costruttivamente questa tensione e vincere le sfide poste dalla società multiculturale, serve un confronto alto sugli orientamenti di politica educativa, che non riguardi solo gli operatori della scuola ma tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’educazione oggi».

400 studenti per la mattinata per le scuole di “In alto mare”

Spazio Gloria gremito per l’ormai tradizionale appuntamento annuale con le scuole del Convegno del Coordinamento comasco per la Pace sabato 12 dicembre. Dopo lo spettacolo teatrale Sogni clanDestini del Gruppo teatrale Ibuka Amizero la mattinata è proseguita, con l’accompagnamento musicale del gruppo Mukami 0, con l’incontro con testimonianze del movimento migratorio che coinvolge l’Italia.

Prospettive dall’interno, con il medico erbese Kossi Komla Ebri, dall’esterno, con l’esperienza dei Bambini di Ornella con Severino Proserpio, e con il tragico momento del passaggio con Gabriele Del Grande dell’osservatorio Fortress Europe.

«Forse si dà per scontato che i diritti ci siano – ha precisato la moderatrice dell’incontro l’ex presidente del Coordinamento e docente del Terragni la scuola copromotrice del Convegno Maria Rita Livio – ma non sempre è così». «L’Europa non a più barriere economiche ma le ha poste fra gli uomini», ha aggiunto .

Proserpio ha ripercorso lo sviluppo socioeconomico della provincia comasca partendo da quando gli imprenditori cercavano di attirare flussi migratori incentivando il più possibile la residenza di immigrati, utili come forza lavoro per l’apparato produttivo locale: «i migranti in un qualche modo li abbiamo voluti noi». Ormai per l’ex sindacalista comasco «la società è diversa e bisogna avere la voglia di costruire un impianto di convivenza», ma la sua attenzione è stata da sempre attirata dalle motivazioni che spingono all’emigrazione. «A Kelle il villaggio in africa dove operiamo 50 o 100 euro di rimesse dagli emigrati permettono di sopravvivere e a volte possono essere fondamentali per curare chi ha bisogno». Proserpio ha spiegato le attività dell’associazione impegnata nella scolarizzazione dei bambini e nell’alfabetizzazione oltre che nella promozione di progetti culturali per l’infanzia, dal teatro ad una scuola per piccoli reporter.

Komla Ebri ha raccontato l’esperienza di cittadino italiano immigrato dal Togo 35 anni fa «che ha palpitato come voi per gli avvenimenti di questo paese». Il dottore erbese ha parlato dell’importanza del pregiudizio «mi giudicano solo per l’apparenza – ha precisato – se indosso il camice bianco sono il dùtur, quando esco dal lavoro divento il vu cumprà». Un problema di relazioni che per lui si supera solo con la comunicazione «i miei pazienti non hanno paura dell’”uomo nero”, ma hanno paura di non riuscire a comunicare con me». Di questi tempi molti parlano di identità «ma cos’è e come si forma l’identità? – si è chiesto – attraverso la famiglia, la scuola, gli amici. Sono gli altri che contribuiscono alla formazione della nostra identità, è la diversità che ci identifica in rapporto agli altri».

Per ultimo Del Grande ha raccontato delle condizioni disumane nei Centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt) portando la propria esperienza diretta di denunce e soprusi nei confronti dei detenuti, denunciando «lo stati di diritto di questo paese sta andando a rotoli. Un diritto costituzionale come quello della libertà viene disatteso. Ti prendono, non hai i documenti in regola e finisci in galera anche se non hai commesso un reato».

Racconti di esperienze dirette di immigrati rinchiusi anche dopo aver lavorato per anni in Italia o rimpatriati anche quando la loro famiglia era ormai qui.

Del Grande ha voluto ricordare i fatti dell’agosto 2004 nel Canale di Sicilia quando dei pescherecci tunisini hanno soccorso un gommone alla deriva e d’accorod con le autorità italiane hanno condotto i sopravvissuti al porto di Lampedusa, dove i soccorritori sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione. «Hanno rispettato la legge internazionale che obbliga a soccorrere chi è in difficoltà in mare» ha sottolineato Dal Grande.  Pescatori hanno avuto i pescherecci sequestrati per due anni senza poter lavorare e dopo due anni di processo sono stati condannati a due anni e mezzo di reclusione per non avere rispettato un’ingiunzione che li avrebbe voluto far fermare fuori dal porto all’ultimo momento.

Il rappresentante di Fortress Europe ha spiegato come la raccolta di dati sulle tragedie del’immigrazione nel Mediterraneo, «il Canale di Sicilia è un grande cimitero», sia partia sul  sito, all’inizio un semplice blog,  per arrivare ad essere tradotto in moltissime lingue.

Un lavoro che ha portato alla realizzazione anche del documentario Come un uomo sulla terra e la contemporanea raccolta di 18 mila firme in un anno per spingere il Governo italiano a vedere come effettivamente la Libia svolga il ruolo di gendarme per le nostre coste.

Democrazia a rischio, serve una manifestazione

Aniello Rinaldi per il Comitato per la difesa della Costituzione di Como chiede all’on. Oscar Luigi Scalfaro, presidente nazionale del Comitato per la difesa della Costituzione di promuovere una mobilitazione a difesa della democrazia.

“Illustre Presidente,
ci rivolgiamo a Lei all’indomani delle gravi affermazioni del Presidente del Consiglio del nostro paese che colpiscono duramente la Consulta, la magistratura, la nostra Carta Costituzionale e i presidenti della Repubblica degli ultimi anni della vita democratica dell’Italia.
A noi appare sempre più evidente che il futuro della democrazia del nostro paese corra seri rischi di involuzione e di declino e perciò riteniamo occorra l’impegno di tutti i democratici per riaffermare  e far rivivere quotidianamente in tutti noi i valori fondanti della nostra società. E oggi il comitato avverte l’urgenza di manifestare la propria indignazione per il tentativo in atto di demolire a “ colpi di piccone la nostra Bibbia civile.”
Citiamo le parole del presidente Carlo Azeglio Ciampi che , nella sua intervista a La Repubblica del 23 novembre scorso, ha avvalorato le nostre preoccupazioni, che avvertivamo ben prima delle esternazioni di ieri del presidente del Consiglio. Facciamo nostra anche la sua amarezza quando dice:” è in corso un vero e proprio degrado dei valori collettivi. Si percepisce un senso di continua manipolazione delle regole, una perdita inesorabile di quelli che sono i punti cardinali del nostro vivere civile.”
Per contro, ci conforta l’impegno dei giovani che reagiscono al disegno antidemocratico in atto. Ci conforta, in particolare,  il successo della manifestazione del 5 dicembre che ha riempito Piazza San Giovanni di donne e di uomini che rifiutano l’imbarbarimento della lotta politica e delle Istituzioni.
Pertanto ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, che ancora dedica la sua vita, con passione e senso alto della politica, al bene del Paese, perché voglia valutare l’opportunità di rivolgere, insieme al presidente Ciampi e al Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, un appello a tutti i comitati per la difesa della Costituzione e a tutti i cittadini italiani, per una grande manifestazione da tenersi a Roma nei prossimi giorni, oppure in tutte le città e i paesi d’Italia, in difesa della Carta Costituzionale, dei diritti dell’uomo, della libertà e della democrazia.
Le precisiamo, Signor Presidente, che il nostro appello è condiviso da oltre 20 Associazioni presenti sul territori comasco e che, insieme a noi, lavorano per la libertà, la democrazia, i diritti”.

Nomadi del presente, cittadini del futuro

Si svolgerà domenica 13 dalle 10 alle 13 allo Spazio Gloria in via VAresina 72 a Como per il Convegno In alto mare del CcP il seminario  Nomadi del presente, cittadini del futuro. Il contributo dell’educazione interculturale alla costruzione della cittadinanza planetaria. l’incontro, dedicato agli insegnanti e a coloro che operano nella formazione anche in associazioni, cooperative e altre organizzaioni, sarà curato da  Roberto Morselli di Cem Mondialità.

 Viviamo sempre più in una società complessa, multiculturale e multireligiosa, figlia dei processi estesi e pervasivi della globalizzazione. Le risposte, individuali e collettive, sociali e politiche, alle sollecitazioni al cambiamento sono ambivalenti: alcuni ritengono opportuno difendere le identità, ancorandole a un territorio, a una tradizione, a una lingua; altri tentano di dar vita a identità aperte, inclusive, plurali, nomadi. Alla cittadinanza di tipo nazionale, legata all’ethnos e allo jus sanguinis, si contrappone quella planetaria, agganciata alla persona, legata al demos e allo jus soli. Per vivere costruttivamente questa tensione e vincere le sfide poste dalla società multiculturale, serve un confronto alto sugli orientamenti di politica educativa, che non riguardi solo gli operatori della scuola ma tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’educazione oggi. Il laboratorio metterà a fuoco il contributo specifico offerto in tale direzione dall’educazione interculturale.

Il Consiglio comunale di Como di giovedì 10 dicembre 2009

Si sblocca finalmente Agenda 21. L’approvazione del Pgt slitta alla prossima estate. Il Consiglio nella seduta di giovedì 10 dicembre boccia la trasparenza e norme un po’ più stringenti sulla presentazione dei redditi e per gli amministratori pubblici.

«Spostare un evento da una zona all’altra della città è una novità a cui sono favorevole – così Pasquale Buono, Pdl, nelle preliminari del Consiglio comunale di giovedì 10 dicembre a proposito dello svolgimento del capodanno lungo viale Geno – bisogna però andare incontro alle esigenze dei ristoratori con bus navetta o qualcos’altro». «Non accetto che si scherzi sui giornali sul fatto che si siano sforati i 35 giorni di tolleranza per il superamento del PM 10» ha attaccato il sindaco Roberta Marzorati, Per Como «bambini ed adulti soffrono di problemi respiratori!» ha aggiunto la consigliera che ha auspicato una collaborazione tra Comune e Asl per una mappatura del territorio con l’evidenziazione delle zone più pericolose denunciando: «c’è una zona precisa della città in cui un solo tipo di tumore colpisce particolarmente la popolazione». «L’Amministrazione ha deciso di non investire nella Biblioteca comunale» ha esclamato Silvia Magni, Pd, portando ad esempio un episodio accorsole, il prestito di un Dvd, fatto rigenerare a sue spese per poterlo vedere: «non si può offrire un servizio a metà. Se si prestano i Dvd si compri una macchina per rigenerarli». «In tutta Italia chi fa la raccolta differenziata paga di meno – ha detto alla luce dela presentazione del nuovo capitolato per la raccolta dei rifiuti Donato Supino, Prc – solo a Como andremo a pagare di più con un aumento del 18 per cento nel 2010 e dell’11 l’anno seguente». Inoltre ha aggiunto il consigliere comunista «c’è una clausola del bando che impone che i partecipanti abbiano “a disposizione nel territorio di Como una piattaforma per i rifiuti”. Chi può averla? Solo Econord. Secondo me lo scritto è da rivedere». Il sindaco ha quindi preso la parola «ho incontrato Giuseppe Villani, ha accettato di assumere il ruolo di presidente di Agenda 21». Ripartirà quindi il programma di sviluppo sostenibile comasco e verranno anche designati due rappresentanti del Consiglio comunale (uno di minoranza e uno di maggioranza). Insediato il Consiglio la prima parte della serata è stata dedicata alla discussione delle interpellanze dei consiglieri che non hanno ottenuto risposte per loro esaurienti da parte della Giunta e che hanno voluto discuterle pubblicamente. Due sono subito state ritirate, una di Vittorio Mottola, Pd, sulla Gama in via S. Bonifacio da Modena, che verrà discussa come mozione, l’altra sullo stato dei lavori su Agenda 21 posta da Alessandro Rapinese, Area 2010. Il consigliere dell’opposizione ha quindi chiesto chiarimenti sulle voci corse sul futuro concorso per l’Ufficio stampa comunale che prospettavano di una costruzione ad hoc dello stesso. Il sindaco aveva risposto per lettera che se era a conoscenza di qualcosa di irregolare di andare in Procura. Per Rapinese una reazione spropositata per una semplice domanda di chiarimenti. «Per l’incarico di coordinatore scientifico dell’Ufficio di Piano del Piano generale del territorio (Pgt) si è persa un’opportunità – ha proseguito il consigliere di Area 2010 con un’altra interrogazione – il concorso è stato gestito male, si sono presentati solo in due, non è stata fatta sufficiente pubblicità, non sono stati avvisati nemmeno le associazioni di categoria ed è stato pubblicato solo sul sito del Comune. In più il concorso è stato fatto ad agosto per agosto». Bruni ha risposto che date le specifiche qualifiche non sarebbero certo accorse molte più persone. Sempre sul Pgt Magni ha chiesto, mentre il residente Pastore ha dovuto riprendere i consiglieri del Pdl completamente disinteressati e intenti a chiacchierare in aula, «chi è il referente in Giunta?quando si prevede di approvarlo entro il 30 marzo, quando è la scadenza? Se non viene approvato e decade il Piano regolatore si bloccherà tutto?» «Sarà impossibile approvarlo entro il 30 marzo» ha risposto Bruni a causa di un problema finanziario per l’avvio delle indagini archeologiche e del sottosuolo. «Siamo un po’ in ritardo – ha ammesso il primo cittadino, che ha chiarito di essere lui il referente in Giunta – ma lo approveremo almeno entro l’estate prossima». Una prima discussione sul Pgt, ha quindi chiarito, sarà svolta in Consiglio entro gennaio. Marco Butti, Pdl, ha denunciato la «situazione assi vergognosa» dei giardinetti di via Traù «il terzo giardino per grandezza della città». Dal 2004 sono stati affidati alla società Green Park e non sono stati fatti interventi tutto si è bloccato con la mancata autorizzazione alla edificazione di un chiosco bar «con un disdicevole rimpallo di competenze» oltre che per il consigliere del Pdl «l’inadempienza di Green Park» per cui ha chiesto l’intervento del settore legale del Comune per ritirare la concessione. «Il Comune adempierà per la propria parte – ha affermato il sindaco – spero che questa manfrina si chiuda». L’ultima interpellanza è stata quella di Rapinese sulla multa mancata, presa la sera di una seduta consiliare e poi non notificata. Appello al buon senso da parte di Bruni: «I consiglieri comunali hanno diritto ad avere un posteggio per le sedute e – dati i lavori che coinvolgono gli spazi per i mezzi del Comune che vengono posteggiati in quelli dei consiglieri – i consiglieri possono posteggiare fuori dagli spazi se non ostruiscono la vita normale della città». Il consiglio ha affrontato poi la mozione sull’anagrafe della pubblica amministrazione presentata da Marcello Iantorno del Partito democratico. «Chiediamo l’applicazione fedele della legge 441 del 1982 per un ente locale» ha precisato. In sostanza le minoranze hanno chiesto di ribadire l’obbligatorietà della presentazione dei redditi e delle proprietà da parte degli amministratori pubblici, e dei nominati nelle partecipate, chiedendo una prima ammonizione per i ritardatari e poi la segnalazione della mancata presentazione all’interno del primo Consiglio utile e all’albo. Una norma simile ha rilevato Iantorno è stata già approvata dall’Amministrazione provinciale. «Si va al di là della norma – ha detto il primo cittadino esprimendo parere contrario – con un percorso eccessivo che arriva alla gogna». «La norma non prevede sanzioni e di fatto è disapplicata la mozione rimarrebbe una demagogica dichiarazione di buona volontà» per questo Bruni si è dichiarato contrario. «È vero che non c’è una sanzione ma è comunque un obbligo» gli ha risposto Mario Lucini, Pd, sostenuto dagli altri consiglieri di minoranza che hanno rilevato come la questione morale e la trasparenza siano un obbligo per i politici. Con due sole astensione nel gruppo della maggioranza per il resto compatto ed i soli voti favorevoli delle minoranze il Consiglio ha bocciato la proposta. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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